Digitized by Google B. 20 in: . 6 43 IIILIOIECA NAZIONALE CENTRALE ■ FIRENZE i 4 ! — Digitized by Google N Digitized by Google STORIA DEL REAME DI NAPOLI dal 1734 s j no ai 1825 . * > . s * .ngt . CENF r ALE . PIETRO COLLETTA CAPOLAGO A tipografia J^fvefica MDCCCXXXlV psj. i * Ti 4 *ù ■ T- ■*• • - • ' - • - ' ' ’ e . , i- • « Ha V <«• ^ * ’ vÉàfttpr ■i STORIA DEL REAME DI NAPOLI Digitized by Google STORIA del reame DI NAPOLI VAL 1734 SINO AL 1823 DEL GENERALE PIETRO COLLETTA Tomo III CAPOLAGO Olitone Ticino MDCCCXXXIV Digitized by Google _ ^AJO«JAr> &- 20 , 2 . h-A atìfri^%Ìg££ 7ÌZUD39CK : Digìtized by Coogle STORIA « DEL REAME DI NAPOLI LIBRO SESTO Regno di Giuseppe Buonaparte. — Anno 1806 a 1808 CAPO PRIMO Qual era il Regno al 1806. I. P rima, che io descriva i mutamenti di stato, i nuovi re, le continue per dieci anni guerre o domestiche brighe, le tristizie degli uomini e di governi, e fra tanti moti e travagli la migliorata ragione del popolo e le più provvide leggi, mi fia bisogno rappresentare lo stato del Regno al 1806; che sebbene apparisca 'da cinque prece- denti libri, io spero che le cose in quelli sparsa- mente narrate, sarà grato a ! leggitori vederle in quadro e a tal punto deir opera, che più importa per giudicare ae’ due regni di principi francesi. Colletta, T. III. I 2 LIBRO SESTO — 1806 Se non che a rammentare più che a descrivere fatti o dottrine sarò brevissimo quanto basti a ricordi; desiderandomi leggitori attenti e conti- nui, e non curando di ajutare per lunghe narra- zioni e riprese la tardità di coloro cui piaccia il leggere ozioso e svagato. II. Al finire dell’anno i8o5, reggevano la giu- stizia civile le dodici legislazioni discorse nel primo libro, le quali non disposte a codice, ma confusamente recate in molti volumi, stavano aperte a’ litiganti ed a’ giudici; quindi le interpre- tazioni, le, glosse, il confronto delle nuove alle antiche leggi, i casi, i dubbii legali davano ma- teria ad altri libri, e servivano di autorità e di logica nelle contese. La giurisprudenza non era una scienza : ogni lite, comunque assurda, trovava sostegno in qualche dottrina, ed il maggior ta- lento e la fortuna de giureconsulti consisteva nelle astutezze legali; sì che ancora sono in fama il Maz- zaccara el Trequattrini, benché il loro acuto e malo ingegno fiorisse nel mezzo della passata età. Al considerare il corpo delle leggi essere l’opera di venti secoli , e quanti e quali i legislatori, come varie le costituzioni dello stalo, le occorrenze dei S rincipi, le condizioni de' popoli, ciascuno inten- e che da codici discordanti non potevano, pro- cedere costanti regole di giustizia, nè sentimento comune di doveri o diritti. Così delle leggi. Erano i magistrati que’ mede- simi del regno di Carlo; ma regola suprema, non scritta, sempre usata, turbava ed invertiva gli ordini, dava nuovi poteri o toglieva i già dati, gli scemava o accresceva a piacimento del re. Digitized by LIBRO SESTO — 1806 3 Spesso il favore (li questo o la sola intemperanza d imperio aggiungeva nuovi giudici agli ordinari; componeva magistrati novelli, pirescriveva nuove forme, nuovi processi, donde i nomi di ministri aggiunti e 'di rimedii straordinari , sì conti nella storia della curia napoletana. Da questi giudici, da quelle leggi discendevano giudizi lunghi, in- trigati e così lenti, che nella causa tra e contesero sessantasette anni per conoscere solamente il magistrato cui spettava il giudizio. ISè mai sentenza aveva effetto sicuro, po- tendo distruggerla il ricorso per nullità o ad ap- pello, e le astuzie forensi (che pur dicevano rime- dii legali), e più spesso la volontà regia, quasi legge sopra le leggi che sospendeva il corso di alcune di esse, lo accelerava di altre, aboliva le antiche, c novelle ne creava. Per le quali sfrenatezze il f irocedimenlo non era catena necessaria di atti egali, ma un aggregato di fatti varii quanto i casi di fortuna o di regia volontà. Assai peggiori de’ giudizi ..civili erano i crimi- nali: inquisitorio il processo, inquisitori gli scri- vani; magistrato, la regia udienza o il commis- sario di campagna o la vicarìa criminale. Disusata la tortura agli accusati ed ai testimonii, non ces- savano i martorii di carcere, di ceppi, di fame. Tassavano le prove, il delitto che più ne aveva, più gravemente punivasi; e così gl indizi, non più argomenti alla coscienza de’ giudici, bensì membri del delitto, apportavano secondo il loro numero pena maggiore o minore di galera o di carcere. Durava, peggiorato, il giudizio del tru- glio ( ignoro le bàrbare origini del vocabolo e * LIBRO SESTO — 1806 della pratica), maniera di compromesso tra fiscale e lo stipendialo dal re difensore degli accusati, per cui questi andavano improvviso dal carcere alla pena d’esilio o di galere, non sentiti, non difesi, nemmeno compiuto il processò, contati e non scelti tra detenuti, a solo fine di vuotar pre- sto le carceri e schivare il tedio de’ giudizi. Era il comando regio ne’ processi criminali così con- tinuo, che spesso dopo il delitto il re componeva il magistrato da giudicare, prescriveva il proce- dimento e la pena, come vedemmo nelle cause di maestà l’anno 1799. I giudizii xul horas e ad modum belli erano frequenti. Due volte, magistrati diversi, per accusa di parricidio, si divisero in 1 >arità tra la colpa o la innocenza; ed il re Carlo, >enchè pio, temendo certa la colpa, e fastidito della ritardata pena, ruppe le more comandando che l’accusato capitano Calhan morisse sulle for- che. E perciò tra i molti errori della napoletana * legislazione era massimo la servitù cieca de’ giu- dici all’ arbitraria volontà del principe. III. Rappresenterò della finanza il peso e gli effetti sulla ricchezza pubblica. Erano dazi tra i principali: il testatico, chiamato di once a fuoco, tassato dal fisco per comunità, spartito nelle fa- miglie per teste; il solo vivere generava tributo: gli arrendamenti, dazi sopra le materie di con- sumo, in gran parte venduti, volgendo a privato guadagno il benefizio che deriva dal cresciuto numero e più largo vivere del popolo: la prediale, nominata decima, fallacemente ripartita su le vo- lontarie rivelazioni de’ possessori, favorendo le terre della Chiesa e lasciando libere le regie e le * mm / LIBRO SESTO — 1806 5 feiulali. Pagavano i baroni le antiche taglie del- XAdoa , (lei Rilcvio, del Cavallo-montato , leggiere e disuguali. Fruttavano al re il demanio regio e , desso parte, la dogana di Foggia (della quale dovrò - dir tra poco, trattando del Tavoliere di Puglia), e molli impieghi venduti anche di giu- stizia. Cosi sconosciuti il principio delle rendite e l’ uguaglianza ne’ tributari, molti pesi pubblici distribuiti a caso e a favore e senz ordine riscossi versavano ogni anno nella cassa regia sedici mi- lioni di ducati. La proprietà stava in poche mani quasi immo* bile per feudalità, primogeniture, fìdeicommissi, vincoli della Chiesa e di fondazioni pubbliche; perciò ricchi i monasteri e i vescovadi, ricche le baronìe e le commende, povero il resto. Le in- dustrie poche, la naturai copia de’ prodotti me- nomata dalla improvvidenza delle leggi e de’ reg- gitori, stabilita l’annona in ogni comunità, l’uscita dei frumenti vietata per ogni lontano sospetto di scarsezza, tutti gli errori di economia pubblica riguardati come sentenze. Le manifatture scarse e rozze, perchè poche le macchine, poveri i ca- pitali, pericolose le associazioni, il miglioramento delle arti impossibili. 11 commercio servo; sog- gette a dazio ogni entrata, ogni uscita; troppo tassati i prodotti d’industria o d arti straniere sotto specie di giovare a’proprir, ma questi rozzi e cari, perciò il capitale della consumazione ac- cresciuto, i capitali riproduttivi distrutti o tenui. Essendo le opere pubbliche a cura della finanza, raramente se ne imprendevano , o cominciate compivansi; e intanto le comunità pagavano, per — t Digitized by Google 6 LIBRO SESTO — 1806 far nuove strade, tasse gravose, rivolte oscura- mente ad altri usi o capricci del re e de’ ministri. Vedèvi grandi pianure fertili un tempo, abban- donate alle acque; il Garigliano, il Volturno, l’Ofanlo mal contenuti fra’ margini; il lago Fu- cino , alzando di giorno in giorno, sommergere terreni e città; sboscate le montagne, le pianure imboschite. IV. L’amministrazione non avea leggi proprie, nè ministro presso il re, nè magistrato nelle pro- vince che se ne desse pensiero. Ciò che dipoi è stato inteso col nome di amministrazione e affi- dato al ministro dell’interno andava spicciolato fra gli altri ministeri, o abbandonato o ignoto. Le entrate municipali nascevano da proprietà o da tasse, con le quali accumulate pagavano i tributi al fìsco; del resto giovando per invec- chiato genio di prepotenza a’ maggiori possidenti delle comunità, serbandone poca parte a’ bisogni pubblici. La separazione de patrimoni fiscale e municipale, la strettezza del primo, l’ ampiezza dell’altro, sono indizi della prosperità di uno stato, come le condizioni opposte attestano la sua miseria. Amministravano le rendite comunali un sin- daco e due Eletti, il municipale consiglio manca- va, gli eleggeva per gride u popolo chiamato a parlamento, la qual civile instituzione, non pari alle altre, era nocevole; falsa e sterile apparenza di libertà in quelle incomposte radunanze di ple- be, servi, e poveri, e sfaccendati: brigavano le scelte per danari e tumulti; i conti erano 'dati tardi o non mai; il patrimonio comune fraudato. Digitized by Google LIBRO SESTO — 1806 7 e le revisioni fallaci per complicità, o pericolose per vendette. Mancava l’ amministrazione di di- stretto e di provincia; un tribunale supremo di ragionieri sedente in Napoli (la Regia Camera) giudicava lentamente i conti municipali, ignoran- done le origini. L’ordine della pubblica ammini- strazione mancava affatto nel Regno. V. Le cose dette dell’esercito in ogni libro, e più nel libro quinto, schiariranno quelle che son per dire intorno ad alcune condizioni di guerra proprie al terreno ed alla storia di Napoli. Ultima pa.rte della Italia è questo regno; il mare lo con- ^ ,na .“?. lre si unisce per il quarto alla terra: la Sicilia, che sarebbe sua cittadella se alla vicina Calabria per opere militari fosse congiunta, n’è separala dalla nudità della marina, dal procelloso canale del Faro, e dal nemico genio degli abi- tanti. La posizione geografica del reame non dà scampo ai difensori; estremo è il cimento, estre- mo il combattere: e in tanta disperata sòrte di- sputandosi nelle guerre antiche e moderne non già una città, un porto, una provincia, ma il re- gno intero, le armi sempre decidevano del go- Aei no e dello stato, della vita e delle fortune dei cittadini. Di là viene che il maggior numero pen- sando alla vastità dei pericoli, ha sperato salvezza dal rassegnarsi al nemico. Esiziale e insensato amor di sè stesso, ma necessario effetto del gros- solano ragionare di popoli usati alla servitù; cosi miseri da sperare più che temere le novità di governo. Ed aggiungi che nelle guerre di Napoli, sem- pre mosse o secondate da politiche fazioni, i sol- Dii I 8 LIBRO SESTO — 1806 dati ad un tempo combattenti e partigiani, ve- dendo unite a’ cimenti delle battaglie le tristezze delle prigioni, degli esilii, delle condanne, quan- do anche sprezzatore di primi pericoli perchè onorati, paventavano gli altri perchè infami, e aerchè agli uomini è natura temer le offese che a propria virtù non può sfuggire o vendicare. E avverti che dopo la tiranna per i popoli bilancia politica degl’ imperii, l’esercito straniero arrivato alla frontiera di Napoli, dominatore in Italia, ha già vinto per l’armi o col nome nazioni e re. Avessimo almeno fortezze sul confine, lince in- terne, ostacoli d’ arte per menare a lungo la guerra e sperare ajulo del tempo; ma è nuda la frontiera, è nudo il regno dal Tronto al Faro. Le quali particolarità geografiche e politiche spiegano alcuni casi della nostra recente istoria, maravigliosi per le rozze menti : avvegnaché i Napoletani, intrepidi al duello, arrischiati nelle civili fazioni, mancarono nelle guerre ordinale e proprie; e le stesse milizie, valorose in Ispa- gna, in Alemagna, in Russia, sbigottiscono in Italia, fuggono sul Garigliano e sul Tronto. Lo che addiviene dall’ esser eglino solamente sol- dati su la Dwina e sul Tago; ma in Italia faziosi, alla frontiera ribelli; e non vi essendo possan- za d’animo e di membra che basti a schivare le ricerche della Polizia, le furie della tiranni- de, succedono al sentimento della propria forza il dubbio, il timore, la prudenza e la fuga. Quei che temono la vergogna più che la prigione o i patiboli, non fanno nerbo di esercito; virtù soli- , tarie e sventurate dopo lode fuggitiva vanno a perdersi nelle sorti e nell’onta comune. Digitized by Google LIBRO SESTO — 1806 9 VI. Dalle cose discorse in questo capo derive- rebbe che la società napoletana fosse nel i 8 o 5 rozza, e che le si convenissero costituzioni di go- verno, piuttosto che libere, assolute. Ma per la op- posta parte rammentando i prodigi di libertà del 1799, gli uomini chiari di quel tempo, rab- bassato papato, la già scossa feudalità, si crede- rebbe il popolo già maturo a migliori destini. Le quali opposte sentenze, ambo vere, ambo fallaci, trovano spiegazione dal rillellere che il buon regno divario, il regno migliore di Ferdi- nando sino al 1790, il genio riformatore del pas- sato secolo avevano portalo civiltà nei ministri della monarchia e nei sapienti, ma civiltà di dot- trine che non giunge alla coscienza del popolo. Dopo il 1790 il re per lo spavento della rivo- luzione di Francia, insospettito delle riforme di stato, mutò pensiero e peggiorò il governo; ma il popolo progrediva, e sebbene il re adoperasse asprezze gravi contro i migliori, e molti ne mo- rissero per guerre è condanne, pur la civiltà si diffondeva, cresceva il bisogno dileggi migliori. Non mai società è stata sconvolta quanto la na- poletana ai primi anni del XIX secolo : il potere del re illimitato, ma §enza scopo; nemmeno quel- lo della tirannide perchè gliene mancava la forza; i sapienti avviliti e senza speranza, nemmeno nella servitù perchè disadatti all’ obbedienza e non creduti; il ceto dei nobili disordifiato, in- fermo, non spento; tal che non era nobiltà nè po- polo: la fazione del 99 contumace alle leggi, ra- pace, potentissima al distruggere, al creare im- potente. Era perciò impossibile riordinare lo stato IO LIBRO SESTO — 1806 con le proprie forze dei propri elementi; biso- gnava nuovo re, nuovo regno, ed avvenimento che per la sua grandezza sopisse le domestiche brighe e desse scopo comune alle opere ed alle speranze. ' • CAPO SECONDO Arrivo in Napoli dell’ esercito francese ; poi di Giuseppe Baonaparte. Fatti varii di guerra e di regno. VII. Fuggente per mare il re, la regina e la fa- miglia, i principi Francesco e Leopoldo ritiran- dosi coll’esercito per le Calabrie, una reggenza in Napoli timida ed inesperta, il regno aperto alle schiere nemiche, la città non difesa, i parti- § iani del re fuggitivi o nascosti, la plebaglia on- eggiante tra l’ avidità delle rapine e ’ 1 timor del castigo, gli onesti in arme a difesa della propria vita ed a sostegno degli ordini della città : tal era lo stato del regno ai primi di febbraio del 1806; nel qual tempo cinquantamila Francesi, guidati dal maresciallo Massena, conducevano al trono Giuseppe Buonaparte col nome di luogotenente dell’imperatore Napoleone. Quello esercito, supe- rata senza contrasto la frontiera, avanzando per le vie di Aquila, Ceperano e Fondi, intimò ar- rendersi ai comandanti di Civitella, Pescara, Ca- pua e Gaeta: che non però si arresero, benché le consuete trascuratezze di guerra, e non so quali speranze di pace, avessero ritardato i provvedi- menti di assedio. Intanto l’esercito procedeva. La città di Napoli aveva in quel tempo vergognoso Digitized by biso* lento itiche \ 1 alle eppe la fa- tiran- genza iperto parti- la on- ir del opria al era 806; lidati rono lente .upe- 1 per ) ar- > bèk quali vedi* a. La doso LIBRO SESTO — I80G II privilegio, per far sicura sè stessa rassegnar le chiavi al vincitore giunto in Aversa, e patteggiare ignobile passeggierà quiete a prezzo di durevole servitù. Perciò la paurosa reggenza concordò per ambasciatori, come ho narrato nel precedente li- bro, rimettere al nemico le fortezze, i castelli, i luoghi fortificati trasgredendo il comando lascia- tole dal re Ferdinando di non mai cedere (qua- lunque fosse le estremità dei casi) le fortezze del Regno. Dopo l’accordo Pescara e Capua furono date ai Francesi; Civitella che per virtù del co- mandante colonnello Woed ricusò di obbedire, assediata pochi giorni, bloccala tre mesi, per estre- ma piove rtà di vettovaglie si arrese, e fu da vinci- citori smurata. Gaeta £i apprestò alle difese, per- ciocché il principe di Philipstadt, che ne teneva il governo, rispose alla reggenza eh egli disobbe- diva al comando di lei, per comandi maggiori e onor di guerra. Vili. A’ 1 4 febbraio le prime schiere francesi occu- parono la città, ma l’ ingresso preparato, magnifico per suoni militari, vesti ed insegne, fu guasto da stemperata pioggia. 11 qual temporale sforzò a tor- nare nel porto sette navi, che il giorno innanzi avevano sciolto per la Sicilia, cariche di ricchezze e di persone, che per paurosa coscienza, o parti- giani de’Borhoni, o timidi o in altro modo miseri ed ambiziosi spatriavano. La mala fama di alcuni, sventura di tutti, fece che la polizia avutili in po- tere li chiudesse in carcere. In quel giorno istesso il marchese \ anni morì di volontaria morte. Egli di natali onesti, trista- mente ambizioso, delatore nelle cause di stato, e Digitized by Google 12 LIBRO SESTO — 1806 • di poi barbaro inquisitore ed iniquo giudice, avcn* do tratto dal male oprare potestà., titoli e doni, poi abbandono e dispregio, bramò, allo avvici- narsi dell' esercito francese, fuggire in Sicilia; e perciò ricordando alla regina isuoi servigi, chiese su le regie navi un ricovero da colei negatogli: cosicché dolente della ingratitudine, tediato della vita, aspettò che il nemico giugnesse in città, scrisse il seguente foglio, e si uccise. « L’ingra- >■> t Ululine di una corte perfida, l’avvicinamento « di un nemico terribile, la mancanza di asilo, r> mi han determinato a togliermi la vita, che or- n maimi è dipeso. 11 mio esempio serva a render r> saggi gli altri inquisitori di stato >•>. Onesti sen- si che darebbero buona fama a chi gli scrisse, se non venissero da disperato consiglio I La descritta morte del Vanni, m invita a rife- rire due altri casi. Guidobaldi (le cui nequizie ho rammentato nel precedente libro), depresso all’ entrar de’ Francesi, maltrattato, prigione, ot- tenne in mercè di preghiere e per pietà di ca- nuta vecchiezza vivere confinato in un piccolo villaggio degli Abruzzi ch’era sua patria; ma non ne aveva le dolcezze, perchè abbandonato sin dall' infanzia; ed erano altrove famiglia, magione, ricchezze, rimembranze di vita: poco tempo vi dimorò come in carcere, e disperatamente morì. Più tristo del Guidobaldi era stato nel 1799 il ferocissimo Speciale. Viveva in Sicilia sua patria, dispregiato; allorché da’ disordini della coscienza turbato l’intelletto, divenne maniaco, furioso, sof- frì tutti i dolori e le ingiurie di quel misero stalo: morì, e tanto odio pubblico lo accompagnò nel Digitized by Google :e,aven« e doni, i mici- \ Sicilia; e , chiese itogli: ito delia n cittì, L’iugra* lamento li asilo, che or- render isti sen- scrisse, a rife- eijnizie "presso ne, oi- di ca- jiccolo aa non lo sin rione, ipo vi morì. 799 11 atria, ■ienz* inf- ilato: i nel LIBRO SESTO — 1806 13 sepolcro che i suoi congiunti vergognando, na- scondevano il pianto e non osarono vestirsi a bruno. I cieli han messo sulla terra due giudici presenti delle umane azioni, la coscienza e la istoria. . ' * . IX. U dì i5 dello stesso febbraio, entrato in Napoli Giuseppe Buonaparte ebbe pubblica rive- renza, quale convenivasi a luogotenente di mo- narca potentissimo ed a principe che la fama di- vulgava re di quel regno. Ed oltre all’ obbedienza ed alle officiosità di magistrati, .prescritte dalla reggenza , egli ottenne dal popolo accoglienze grandi e volontarie, che derivavano non da gra- titudine perchè lui nuovo, nè da speranze perchè conquistatore, ma dagl’incanti della fortuna e della potenza. Andò ad abitare la reggia, tutto re fuorché del nome, chiamandosi negli editti prin- cipe francese, grande elettore dell’Impero, luo- gotenente dell’imperatore, comandante in capo T armata di Napoli. Primo editto fu il proclama dell’imperatore Buonaparte, che dal campo di Schónbrunn, al- tiero per vittoria, caldo di vendetta, diceva : « Sol- n dati. In dieci anni io tutto ho fatto per serbare « il re di Napoli, egli tutto ha fatto per perdersi. « Dopo le battaglie di Dego, di Mondo vi, di » Lodi, egli non poteva oppormi che debolissima » resistenza : io confidando nelle sue promesse gli, >» fui generoso. ■ ' ... . «Sia seconda confederazione contro la Francia « fu rotta in Marengo; il re di Napoli, che prima « avea mossa quella ingiusta guerra, rimasto sen* « za alleati e senza difese, abbandonato ne v trat- ■jy Digitized by Googte s 14 ' LIBRO SESTO — 1806 r> tati di Lunevillc, mi si raccomandò benché ne- r> mico, ed io gli perdonai la seconda volta. r> Son pochi mesi appena, stando voi alle porte » di Napoli io, che sospettava nuovi tradimenti >•> di quella corte, potea prevenirli vendicando gli >•> antichi ; ma fui generoso, riconobbi la neutra- >•> lità di Napoli ; v’imposi di sgomberare quel re- » gno, e per la terza volta la casa de’ Borboni fu » confermata sul trono e salvata. r> Perdoneremo la quarta volta? Confideremo « di nuovo in mia corte senza fede, senza onore, » senza senno? No, no! La casa di Napoli ha ces- » sato di regnare; la sua esistenza è incompatibile >■> col riposo di Europa e con l’ onore della mia r> corona. » Soldati, marciate, subissate ne’flutti, se avran- « no r animo di attendervi, i deboli battaglioni de’ tiranni de’ mari. Dimostrate al mondo in qual » modo noi puniamo le spergiurate fedi. AfFret- » tatevi ad avvisarmi che tutta Italia è governata >» da leggi mie o de’ miei collegati; che il paese » più belio della terra è alfin libero del giogo im- n postogli da’più perfidi degli uomini; che la san- » tità de trattati è vendicata, e . sono placate le » ombre de’ valorosi miei soldati, reduci dall’E- » gitto, scampati da’ pericoli del mare, de’ deserti, » delle battaglie, trucidati empiamente ne’ porti « della Sicilia. Soldati, mio fratello è con voi, depositario >■> de’ miei pensieri e della mia autorità: io fido in » lui, fidateci voi jj. Lo stile del foglio e la potenza di chi lo scrisse rassicuravano i Napoletani contro le borboniche vendette ricordate dal 99. Digitized by Googlq cbè ne- ta. le porte limenti ndo gli neutra- pel re- boni fri leremo onore, ba ces- atibile la mia aran- cioni nqual Vffret- 3rnata paese pira- a san- ate le di’JS- serti, porti itario lo in risse icbe LIBRO SESTO — 1806 ’ 15 X. Prima cura del principe Giuseppe fu il per- seguire 1 esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie; imperciocché avendo facilmente occu- pate le isole di Capri, Procida ed Ischia, molti castelli, e tutte le fortezze, fuorché Gaeta, seinbra- vagli che poco altro gli abbisognasse per cacciare affatto dal Regno la bandiera dell’ antico dominio e compiere la conquista. Diecimila Francesi co- mandati dal generai Regnier inseguivano quat- tordicimila napoletani, obbedienti al generai Da- mas, co’ quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo, a danno più che a vantaggio della guerra; essendo i principi e i re, se combattenti, giovevole esempio agli eserciti, ma intoppo e sco- ramento se ognora lontani dalle fatiche e dai pericoli. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura in mezzo a’ monti, alla quale sono ingresso ed uscita due valli malagevoli e lunghe. I popoli della Calabria erano allora schivi all'in- vito di parteggiare per i Borboni; e qual fosse in quel tempo l’esercito napoletano. I lio discorso nelle precedenti pagine. L’oste francese, che aveva rotto in Campestri- no e Lagonegro poche schiere guidate dal colon- nello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano, messo a vedetta i fuggiaschi avvisa- rono le schiere di Campotanese levarsi in arme. Le quali ordinate in due linee, mentre intende- vano a difendere la stretta, videro sopra i monti (mal guardati perchè creduti inaccessibili) discen- dere i Francesi rapidamente verso il piano; inti- morirono , si scomposero , e viepiù il nemico appressandosi e cominciando il fuoco, si ritira- Digitized by Google 16 LIBRO SESTO — 1806 vano confusamente. Ma la strettezza del luogo, i carreggi, la calca ingombrando l’uscita, perchè salvaronsi alla spicciolata, pochi morirono, l’e- soggettarono tutte quelle terre, fuorché Maratea, Amantea e Scilla, forti di mura e di armi. XI. Mentre l'esercito combatteva in Calabria, Giuseppe in Xapoli ordinava il governo. Prescris- se che durassero le antiche leggi, gli oflizii, gli ofliziali; e promettendo migliorar lo stato senza scossa dissipò i sospetti, blandì i dolori, svegliò le speranze e le ambizioni. In quel tempo mede- simo compose il novello ministero di sei ministri, quattro napoletani, due francesi; e de’primi, tre nobili, commendator Pignatelli, principe di Bi- signano, duca di Cassano; e’1 quarto, magistrato, Michelangelo Cianciulli, tutti onesti per lama ed opere, non mai seguaci di troppo libere dottrine, sempre amanti di monarchia; de due francesi, Miotj ministro per la guerra, aveva rinomanza di moderato; Saliceti, ministro per la polizia, di gia- cobino. I patriolti non favoriti ne’ primi impieghi, mormoravano; ma Saliceti con le promesse e con la pompa della sua potenza gli acchetò. Si formò un reggimento di fanti ed appresso al- tri tre: e basti averlo accennato in questo libro, riserbandomi di trattar le cose militari de' due re francesi nel regno di Gioacchino, -essendone quello il luogo istorico. Si ordinò la Polizia: delle facoltà del ministro, quella di arrestare e ritenere raccogliendosi ne’ porti e nelle spiagge dell’ ulti- ma Calabria, imbarcarono per Sicilia. I Francesi □igitized by LIBllO SESTO — 1806 17 nelle prigioni, per prudenza di alta polizia, le per- sone accusale di delitti di stato, faceva offesa alla giustizia; spavento alla innocenza;, ed era asprez- za di governo nuovo, necessaria forse, ma terri- bile. Provvedendo agli offizii vacanti prevalsero nella scelta de’ giudiziari ed amministrativi, i ser- vigi prestati innanzi allo stato; di quei di polizia le libere opinioni ed i patimenti sotto il passato re : ina per tutti si voleva buona fama ed one- sta vita. XII. Giuseppe andò a visitare le conquistate Ca- labrie, e da quei popoli ebbe applauso di obbe- dienza non di affetto; perciocché il merito di lui non era da moltitudine, mancandogli grandezza di persona, viso audace, e dir sicuro, alto e fa- condo. Lui assente, i ministri lasciati al governo della città diedero destino a’ militari fatti prigioni in Cainpotanese ed in altre parti del regno, de- cretando: libertà a chi giurò fede al novello go- verno, premii a’ traditori, prigionia a’ pochi rima- sti saldi al giuramento, giudizio per il solo gene- rai Rodio. Rodio nel 1799 parteggiò, come dissi, per i Borboni negli sconvolgimenti civili degli Abruzzi, e, fortunato, guadagnò regio favore, lar- ghi doni e grado di brigadiere nei regali eserciti; . ma lordò il nome con le infamie dell’ anarchia. Quando poi nel 1804 l e armi francesi, a castigo del re Ferdinando ed a sicurtà di sua fede, te- nevano gli Abruzzi e le Pqglie, Rodio, detto dal governo commissario civile in quelle province, servì con zelo, impedì molti danni, contrastò le rapaci voglie degli occupatori, e, come è costume de potenti, gli ebbe nemici. La primitiva sua mala CoLMXTA, T. III. 2 18 LIBRO SESTO — 1806 fama e le recenti nimicizie furono motivi al pro- cesso. Motivi, non colpe. Onde a pretesto accusato di aver sommosso i popoli alle spalle dell’esercito francese, una commissione militare, che fu la pri- ma nel Regno, tribunale terribile, inappellabile, lo dichiarò innocente ; ma certi Francesi nemici a lui più superbi, e per nazionale vergogna due Napoletani ai grado e nome, fingendo non so quale pericolo di stato, indussero il governo a sottoporre Rodio a novello giudizio. La seconda commissione lo dannò a morte, e per fino il modo del morire fu acerbo essendo stato archibugiato alle spalle. Così quel misero in dieci ore fu giu- dicato due volte, assoluto e condannato, libero e spento; ed aveva moglie, figliuoli, servigi e fa- ma. La immanità spiacque a tutti, fu grande ed universale il terrore. Ed indi a poco peggiorarono le nostre sorti. L’isola di Capri, mal guardata, fu dopo debole contrasto espugnata dagl’ Inglesi, facendo prigioni i soldati che la guarnivano, ed uccidendo per castigo o mettendo in carcere quegl’isolani che, incauti, seguirono le parti francesi; l’isola fortifi- cata e munita di numerosi presidii, divenuta ri- covero di briganti, fucina e centro di politiche trame, venne governata dal colonnello Lowe, lo stesso che anni dopo fu rigido custode di Buo- naparte in Sant’ Elena.L’ altra isola detta di Ponza fu in quel tempo medesimo presidiata di Siciliani rètti dal principe di Canosa, che, nuovo allora, andò subitamente diffamato per opere pessime. Gaeta, afforzata di nuovi presidii minaccciava il LIBRO SESTO — 1806 19 • • campo francese. Gli -altri forti della Calabria, non ancora ceduti, ricoveravano Borboniani in gran numero per restarvi a difesa o per uscirne a campeggiare e distruggere le terre possedute dal nemico. La regina di Sicilia mandava nel Re- gno i campioni più conti del gg. £ tante faci di civili discordie si facevano inccndii a cagione dei corrotti costumi del popolo, de mali inerenti alla conquista, de’ vizi de conquistatori. XIII. Così sconvolto era il reame quando Giu- seppe fu nominato re delle due Sicilie. 11 decre- to deir imperatore Napoleone, dato da Parigi il 3 o marzo 1806, diceva: che egli, fatto per legittimo diritto di conquista signore de’ reami di Napoli e di Sicilia, vi nominava re Giuseppe Napoleone suo fratello. Indi regolava la discen- denza, sei’bava nel territorio napoletano sei grandi feudi dell’Impero, e nella finanza un milione di franchi (ducati duecentoquarantamila) di entrata annuale per gratificarne i più. meritevoli dell’eser- cito, manteneva a Giuseppe il diritto di successione al trono di Francia, dichiarava la corona delle due Sicilie sempre divisa dalla francese e dalla italica. Giuseppe, avuto quel decreto in Reggio, luogo estremo delle Calabrie, volse frettoloso verso Na- poli, e vi giunse agli 1 1 di maggio con corteggio di re, pomposo per gran lusso e per le fogge ma- gnifiche di tre senatori francesi venuti ad amba- sciata per riverire in nome del senato di Francia il nuovo monarca. Ma il popolo a tante apparenze di grandezza restò muto, perchè il nome regio niente aggiungeva alla già nota possanza, e le do- mestiche torbidezze offuscavano lo splendore e minacciavano la sicurezza del trono. 20 LIBRO SESTO — 1806 XIV. Non bastando le schiere francesi a man- tenere le terre occupate, debellar le nemiche, sedare i tumulti e le ribellioni, respingere gli assalti degl’inglesi e del re di Sicilia, intese il governo di Napoli ad accrescere la forza dell’ armi per fatica e per senno. Divise l’ esercito in tre squadre. Presidiar con l’una le fortezze, la città, i luoghi maggiori del Regno; correre con l’altra le province, stringere con la terza gli assedii; mostrar la Polizia vigilante, arbitraria, severa, potentissima; far buone leggi, promettere futura prosperità, giovare i partigiani suoi e ingrandirne il numero; tali furono i provvedimenti di stato. L’assedio di Gaeta lentamente avanzava, do- vendo gli assalitori coprirsi dalle offese dei ba- stioni e delle navi che scorrendo lungo il lilo battevano di fianco il campo e gli approcci. E nella fortezza cresceva il numero de’ soldati, ab- bondavano le provvigioni di guerra e di alimento, si scambiavano con nuove schiere le affaticate o inferme, era la ritirata sicura sopra i vascelli; e perciò quel presidio non pativa i travagli ordi- nari degli assedii che sono scarsezza di vitto e di riposo, trascuranza di salute e di vita. Aggiungeva forza a quelle genti il saldo ingegno ed il valore del principe di Philipstadt supremo nella fortez- za; c se all'animo di guerra era uguale il sapere, più lunghe e mortali sarieno state le fatiche de- gli oppugnatori. Le squadre francesi percorrendo le ribellate o ribellanti province, portavano guerra, danni e terrore; tanto più che i partigiani del novello stato mossi da zelo e talvolta da malvage pas- Digitized by LIBRO SESTO — 1806 •21 stoni , denunziando i fazionari della contraria parte, ne producevano l’esterminio. La schiera che dovea soggettare la Calabria ebbe carico di espugnar Mar atea, città murata, che in quel tem- po racchiudeva grande numero di Borboniani, ivi accolli perchè il luogo alpestre fusse ajuto «Ielle armi e facile la ritirata sopra le navi nel sottoposto mare di Policasta). Ma non ristando perciò dagli assalti l' abile condottiero de Fran- cesi, generale Laniarque, tre giorni combatterono, questi con maggior arte ed ordini, quegli con. maggior numero, gli uni e gli altri con valore uguale. Più volte la vittoria ondeggiò, sì che i Borboniani il primo giorno furono in procinto di abbandonare la città, i Francesi nel secondo di levare il campo; ma nel terzo la discordia, fa- cile ad accendersi fra popolari adunanze, trasse gli assediati chi a fuggire, chi a ripararsi sulle navi, chi a chiudersi nella cittadella. Presa la città e messa a sacco, arresa la cittadella nel seguente giorno, furono le morti numerose e crudeli; tanto guasto essendo il costume del secolo che le pra- tiche di umanità serbate in guerra, non si credono dovute a popoli armati, benché fossero quelle armi sacre e legittime. Disfatta Maratea e 'lasciata alle sue miserie, i Francesi avanzando nella Calabria, soggettando tutte le terre sino a Cosenza, cinsero di assedio Amantea. Ma tanta nemicizia scoppiò contr’ essi ne’ popoli, che al primo apparire di quelle armi i cittadini disertavano le città, i contadini le ville, e girando per sentieri nascosti si adunavano ar- mati alle spalle della colonna a fin di combattere 22 LIBRO SESTO — 1806 le ultime file ed opprimere quei soldati che stan- chi o infermi se ne scostavano. Saputi dal re di Sicilia quei moti, compose schiera di partigiani e soldati che disbarcando presso a Reggio espu- gnarono la città, strinsero di assedio Scilla, datasi mesi prima senza contrasto a’ Francesi, e prose- f uivano circondati dalla foga del popolo verso lonteleone. Mentre il generale Steward, uscito dai porti della Sicilia con seimila fanti e cavalieri inglesi, fornito di abbondanti artiglierie di ma- rina, ajutalo dalle ciurme, scese nel golfo di San- t’Eufemia presso a Nicastro, e poco innanzi alla riva pose il campo fortificato con potenti e co- perte batterìe eli cannoni, ed avendo provvisto per le avversità di fortuna il ritorno alle navi. Ma non moveva per non perdere i vantaggi del luogo, e perchè bastava il grido a più concitare quelle genti contro i Francesi. Il generale Regnicr, comandante nelle Calabrie, vedendo il doppio assalto di Siciliani e d’inglesi, raccolse i suoi (seimila soldati) e gli accampò in Maida, lungi sette miglia dalle tende nemiche, in luogo eminente e munito. Ma le genti sollevate intorno al campo predavano tuttodì le vettovaglie, uccidevano i soldati smarriti, peggioravano le condizioni di vita e di sicurezza; e l’oste inglese messa su le arene infuocate di quel lito deserto, percossa nel giorno da’ raggi cocentissimi del sol di luglio, respirando nella notte l’ aure insalubri de’ vicini paludi, languiva, infermava, era in procinto di abbandonar l’impresa. Quando Re- gnier, avido di vendetta, assaltò il campo; egli che iu Egitto combattendo contro Steward fu sventurato, sperava ristoro di fortuna in Calabria. d by Google LIBRO SESTO — 1806 23 Ordinale le schiere in duelinee, marciò paral- lelamente all’ ordine di battaglia degl’inglési, for- mati e fermi innanzi al campo, volendo (ei diceva) sospingerli nel mare confusamente si che a loro mancasse 1 ajuto delle navi. Ma queste, vedendo a poca distanza gli assalitori e tollerandone la prime offese, smascherarono le batterìe e cominciarono fuoco vivissimo di cannoni e archibugi. La prima linea liancese fu dalle troppe morti disordinata, sì che un sol reggimento, ed era svizzero, perdè in pochi istanti mille e tredici soldati. Regnier rinnovando la battaglia, comandò il passaggio di linea , e che la cavallerìa assaltasse le formidabili batterìe ; ma nè queste furono prese, nè la seconda pruova fu della prima più avventurosa. In menu di due ore le perdite francesi erano così grandi che il generale fece suonare a raccolta, e ridusse quattromila uomini appena sopra i monti di Ki- castroe Tiriolo, serbando il possesso di Catanzaro ed aperto il cammino verso Cosenza. D’altra parte il generale Steward non inseguì l’esercito fuggi- tivo, ma traversando la estrema Calabria, conci- tando i popoli, lasciando presidii di luogo in luogo, afforzando 1 assedio di Scilla, tornò in Messina colla maggior parte delle sue genti, su- perbo del secondo trionfo sopra Regnier. XV- Le quali cose aggiungevano animo a’ ne- mici del governo, ed al governo sdegno e so- spetto. Fatta potentissima la Polizia, sursero in gran numero spiatori e delatori delle opere e dei pensieri altrui, e lo infame mestiero coprendosi dell amore e zelo di patria seduceva per fin gli onesti^ come nella opposta parte le immunità elei % 24 LIBRO SESTO — 1806 brigantaggio si onoravano del nome di fedeltà per lo antico re. E così vizi e delitti, prendendo della virtù il linguaggio e l’aspetto, divenivano irreparabili, ed erano, come che turpissimi, dalle proprie sètte ammirati. Piene le prigioni di colpevoli e d’infelici, le commissioni militari non bastavano al tristo uffi- zio di giudicarli; le morti per condanne o co- mando non erano numerate nè numerabili; i modi del giustiziare varii , nuovi, terribili; e quasi non bastassero l’archibugio, la mannaia, il cape- stro, in Monteleone, città capo di provincia, fu appeso al muro uomo vivente e fatto morire la- pidato dal popolo; ed in Lagonegro, non piccola città di Basilicata, io viddiun misero conficcato al palo con barbarie ottomana. Non erano prescritte dal governo quelle morti, ma tra gli abusi d’ im- pero e la estrema servitù de vinti, il giudizio e la fantasia degli agenti regii avevano potenza di legge. E difatti quel martirio di palo fu coman- dato da un colonnello francese ch’era stato in Turchia viaggiatore o prigioniero. Facendo pericolo il gran numero de’ carcerati, che spesso rompendo le catene uscivano feroci ed animati da vendetta e disperazione, la Polizia se ne sgravava in due modi: o col pretesto di tra- durli ad altro carcere, facendoli uccidere tra via; 0 mandandogli prigioni in Compiano, Fenestrel- le ed altre più remote fortezze della Francia. Al primo modo immolaronsi i più oscuri, al secondo 1 più diffamali, come Dueccc, Brandi, Palmieri, e parecchi altri. 11 popolo per questi si allegrava; appresso crescendo l’arbitrio, rele ma poco appresso legan- libro sèsto — tsoe 25 dosi i meno tristi, i meno rei, poi gl’innocenti, la stolta pubblica gioia si cambiò in terrore. Ma ristoriamo 1 animo col racconto (li savie leggi e di benefiche instituzioni; dovendo spesso, a mio mal grado, ritornare al subbietto del bri- gantaggio, che, spento non prima dell’anno 1810, lordò tutto il regno di Giuseppe, e non poca parte del regno di Gioacchino. CAPO TERZO . - r • - Riordinamento del ministero e delle amministrazioni. > Nuove discordie civili. Fatti di guerra. • ' ' . - ■ . . , XVI. Furono riordinati i ministeri: quello degli affari stranieri, inutile finché durano i moti della conquista, fu indi a poco affidato al marchese del Gallo pur ora ambasciatore del re Ferdinando presso l’imperatore de’ Francesi. 11 qual rapido potenza, da falli dell antico re, da segni di telici ta che trasparivano in quel nuovo stato, dal proprio comodo e della incostanza del secolo. Il mini- stero dell’interno ebbe carico di quella parte di economia civile che racchiude l’amministrazio- ne delle comunità e delle province, le arti, le scienze, le fondazioni di pietà ed utilità pubblica. Dipoi, regolate con nuove leggi le amministra- zioni, fu meglio il regno diriso in province, di- stretti e comunità: un capo amministratore, ehe chiamarono intendente (abolito il prèside), atten- deva alla provincia, il sotto-intendente al distretto. Digitized by Google 26 LIBBO SESTO — 1806 il sindaco al municipio. Un consiglio comunale, detto Deeurionato, fissava i bisogni, le spese, le entrate; eleggeva gl’ impiegati municipali durabili un anno; vegliava cbe non mancassero a’ loro de- biti; li giudicava dopo l’ uffizio. Questa rappresen- tanza della comunità componevasi, secondo il numero degli abitanti, di dicci a trenta, scelti a sorte fra i possidenti, di età maggiore di ventun anni, rinnovandone in ogni anno la quarta parte. Ciò cbe il Deeurionato .per la comunità, era il consiglio distrettuale per il distretto, il provin- ciale per la provincia : dieci membri componeva- no il primo, venti il secondo; gli uni e gli altri proposti in maggior numero da’ decurionati tra i possidenti del distretto e della provincia, ed eletti dal re, cbe vi aggiungeva un presidente preso fra i più ricchi e nobili del regno. Quei consigli adunati in ogni anno, il distrettuale per quindici f iorni, il provinciale per venti, giudicavano i conti el sotto-intendente e dell’intendente, distribui- vano le imposte regie fra distretti e cornimi, si richiamavano de’ mali pubblici, e poi palesando i possibili miglioramenti, le speranze e i voti dei popoli, inferivano direttamente al governo. L’in- tendente, maggiore di tutti nella provincia, era negli ultimi giorni dell’anno sindacato da’ suoi soggetti, e censurato se manchevole, ed accusato se ingiusto, vicenda in cui risiede la civil libertà. XVII. Concentrate nell’autorità del governo le amministrazioni delle province, dovea darsi un consiglio allo stalo, e fu dato. Era composto di treniasei consiglieri, un segretario, otto relatori, un numero indefinito di auditori, un vice-presi- LIBRO SESTO — 1806 27 dente , un presidente, il re: dava sopra ogni legge parere segreto per giuramento e statuto. Chi guar- dasse alle condizioni di quel consiglio lo direbbe S arte della potestà regia ; e chi alle occorrenze e’ tempi, instituzione libera e popolare. Senato al certo consultivo, ma in presenza del re, a rin- contro de’ ministri, di opposizione o almeno di ritegno al voler cieco del potere. Il re ne creava i membri; ma re nuovo dovea sceglierli fra i me- ritevoli, che erano gli onesti per fama e i sapienti. Segreto il voto; ma poiché cinquanta i presenti, non mancava il benefizio della pubblicità, che non risiede negli usci spalancati alla plebe, ma nel giudizio sempre retto delle moltitudini e quin- di nel bisogno, per trarre dal discorso laude e consentimento* del dir vero e giusto. Ed ol tracio (il nostro orgoglio non se ne of- fenda) non eravamo allora bastanti a più libere instituzioni; cbè si vogliono costume non leggi per far libero un popolo; nè la libertà procede per salti di rivoluzione, ma per gradi di civiltà; ed è saggio il legislatore che spiana il cammino a’ progressi, non quegli che spinge la società verso un bene ideale, cui non sono eguali le concezioni della mente, i desiderii del cuore, gli abiti della vita. Confessiamolo e speriamo; poco si addice e poco basta a noi molti Italiani, troppo civili o non civili abbastanza per le imprese di libertà. L’orditura del sistema amministrativo che ho descritto jera imitata dalle più libere umane as- sociazioni, la Grecia, Roma repubblica, Roma impero sotto Nerva e Trajano. Dipoi Costantino per avarizia e stoltezza tolse alle comunità l’eco- ■w 28 LIBRO SESTO — I80G nomia di sè slesse; e suo figlio sparli i beni co- muni tra’l fisco c’1 clero. Riparò Giuliano a quelle ingiustizie, Yalentiniano le ravvivò, Teodosio le spense di nuovo: la libertà dell’amministrazione camminava con le libertà politiche. In Francia, in Alemagna, in Inghilterra, in Italia, i comuni ritornarono liberi nell' undicesimo secolo : Napoli molto innanzi aveva un consiglio municipale. Ma la mortifera pianta della feudalità coprì il mondo, ogni libertà fu distrutta; il rialzarsi di qualche città, la benignità di qualche principe, erano ec- cezioni alle regole di servitù, breve respiro nella vita de’ popoli. LTnghillerra, prima in Europa, dipoi a nostri tempi la Francia, con l’acquisto delle libertà po- litiche resero l’amministrazione a’ comuni. La Co- stituente francese fece ancor troppo, dando alle libertà municipali tante soperchie guarentigie che le furono catene; ed isprecando per i bisogni e i disordini della rivoluzione i beni delle comunità. Succedè F Impero : Buonaparle volendo prospera la F rancia le dava giovevoli instituzioni, ma coi modi del dispotismo; perocché questo è il difetto ( se pur difetto ) delle menti eccelse. Alle troppe regole della Costituente unito il troppo vigor del- F Impero, sursero ordinanze severe, severamente osservate : minacciato il consiglierò clic rifiutasse di sedere a’ consigli, sospetto il cittadino che ri- nunziasse alcuna carica del comune, tutti gli uf- fizi i di libertà esercitati con pazienza servile; la bontà del sistema scomparve. Si aggiunse che ad- dossando alcune spese del tesoro pubblico al pa- trimonio delle comunità, F amministrazione, di- / m LIBRO SESTO — 180G • 29 venuta fiscale, scambiò l’indole; i dazi comunali non più si pagavano cpietamente come lo spen- dere per la famiglia, ma di mal cuore cornei tri- buti «el fisco. Tal quale era Y amministrazione in Francia fu trapiantata nel reame di Napoli. XVIII. Ed in quel tempo istesso altro giovamento si fece al Regno, componendo le guardie provin- ciali nelle provincie, le civiche nelle città, e dando a’ cittadini armi e potere. Per ogni provincia una legione divisa per distretti e comunità; nella sola città di Napoli sei reggimenti; il servizio gratuito a sostegno degli ordini interni; legionari i possi- denti di beni, o d’industrie, o d’ impieghi; la sceltaloro dalle autoritàmunicfpali, la dipendenza dalle civili, la nomina dal re. Furono queste le basi della milizia interna, forza de’ governi che hanno co’ popoli interessi comuni, pericolo dei contrarii. Ma l’ avversione de’ Napoletani alle armi, il so- spetto che dalle milizie civili si coscrivesse 1 eser- cito, i pericoli del servire attesoché i briganti erano molti ed audaci, ed infine il non aver ben sentito il genio salutare di quella instiluzione, fu- rono cagioni di popolare scontentezza e ritegno. Restò la legge rotta di effetto; ma di poi migliore senno e’1 bisogno di opporsi a’ guasti sempremai crescenti del brigantaggio poterono più del co- mando; e a poco a poco quelle milizie forma vansi, benché deboli e disperse, essendo riserbato al succedente regno d’ingrandire e compiere opera tanto generosa e cittadina. Le menti più sagge godevano al vedere il vincitore armare i vinti, e 1 amor di conquista confondere con l’amor di patria. J Coogle 30 - * LIBRO SESTO — 1800 XIX. Vasta pianura, una volta fondo del mare, quindi alzata per chiare e terre scese da’ monti con lo scorrere de’ torrenti, abbandonata perciò dalle acque marine, e col passar de’ secoli coperta d’alberi e di città , è ciuella parte di Capitanata cbe chiamano Tavoliere; lunga settanta miglia, varia- mente larga. Il clima vi è temperato, e l’erba e l’acqua abbondante, sì cbe nel verno le minute greggi trovano pastura nel Tavolierecome in estate su i monti. Sin da remotissimo tempo, cbe sarebbe fuggito dalla memoria degli uomini se Yarrone noi ricor- dasse ne libri suoi, quel terreno, destinato a pa- scolo, produceva ricco tributo allo stato. Col va- riar de regni andò parte d’esso venduta o data in dono nel dominio de’ baroni e de’ preti; ma nel XV secolo Alfonso I di Aragona la richiamò al fisco per contratti perpetui, e così le cose re- starono sino a noi. Erano i pascoli naturali, va- f anti le greggi, gravi le taglie, ingannevoli i modi e’ tributari e della finanza; e sì che facea mara- viglia vedere la pastorizia di barbara nascente so- cietà serbarsi fino a’ nostri tempi; e le pratiche de’ pubblicani aver rigore al XIX secolo , nella patria, e non ha guari sotto gli occhi del Palmieri, del Galiani, del Filangieri espositori più volte , non mai graditi, de’ mali del Tavoliere e de’ri- mediL Una legge di Giuseppe diede a censo perpetuo quelle terre, preferendo i Locali (così chiamavano gli antichi fittaiuoli); ma vietando i troppo grandi acquisti, sciogliendo le servitù, facendo libere le proprietà, rivocando la dogana, la doganella, i LIBRO SESTO — 1806 31 cavallari, 1 guardiani; vincoli antichi e danni con- tinui di quella industria. E così, divenuti padroni i censuari, ristretti i pascoli a’ soli bisogni, col- tivate le residue terre a piante fruttifere, intro- dotta, per la via certa degl’ interessi, la coltiva- zione de’ prati, arricchì la finanza, prosperò l’a- gricoltura, migliorarono le sorti de’ pastori, le condizioni delle greggi: e nel tempo stesso per gratuite concessioni di non pochi terreni a’ più miseri cittadini, la povertà fu sollevata, e sursero novelli possidenti; prudenza di governo nuovo e pubblica utilità dove ancora rozze sono le indu- strie. XX. Mentre buone leggi promettevano al regno futura felicità, molti mali presentilo affliggevano. Il generai Regnier, vinto in Santa Eufemia, tra- vagliatosopraimonti di T irido, sentendo la prima Calabria sollevata in armi, raccolse le schiere in Cosenza, ed unendole alle altre poche del generai Verdier, proseguì lentamente a ritirarsi verso Ba- silicata. Così Amantea. guardata da’Borboniani, fu liberata di assedio; Scilla, che i Borboniani asse- diavano, più stretta e disperata di ajuto; Cotrone ceduto agli Anglo-Siculi; tutte le Calabrie perdute da’ Francesi. Per lo esempio e fortuna de’ Cala- bresi incitati a guerra, ipopoli delle altre provin- ce, la Basilicata, i due Principati e Molise formi- cavano di bande borboniche; la Terra di Lavoro era sommossa da Fra Diavolo, gli Abruzzi dal Piccioli, le Puglie dalle navi nemiche scorrenti l’Ionio e l’Adriatico; la stessa Napoli tollerava gli oltraggi delle artiglierie di mare siciliane ed inglesi. . • ' 32 LIBRO SESTO — 1 80(5 Le congiure continue: molti ufGziali , arte francese dodici barche napoletane. 1 baluar- di della fortezza tiravano dì e notte, sì che furono numerati in ventiquattro ore duemila colpi, sen- z’ apportarci alcun danno. Ma dagli assediatori nessun colpo partiva, so- lamente intesi a stringere la fortezza. Si stava, al finire di giugno, sul fossato, dirigendo le opere a’ luoghi dove aprir Breccia eh’ erano due: la cit- tadella (così chiamata impropriamente una grossa torre), ed il bastione della breccia che ricorda col nome le offese di altro assedio. Al primo lu- glio impreso il trasporto delle artiglierie; a’ 6 tutte le batterìe munite di ottanta cannoni di grosso calibro e mortari; a’ 7 spuntando il giorno, dato il segno, scoppiarono ad un punto i preparati fuochi, romor terribile dopo lungo silenzio agli assediati, che recandosi a’ bastioni risposero con maggior numero di offese, avendo artiglierìe più abbondanti. In dieci giorni di continuo percuo- tere erano fatte alla cittadella le brecce, abbiso- gnandone due per uno ingresso; ma la breccia al bastione, di più saldi muri, non era compiuta, e perciò aggiugnendo altri cannoni si speravano ambe le entrate, per la sera del 19, aperte e facili. XXII. Benché gli assalti fussero preparati per * * ■ ■ ■ I 36 ' LIBRO SESTO — 1806 la mattina del 20, i Francesi a’ primi albóri del x8, formate la schiere a colonna, simularono quel moto che nel campo suol precedere il punto di montar la breccia. E gli assediati, viste aperte le mura ed in pronto il nemico di assaltarle, diman- darono patti di resa; ma non cosi certamente se il prode Pliilipstadt era nella fortezza; impercioc- ché il colonnello Storz, che dopo la mortai ferita del primo ne faceva le veci, animoso anch'egli e risoluto alla guerra, aveva debole autorità di se- condo, e comandava per consigli, male estremo degli assedii. Fu concordato in quel giorno istesso rendere Gaeta a’ Francesi ed imbarcare la guer- nigione per Sicilia, prima giurando di non com- battere contro la' Francia ed i suoi confederati per un anno ed un giorno. Erano i prigioni tre- mila e quattrocento, alcune altre cenlinaja rima- sero con gli stessi patti agli ospedali; altri per via di mare fuggirono liberi; ed altri, infedeli o incostanti, si diedero nascostamente al vincitore. Al giorno delle prime offese, 7 luglio, monta- vano gli assediati intorno a settemila, metà degli assediatori; bordeggiavano in giro alla fortezza o stavano ancorati nel porto quattro vascelli inglesi, sei fregate, trenta cannoniere o bombarde, alcune navi da trasporto. In tutto l’assedio la fortezza tirò centomila palle o bombe, e l’altra parte qua- rantamila. Furono morti o feriti novecento Bor- boniani, mille e cento Francesi: tra Borboniani ferito nel capo il principe Pliilipstadt; tra Fran- cesi il generai Yallongue colpito da scheggia di bomba, cessò di vivere al terzo giorno; ed il ge- nerai Grigny con miglior fortuna mozzato del - Digitized by Google LIBRO SESTO — 1806 37 capo da una palla da sedici. Degli altri, prodi ancor essi, sono i nomi oscuri ed inonorati. XXni. L’esercito di Gaeta, dopo breve riposo, sotto il comando dello stesso Massena, andò nelle ribellate Calabrie, bandite dal governo in istato di guerra) cessando in quelle province 1 impero delle leggi, l’autorità de’ magistrati, le forme, i giudizi, gli usi civili, si commettevano le facoltà, la libertà /la .vita de' Calabresi al volere del solo uomo che reggeva l’esercito. Minaccia e pericoli così grandi non impaurirono qaielle genti che in gran numero adunate in Lauria, sostenute dal genio degli abitanti, e tenendo ritirata sicura su gli alpestri monti del Gaudo, s’imboscarono in- nanzi alla città; ed all apparire della prima schiera francese, sollecita per troppo sdegno, si palesaro- no innanzi tempo per colpi diarchibugio. Indi sbi- gottendo fuggirono, ed a quello aspetto di timore gli abitanti della città (fuorché gf inabili all’ an- dare, vecchi, infermi, fanciulli) seguirono la fuga. Lauria, meno a castigo che per primo esempio, fu messa a sacco ed arsa dal vincitore, sì che bruciarono con le case alcuni de’ rimasti abitanti deboli ed innocenti. L’esercito avanzò, e fatte caute le altre città, accoglievano il vincitore con segni di amicizia e di allegrezza. Massena dopo aver cinto di assedio Amantea e Cotrone, giunto a Palme si arrestò) perchè in quell* ultima Cala- bria erano forti i luoghi e guardati da molti di- fensori, con animo fermato ad estremo combat- tere. Le terre che i Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle che gl’inglesi o Siciliani, a Ferdinando) le non occupate dagli eserciti sog- LIBRO SESTO — 1806 giacevano alla fortuna delle civili fazioni: cosi die in quelle provincie si vedevano molte morti, nessuna battaglia , i danni della guerra non la gloria. . ' ‘ . I due castelli assediati oederono al fine con sorte diversa de’ presidii, ma gloria eguale; Aman- tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi- tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi- tatori, fondata quasi su la marina del Tirreno, sopra un gran sasso già scoglio; la. chiudono da tre lati le rupi, e dal quarto un vecchio muro fra due deboli bastioni; pochi soldati la guarda- vano e molli Borboniani, gli uni e gli altri sotto il governo del colonnello Mirabelli, nato in quella città, ricco, nobile, usato all’armi ed alfonore; tre cannoni di ferro munivano i baluardi, le mu- nizioni e le vettovaglie bastavano, T animo ridon- dava. Il generai Verdier con tremiladuecenlo sol- dati, artiglierìe ed attrezzi, andò ad assaltarla; e quindi cinta quella fronte del castello che è verso la campagna, alzata una batteria di cannoni e di obici, agli albóri del giorno, per segno convenuto, avanzarono a corsa con le scalei soldati più prodi, 1 P 111 1*1 1 11 » !• !• ma la forza del luogo ed il valore del presidio li respinse, sicché scemati ritornarono ai campi. Altre offese, albi assalti, altre minacce andate a vuoto, il generale sperò di entrare in Amantea per il lato meno guardato, perchè creduto inac- cessibile. In una notte lunga e foscadel dicembre, piccolo drappello di sette uomini, de’ quali primo u più destro , rampicandosi fra sassi che separano dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva il parlare delle ascolte nemiche, mentre colonna più numerosa con funi e scale tacitamente seguiva U Digitized by Googld LIBRO SESTO — 1807 39 le segnate tracce, ed altre schiere gridando e spa- rando attaccavano il muro bastionato per diver- tire i difensori dal vero assalto. Ma per voce infan- tile che dalla fronte di mare grida i Francesi, ac- corrono le guardie, tirano sassi cd arcliibugiate verso il luogo che il fanciullo indicava ; è colpito un de’ sette e muore; altri della colonna maggiore sono feriti; ma nessuno si lagna per non disco- prile la impresa. Si rassicurava per quel silenzio il presidio, scemavano i colpi, udivasi un Cala- brese rimprocciare il fanciullo dell’ affermare osti- nato di aver visto e inteso i nemici, quando un obice del campo scoppiò in aria, e con la luce palesò gli assalitori. Mille offese ad un punto par- tirono da’ vicini ripari, molti de Francesi furono morti, si arrestarono gli altri e si raccolsero nei campi. 11 generale poi che vide non bastar le sor- prese, non gl’inganni, non le forze, levato l’as- sedio, ritornò doglioso ed assetato di vendetta in Cosenza. Ma finito il dicembre, egli più forte, meglio provvisto di macchine ritornò agli assalti, con- duccndo dalle sue parti il colonnello Amato, pur cittadino diAmantea, congiunto e da fanciullezza compagno ed amico al Mirabelli; al quale giun- gendo al campo amorevolmente scrisse, e questi amorevolmente rispose, l’un l’altro tentandosi, 1 Amato con esaltare l’ amor di patria, il Mirabelli la virtù della fede, ed in entrambi prevalendo l’onore durarono nemici no, ma contrarii. Si alza- rono intanto parecchie batterie contro il castello, e dopo alcuni giorni di fuoco, aperta la breccia, fu ben quattro volte assaltala e difesa. Cangiò Digitized by Google 40 LIBRO SESTO — 1807 modo all'assedio: avanzando sotterra fu minato un bastione che allo scoppio rovinò; e quando pareva certa la vittoria perchè inevitabile la en- trata, fu visto che altre fortificazioni novellamente costrutte impedivano il passaggio. Più vicina la guerra, fu più mortale; ora V arte degli assediatoci prevaleva al valor disperalo degli assediati, e or questo a quella. Ma soprastava la fame a Calabresi, e sol per essa il piccolo castello diÀmantea, mu- nito eli tre rosi cannoni, difeso d^ inesperti par- tigiani, assalito da fortissime schiere con le mi* gliori arti di guerra, dopo quaranta giorni di assedio (senza tener conto del primo assalto) a patti onorevoli si arrese. 1 presidii tornarono in Sicilia come prigioni per un anno ed un giorno. Ma i difensori di Cotrone andarono liberi. Erano partigiani, per le colpe antiche malvagi, per le presenti tristissimi. Consumate affatto le vettovaglie, non volendo arrendersi perchè ri- cordavano le mancate fedi de’ Francesi a briganti, non sapendo per segni dimandar soccorso aduna fregata inglese che a vista della cittadella bordeg- giava; tre più arditi, prima che il giorno spun- tasse, nudi e taciti uscirono dalle mura, ed arri- vati al fiume che lambisce una fronte della città, povero d’acque, ma in quella notte per piogge copioso, s’immersero nell’ onde, incurvaronsi, e benché le ascolte francesi guernissero le rive, giunsero inavvertiti alla foce. Distesi a nuoto nel mare e scoperti da’ soldati nemici, uno di archihu- giata fu morto, il secondo ferito, il terzo giugne, . narra al capitano del legno lo stalo misero degli assediati e u disegno di fuga. Rendono al castello Jigmzed by Googlc ( LIBRO SESTO — 1807 M i convenuti segnali; e nblla succedente notte, su la fregata avvicinatasi al lido, la guernigione uscendo dalla porta meno guernita, sorprendendo gli assediatori e combattendo, perviene ad imbar- carsi. I Francesi nel seguente giorno occuparono il castello vuoto di guàrdie. Ne’ casi del brigan- taggio* narrali dalla fama più che dalle istorie, ho trovato registrato il fatto non il nome dell’ in- trepido nuotatore. XXIV. Così nelle Calabrie. Frattanto in Napoli si ordinava la finanza, si migliorava la istruzione pubblica, si aboliva la feudalità, si scioglievano i fede-commessi, si spartivano i beni del demanio comune, si davano a giudizi criminali libere for- me: molti beni si facevano. Delle tpiali cose ra- gionerò partitamen te, conlegandole, comelio fatto sin ora, alle ribellioni, alle congiure, agli eccessi delle fazioni, alle asprezze della Polizia, alle cru- deltà decapi militari, alle licenze dell’esercito; onde il lettore di questi scritti veda uniti nel re- gno di Giuseppe grandi beni a grandi mali, gli uni futuri e di mente, gli altri presenti e di fatto; e così discuopra perchè tra Napoletani i sapienti • secondavano il conquistatore, e gl imperitilo com- battevano. Dirò tempi di altro regno, in cui, da tutti sentite le più civili «istituzioni, ebbe il po- polo animo e moto comune. S impose tributo su i poderi rustici ed urbani, detto fondiaria; abolite le antiche contribuzioni dirette (erano ventitré), ineguali ed assurde. La fondiaria toccava ogni rendita di beni stabili, ri- vocando gli usali favori alle terre regie, feudali, ecclesiastiche, o le*maggiori gravezze ad alcune Digitized by Google 42 LIBRO SESTO — 1807 provincie o comunità; legge uguale, senza ingiu- rie o privilegi, traeva a prò dello stato la quinta parte delle entrate disgravate di pesi. E poiché imponeva sette milioni di ducati, era creduta la entrata generale di trentaeinque milioni, minore del vero in quel tempo, ma non è debito della storia il dimostrarlo. Senza catasto, censo, o statistica, per dividere il peso fra tributari si ebbe ricorso a ripieghi e compensi con fraudi ed errori innumerevoli. Un catasto amministrativo cominciato nel 1806 ter- minò (più per lassezza degli operatori che per compimento dell’ opera) nel 1810; e però con poco più di tempo e di spèsa componevasi il catasto geometrico che a noi manca, e qui lo dico a ver- E a e stimolo della civiltà napoletana. Quel tri- in sè grave, i disordini nel ripartirlo, il ri- gore all’ esigere, furono scontentezze che dipoi scemarono per lo accresciuto prezzo delle grana- glie e il celere passaggio di mano in mano dei beni stabili. Gli arrendameli ritornarono alla finanza: . chiarite le ragioni degli assegnatari, e scritte in un libro, detto Gran-Libro de’ Creditori dello Stato; si diede ad ognuno di loro una cedola di- notante il credito, guarentita della finanza pub- blica, trafficabile, fruttifera dal 4 p er 100, poi- ridotta al 3. Al Gran Libro si assegnarono per ipoteca dieci milioni di beni stabili, venuti dai disciolti conventi; e però le cedole, accomunate ai destini di non ben saldo governo , discesero a vi- lezza, e la serbarono lungo tempo, benché con esse si comprassero i beni ipotecati; trovandosi LIBRO SESTO — 1807 43 esposti le compre al doppio pericolo della fortuna eli uno stato nuovo, e delle sorti avvenire del pa- pato. Eppure gli avidi e arrischiosi presi dalle attrattive di ricchezza conprav ano le terre de frati, le case, i conventi, le chiese; e i timidi tenendo sicuro e vicino il ritorno dell’ antico re, sdegna- vano di chiarire i loro crediti. E tosi per i auda- tlacia de’ primi, per la ignavia de’ secondi, il de- bito dello stato scemava. Fu ribassalo il tributo del sale; ed indi a poco, mutandone l'economia, impedito le smercio li- bero, distribuito il genere per comunità e fami- glie (cinque rotoli all'anno per ogni testa), il consumo forzoso indi minore, un dazio giusto trasformato in abborrito testatico; ma l’auunini- si razione più semplice, meno infida. La finanza in quel tempo era logorata da mille fraudi, facili per la novità delle leggi, delle imposte, de’ mezzi di esigerle; e per*amministratori e pubblicani, la più parte Francesi, avidi, a modo di conquista- lori superbi, verso tributari inesperti e scontenti. Di tulle le taglie pubbliche quella del sale è gra- vissima a’ Napoletani, che avendo sale in miniere a piccola profondità, sale disciolto in alcuni ru- scelli e formato in cristalli ne’ margini, sale ad- densato per cocente sole di luglio dalle acque ma- rine sopra i lidi, vedono i larghi doni della na- turaappropriati da cupidigia finanziera; e poiché facile il controbando, così molesta la vigilanza che ne’ paesi più meridionali del Regno s’ impe- diva di attingere acqua dal mare, perchè esposta al sole lascia sale nè vasi. Separato il patrimonio regio da quello dello M LIBRO SESTO — 1807 stato, l’uno si affidò al ministro di casa reale, l’altro ad un direttor generale* il primo indipen- dente se non del re; il secondo circondato di un consiglio e soggetto a pubblico sindacato. 11 de- manio dello stato per conventi disciolti, beni confiscati, vescovadi ed- abazie vacanti, fu ric- chissimo; ma qdelle dovizie finché duravano nel- l’amministrazione fiscale, erano disperse; come, 6e davansi a vendita, o a censo, o a dono, si tra- smutavano in benefizio pubblico, migliorando i possessi per novella industria, fruttando tributi alla finanza, creando possidenti nuovi, partecipi e fedeli a’ destini del governo. Alienare il patri- monio affidato alla Direzione sarebbe stato il più saggio pensiero del direttore, ma vanità e privato interesse vi si opponevano. Simile alla direzione del demanio fu ordinata quella de’ dazi-indiretti; e il nome dice quali tributi amministrasse. Si ridussero a due i già sette banchi della città; uno di corte in San Giacomo, l’altro di privali nella casa detta de’ Poveri; il primo abbondava ili denaro, raccogliendo per ordinanza tutte leentrate del fis'co; l'altro scarso o vuoto, dipendendo i de- positi da volontà, ed essendo dubbia la fede nel governo, c vive nella memoria le passate frodi su i banchi Poco appresso fu composto il Tesoro Pubblico dove con regole di legge si concentravano le en- trate ed uscite della finanza, e sì che del patri- monio fiscale il Tesoro chiariva ogni credito, ogni spesa; il banco accertava il denaro entrato ed uscito. Digitized by Google i LIBRO SESTO — 1807 45 Così riordinata la finanza pubblica , ogni ren- dita si trovò toccata da tributo, ogni peso egual- mente distribuito, ogni ramo di. finanza ammini- strato, ogni amministrazione soggetta a pubblico sindacato, l’erario dello stato rappresentato per numeri nel tesoro, serbato in danari nel banco, la finanza di Napoli in un sol libro, in un solo erario racchiusa. Semplicità maràvigliosa e du- rabile. XXV. La feudalità traendo origine da conqui- sta, monarchia, civiltà mezzana de’ popoli, ed indole superba della umana specie, surse e crebbe nelle Due Sicilie come nel resto del mondo. Fu potente a’ tempi de’ Lombardi e de’ Normanni, ab- bassata dagli Svevi, rialzata dagli Angioini, so- stenuta (perfino nelle guerre baronali) dagli Ara- gonesi, e per sordida avarizia nel lungo tempo del viceregno. Carlo incivili i baroni, surrogando gli onori ed il fasto di corte alla potenza feudale; progredì la civiltà sotto Ferdinando; i diritti in- giuriosi alla umanità disusarono per costumi più. che per leggi. Ma le industrie privative, i tributi feudali sulle terre eie case, i fondi promiscui, non poca parte di giurisdizione, altre servitù e soffe- renze del popolo si sostenevano. Questo largo residuo di feudalità distruggen- dosi per legge del 1806, ritornò intera la giuri- sdizione alla sovranità, e ne fu dichiarata insepa- rabile; tutte le gravezze, tutte le proibizioni feu- dali furono rivocate; reso libero l’uso de’ fiumi, disciolta la mescolanza delle proprietà, le servitù abolite; la nobiltà conservala ne’ titoli, distrutta ne’ privilegi, surrogati i nomi al potere* Ma per Digitized by Google ■ 46 LIBRO SESTO — 1807 allora quei benefizi erano precetti non cose; che la feudalità, benché scossa ed invecchiata, non cadeva alle prime spinte, ed altre ne abbisogna- rono forti e molte sotto il regno del successore, sì che a dir vero Giuseppe ebbe il merito della intrapresa, Gioacchino dell’opera. Per altra legge, abolite le sostituzioni fedecom- messarie , gli attuali godenti divennero franchi padroni delle già vincolate proprietà; i vitalizi (assegnamenti a \ila) si convertirono in beni li- beri; tulli i legami del possedere si sciolsero; grande quantità di terre tornarono commerciabili. La legge del re Ferdinando dell’anno 1801 pre- scrivente che la dote della donne patrizie (qua- lunque fusse la ricchezza della famiglia) non su- perasse i ducati quindicimila, oltraggio ed ingiu- stizia al sesso ed alla natura, favore a’ primi nati, tralcio di feudalità, fu abolita per altra legge'di Giuseppe del 1806. Le quali riforme per i fede- commessi, le doli, la feudalità, utili certamente all’universale de’ cittadini, dannose a’ feudatari ed a’ nobili, ex’ano esaminate ed assentite nel consi- glio di stato da consiglieri nobili per la maggior parte e baroni. Laude ad essi ed argomento al mondo della napoletana civiltà. XX\ 1. 11 convento della Incoronata in provincia di Avellino, in pena di aver dato rifugio a Frà Diavolo, fu disciolto, piacendo al governo la one- sta occasione di saggiare la opinione comune in un’opera legata alle coscienze, e rallegrandosi all’ osservare il plauso de’ civili, la indifferenza della plebe che già visti altri sfratati nel regno Ferdinando, e frati giacobini, frati insangui- Ljo a a k ’ . . LIBRO SESTO — 1807 47 nati ne’ rivolgimenti del 99, aveva perduta per essi o scemata l’antica riverenza. 11 governo, preso animo, disciolse gli ordini numerosi di Sanber- nardo e San Benedetto, ed aggiugnendo persua- sioni al comando, disse nel preambolo della legge die la espulsione de’ frati era voluta dal genio ilei secolo e dalla economia dello stato: tutti i con- venti parevano soggetti ad una sorte. Ma non filosofica nè politica fu l’ idea del go- verno, bensì finanziera ed avara; avvegnaché si sciolsero i conventi ricchi per goder delle spoglie; i poveri e i mendicanti, eh’ era di peso il disfarli, duravano; ed assegnando ai già frati tenue sti- pendio, coloro, sentito l’ interesse di tornare alle antiche case, givano destando nel popolo le asso- pite coscienze. Abbisognava alla politica di quel tempo disfare per intero gli ordini monastici, ridurre ad usi civili gli edifizi e le chiese, dare a quel genere avarissimo larga mercede, e larghe ma cittadine speranze. Così la invecchiata pianta S eriva. Nè è già che rinverda, perchè, di emula e’ troni fatta serva, perirà dimenticata come la feudalità; ma pure il tronco arido, nudo, nuocerà lunga pezza agli ordini della società ed alle dot- trine dell’ evangelio. Come che imperfetta quell’opera fu giovevole allo stato, perocché la finanza tesoreggiò, creb- bero i nuovi possidenti, scemò il debito pubblico; si donarono edifizi alla istruzione, alla educazio- ne, alle case di arti e di pietà; si fornirono le chiese, migliorò la condizione de’ curati, ampliar- ronsi le biblioteche e i musei; si providde agli ospedali e ad altre fondazioni di pubblica utilità. 48 LIBRO SESTO — 1807 I tre conventi di Cava, Montecasino e Montever- gine aboliti come case religiose, serbati come archivi del Regno, erano mantenuti dalla finanza, ivi conservandosi i documenti della monarchia e della storia delle Sicilie. Disciolti i conventi, aboliti i feudi, fu prescritto che i demani ecclesiastici, feudali, vegli, comu- nali, si dividessero fra cittadini con lieve peso di censo francabile, preferendo i poveri, donan- do a’ più poveri. Per moto cosi continuo delle proprietà la rivoluzione compievasi; chè non per nomi o case regnanti gli stati mutano, ma per interessi. . • - - XXVII. Si composero quattro nuovi tribunali e si dissero straordinari perchè restavano cassi alla promulgazione de’ codici. In ognuno, otto giudici (cinque civili, tre militari) giudicavano inappellabilmente i delitti di stato, o contro la pubblica sicurezza. Le antiche barbare forme di procedura furono abolite; un’autorità locale rac- coglieva le prime pruove, altra maggiore compo- neva il processo, il pubblico accusatore accusava il reo; e da quello istante divenivano di ragion pubblica le querele, i documenti, i nomi dei de- nunziatori e de’ testimonii. Il processo non istava nelle carte scritte, ma nel dibattimento, quando r accusatore coll’avvocato, l’accusato co’ testimo- nii, alla presenza de’ giudici e del pubblico, di- sputavano, e dalle opposte sentenze scaturiva la verità e s’imprimeva nella coscienza de’ magistrati e del popolo. Erano i giudici di numero pari, acciò nella parità de’ voti la più mite sentenza prevalesse; si LIBRO SESTO — 180G 49 ammetteva la privata accusa scritta e giurata, ma l’accusatore falso era condannato per taglione. Tanto lume di verità e di giustizia succeduto alle tenebre dell’ antico processo invaghì il popolo che, andando alle sale di giustizia come a teatrali spettacoli, partecipava a quelle vere scene di S ietà o di terrore, sentiva spavento de’ delitti e elle pene, imparava le leggi. Gran mezzo di ci- viltà, poco minore de’ Giurati, è il dibattimento. Da un tribunale straordinario fu giudicato Fra Diavolo e dannato a morte. Stava il giudizio nel riconoscimento della persona, trovandosi bandito nemico pubblico quando correva sconvolgendo il Regno. Morì vilmente bestemmiando la regina di Sicilia e Sidney Smith, che lo avevano spinto a quella impresa. Chi fosse questo tristo è nolo da’ precedenti libri: ultimamente, inviato da Sicilia nel Regno con trecento malfattori tratti dalle galere, sbarcò a Sperlonga, campeggiò quelle terre, predò, uc- cise, e più danno faceva, se da maggiori forze assalito non fusse stato costretto a riparar fra i monti e boschi di Lenola. Sempre inseguito, per- ditore in ogni scontro e fuggitivo, restò con po- chi (gli altri uccisi o prigioni), e per due mesi di selva in selva, nella notte più che nel giorno vagando, sperò imbarcarsi per la Sicilia. Ma ogni via gli era chiusa. Nuovamente incontrato, ferito, rimasto solo, persuaso da stanchezza, povertà e forse tedio di vita, andò travestito ed inerme a prender riposo e comprar balsami nel villaggio di Baronissi, dove suscitando alcun sospetto fu arrestato e riconoscilo per Frà Diavolo. Colletta, T . III. 4 50 LIBRO SESTO — 1800 Portava in tasca i fogli di Sidney Smith e della regina, ne’ eguali e nelle sue risposte dicevasi co- lonnello dell esercito di Sicilia, e lo era; ma non il grado e il nome diftinisce la qualità del capo, bensì 1 uffizio e la schiera. Fra Diavolo, se veniva nel Regno con grande o piccolo stuolo di soldati, a combattere con regole della milizia, fortunato era ammirabile, sventurato e preso era prigione; ma Fra Diavolo già assassino, di assassini capo, da assassino operando, in qualunque fortuna era infame e colpevole. INon si confondano popolo armato e brigantaggio, l’uno difenditore de’ suoi diritti, libertà, indipendenza, opinioni, desideralo governo; l’altro fazione iniqua motrice di guèrre civili e di pubblico danno. XXVIII. .Migliorato il processo criminale, il go- verno, per avanzare i costumi assai più validi a scemar delitti che i magistrati e le pene, volse le cure alla pubblica istruzione. La prima luce di lettere italiane spuntò in terra napolitana dalle colonie greche: Zaleuco si disse da Locri, Pità- gora da Crotone, Archita era da Tàranto, Alessi di Sìbari, ed in altra età Ennio, Cicerone, Sal- lustio, Vitruvio, Ovidio, Orazio ebbero i natali sotto il nostro cielo. Le lettere morirono; e tempi spietati per crudeltà d’imperatori, tumulti di ple- be, licenze di esercito, furono seguiti da invasioni di barbare genti. Unni, Vàndali, Goti. 11 primo che osasse ridestar le dottrine, e sapesse inva- ghirne il buon re Teodorico fu Cassiodoro, nato in Squillaci, piccola città delle Calabrie, in lui si spense la italiana letteratura e restò sepolta per lungo tempo sotto il ferreo scettro de’ Lombardi LIBRO SESTO — 1806 ’51 e de’ Saraceni, se non quanto serbava piccolo e secreto ricovero in Montecasino. Come poi le let- tere rialzassero lo impaurito capo per virtù dei re Svevi, cadessero nuovamente per gli Angioini, risorgessero negli Aragonesi e fossero oppressi nel tanto lungo vicereale governo, non fa mestieri che io qui rammenti. Rè a quel che ho detto degli antichi tempi mi ha spinto letteraria vanità 0 amor soperchio di patria, ma desiderio onesto di far chiaro il peccato di quei nostri re che si adoprarono d’isterilire suolo alle lettere così fecondo. Relle vicende della napoletana letteratura era disuguale la efficacia delle pene o de’ prendi; per- ciocché nelle avversità moriva in carcere Gian- none, torturavasiCampanella, bruciava vivo Gior- dano Bruno, chiudevansi scuole e ginnasi : e nella fortuna erano favoriti, a vii modo di cortigiani, alcuni dotti, e tollerate per pompa alcune acca- demie. Perciò castighi gravi e frequenti, prendi cari ed ignobili generavano nelle avversità univer- sale ignoranza , e nelle venture pochi egregi uomini sopra popolo ignorantissimo; la istruzione non era pubblica, non diffondevasi; Tobbielto politico si disperdeva. 11 quale errore, attraversando tutti 1 tempi e le vicissitudini delle lettere italiane, per- venne sino a dì nostri nel 1806. XXIX. Avvegnaché diverse leggi di quell’anno il corrèssero; prescrivendo che ogni città, ogni borgo avesse maestri e maestre, per i fanciulli e le fanciulle, del leggere, dello scrivere, dell’arte de’ numeri c de’ doveri del proprio stato; che ogni provincia avesse un collegio per gli uo- r A LIBRO SESTO — '1806 mini, lina casa per le donne ove apprendessero alcune scienze primarie e le arti belle e i nobili esercizi di colta società; e che nella città capo del regno fiorisse la università , per genere ed altezza di studii, culmine piramidale della pubblica istru- zione. Altre leggi fondarono le scuole speciali: una Reale-militare, altra Politecnica, altra delle Relle-arti, altra delle Arti e mestieri, altra de’Sordi- e-muti, un’accademia di marina, una delle arti del disegno, un convitto di chirurgia e medicina, un secondo di musica. Alcune delle quali fonda- zioni erano nuove, altre migliorate, tutte dotate dalla finanza pubblica. 1 seminari, collegi speciali de’ preti, furono conservati; e sebbene si divisasse riformarli, aspettatasi opportunità di tempo; non volendo, fra. tanti moti di regno nuovo , altre querele col papa. Secondavano la istruzion pub- blica i collegi privati, eretti a privato guadagno, •favoriti dal governo, vigilati ne metodi, premiati ne’ successi. S’instituì, dotata riccamente, un’ac- cademia di storia ed antichità e di scienze ed arti, che dipoi, accresciuta, fu chiamata Società Reale: si giovò con doni e privilegi ad altre due accade- mie nominate d’Incoraggimento e Pontaniana. L’Italia venera ancora (jueste congreghe, in me- moria di aver serbato il germe delle lettere in tempi barbari; e non pensando che oggi, quasi perduta ogni utilità, sono rimasfe a pompa della civiltà e de’ governi. Del sistema che ho adombrato di pubblica istru- zione erano pregii l’ insegnamento facile ad ogni ceto, ad ogni uomo, cosicché nessuna virtù rima- nesse depressa perchè negatole di mostrarsi; il J LIBRO SESTO — 1806 53 privilegio di nascita scomparso, albergando nello stesso collegio i primi e gli ultimi della società, il figliuolo del patrizio e del contadino: le lettere protette, multiplicate le scuole, dotate abbonde- volmente le accademie c i licei: i dotti venerati, non arricchiti j che il soperchio favore del prin- cipe, benefizio ad essi, è nocumento alle scienze. Libertà di scrivere, piena proprietà dello scritto sono spinta ed alimento agl’ ingegni; qualunque altra cosa in più o in meno, è a lor danno. Ma queste ultime perfezioni non s’incontravano nelle leggi di Giuseppe; avvegnaché l’insegnamento pubblico per quei governi francesi era instituzione piuttosto civile cbescientifica, solamente intesa ad abbozzare la istruzione de’ popoli; derivando dalle mezzane dottrine ambizioni, mollezza e servitù; S tianto da compiuta sapienza, podestà di sé stesso, tezza d’animo, e gli stessi moti alla libertà che per altre cagioni hanno i popoli rozzissimi e forti : coneiossiachè le nazioni due volte sono atte a li- bero stato; nella prima rozzezza e nella piena ci- viltà. XXX. Ma qualunque benefica instituzione non era che nelle leggi, dapoichè lo stato del regno ne impediva gli effetti. 11 brigantaggio ingrandito ed ammaestrato, mutale regole di guerra, evitava gliscontri, non entrava nelle città, correva le cam- pagne, assaltava gl’inermi, predava, distruggeva e nascondevasi; così a larga mano versando di- sastri, e seccando le vene del pubblico bene, in- deboliva e screditava la conquista. E maggiori danni operavano i ministri del governo, perocché i capi militari nelle province ponevano taglie alle D 54 LIBRO SESTO — 180G cittì, menavano in prigione ed a morte i citta- dini, conculcavano le antiche leggi e le novissi- me, gli usi nostri, le nostre più care abitudini. Tutti i gradi del rigore eransi adoperati contro i briganti, c il brigantaggio cresceva; il re cam- biò politica. Per editto concedè perdono a quei ìnaliutlori che andassero inermi alle regie auto- rità, e giurassero fede al governo, ubbidienza alle leggi. Molti e molti, deposte le armi, giurarono; nè per ravvedimento ed amor sincero di pace, ma per godere quietamente la male acquistata ricchezza, ed aspettaré opportunità di nuovi gua- dagni. Tornarono quindi alle città turpemente ricchi c baldanzosi, facendo sfoggio infame del furto e delle atrocità, sul viso a’ depredati e dei parenti ancora vestili a bruno degli uccisi. E di poi, consumato il bottino, ritornavano al brigan- taggio, indi al perdono; talché vedevi de’ perdo- nati cinque e sei volte. I ministri regii nelle provin- ce, poiché videro falsa la sommissione, imitando gl’inganni facevano strage de’ perdonati, talora con pretesto di giustizia, più spesso alla sfrontata, io nella valle di Morano riddi molti cadaveri, e seppi che il giorno innanzi uno stuolo di c unni - siiali \ così li chiamavano con voce francese) vi era stato trucidato dalle guardie: e avvegnaché si finse che avessero spezzate le catene, e tentata c cominciata la fuga, si andò uccidendoli in varii punti di quel terreno, a gruppi e alla spicciolata, di ferro e di archibugio, trafitti in vario modo come suole in guerra; contrafacendo con istu- diosa crudeltà gli accidenti delle battaglie. Pareva quel luogo un campo dopo la guerra. LIBRO SESTO — 1806 55 XXXI. Le quali interne discordie crescevano F er le cose di Europa; e dirò come. Àbbenchè anno i8o5 finisse con la pace diPresburgo, la quiete fu passeggierà, perocché i maneggi tra la trancia e la Inghilterra, intrapresi nel febbraio, sciolti nel maggio, si convertirono in maggiori 3 uerele e nemicizie. Le Bocche di Cattaro, che ovevano vuotarsi da' Russi, erano tenute ostina- tamente: spregiando le preghiere dell’Austria, le minacce della Francia, la permanenza degli eser- citi francesi in Alemagna. La pace indi a poco fermata a Parigi tra i legati di Francia e di Rus- sia, non fu ratificata dall’ imperatore Alessandro; e gli eserciti delle due nazioni disputavano con le armi il possesso di Ragusa. L' Hannover tolto al re Giorgio III, dato in custodia alla Prussia, fu motivo che la Inghilterra e la Svezià le intimas- sero guerra. In giugno la repubblica bàtava, riconosciuta col recente trattato di Presburgo, fu mutata da Buonaparte a regno di Olanda, ed eletto re Luigi suo fratello. In agosto Buonaparte componendo la Confederazione del Reno, spogliò de’ loro stati alcuni signori alemanni, ingrandì altri parecchi di terre e di dominio, abolì vecchi titoli, ne creò nuovi per fin di re, costrinse l’imperatore au- striaco a rinunziare al nome ed offizio di capo del corpo germanico, surrogò a quella dignità e po- tenza sé stesso col nome altiero di Protettore. E così gli stati occidentali dell’ Alemagna che fa- cevano testa alla Francia, cambiando sorte, si volsero contro i potentati del Settentrione; e di separati ed avversi che, per la occulta natura del 50 LIBRO SESTO — 1806 corpo germanico, erano innanzi, divennero, per nuovi interessi e per indole della Confederazione del Reno, uniti e consorti. Condizioni e memorie che saranno nell'avvenire motivo di guerra per lo impero d’ Austria. Della Italia il Piemonte, Genova e Corsica erano uniti alla Francia ; e per la pace di Presburgo il regno italico fu accresciuto degli stali di Venezia, Istria e Dalmazia veneziana, isole venete, e Boc- che di Callaro; la Toscana, sebhen governata con le antiche leggi di Leopoldo, serviva gl' interessi della Francia, perchè la nuova reggitrice teneva stato e nome di regina da Napoleone; il reame di Napoli, scacciatane la stiqie de’ Borboni, era dato ad un Buonaparte. Non restava di antico altro che Roma monca ed avvilita, Sicilia debole e minac- ciata. • XXXII. Mutazioni così grandi erano accadute nel 1806; e quell’anno, non ancora finito, altro gravissimo avvenimento turbò le attuali cose, mi- nacciò la sicurezza dei nuovi stati, e per fino della Francia; essendo a Buonaparte necessità confida- re la immensa mole dell’impero aUe vittorie ed alla fortuna. La Prussia al primo di ottobre si levò a guerra contro la Francia collegandosi alla In- ghilterra, poco innanzi simulata nemica; avendo in seconda linea l’esercito russo che a gran gior- nate andava in ajuto di lei, e sperando impegna- re la Casa d’Austria, nemica irreconciliabile della Francia. La Prussia per dodici anni era stata neu- trale nelle guerre di Europa, aspettando maggior frutto dalla politica che dalle armi; ma serbando in cuore odio coperto contro i nuovi re ed i nuovi Digitized by Google LIBRO SESTO — 1806-7 57 stati. La Francia dissimulava quello infingimento per attendere opportunità a vendicarlo. La Con- federazione del fieno pose fine agl'inganni, pe- rocché la Prussia temendo di mali estremi, e la Francia confidando nella sua possanza, si mos- sero a guerra. Era nuovo l’ esperimento. La memoria del Gran Federigo combatteva per i Prussiani; così che nei campi di Jena, il giorno innanzi della battaglia, il re parlando all’ esercito ricordava il gran nome e i gran fatti; e l'intrepido Buonaparte riguar- dando attentamente più dell’ usato le mosse e 1 arte delle schiere nemiche, parea quasi dubitasse dello scontro, ma vistolo appena, diceva: la vittoria è per noi; Vinse a Jena, debellò molte fortezze, espugnò Berlino, scacciò il re e la famiglia in Kònisberg, abbattè, disfece la potenza prussiana. Ma col continuo combattere, e col guardare le soggiogate città scemava l’esercito francese; men- tre la contraria parte raccoglieva i fuggitivi e i dispersi, chiamava nuovi soldati dalle province soggette, rifaceva gli ordini, rincoravasi; e l’oste moscovita passava la Narew, e parte di lei com- batteva intorno a Varsavia: la fortuna dell’ "armi stava incerta. Nei quali turbamenti e pericoli va- cillavano i nuovi stati, le moderne istituzioni non assodavano, la condizione di conquista si prolun- gava. XXXIII. Così stando le cose di Europa nel finir dell’anno 1806, cominciò per noi più mesto il 1807; perciocché le congiure contro il governo, ingrandite di numero e di forza, cagionavano opere inique, castighi acerbi, timori e pericoli; 58 LIBRO SESTO — 1807 ni come per lo addietro ad uomini bassi de’ quali è soppresso il lamento, ma agli elevati per nobiltà e condizione. 11 magistrato Vecchioni, consigliere di Stato di Giuseppe, scoperto reo, fu coniinato in Torino; Luigi La Giorgi, ricco e nobile, straziato morì in carcere; il duca Filomarino ebbe il capo mozzato; il marchese Palmieri, colonnello, fu ap- piccato alle forche; e mentre 1 infelice saliva la scala del palco, si levò nel popolo voce di salvez- za che generò tumulti infruttuosi a quel misero, ma esiziali ad altri, puniti con la morte nel ve- gnente giorno. Si tenevano prigioni il capitan ge- nerale Fignatelli, il principe Ruffo Spinoso, il maresciallo di campo Micheroux, i conti Barto- lazzi e Gaetani; c donne patrizie Luisa de Medici, Matilde Calvez; e donne di onesta fama, preti e frati in gran numero; il vescovo di Sessa mon- signor de Felice. 1 luoghi più chiusi e più sacri, come i clauslri, davano ricetto a’ congiurati; e perciò furono viste monache professe uscir del vietato limitare, e sedere con abito religioso in pubblico giudizio sulla panca de’ rei. In quel mezzo fu imprigionato Agostino Mosca, perchè sopra i monti di Gragnano, dove era at- teso il re Giuseppe, stava in agguato ed armato per ucciderlo. Aveva in tasca una lettera della re- gina di Sicilia, scritta di suo pugno, instigatrice velatamente al delitto, ed altra più scoperta della marchesa Tranfo dama di lei: pòrtava sul nudo del braccio destro una maniglia di capelli legali in oro, dono della stessa regina, fattogli, ei diceva, per mano del Canosa, ad impegno de promessi serv igi. Convinto del tentato misfatto, fu condan- LIBRO SESTO — 1807 59 nato a morte , e giustiziato con orribili pompe nella piazza del mercato, in mezzo a popolo spaventato e muto. Nè le congiure si limitavano alla città; ma nelle provincie, dove erano più libere per l'assenza o scarsezza delle forze del governo, diramando si spiegavano in aperti tumulti e brigantaggio. I mezzi di leggi non bastando per discoprire tante trame e reprimere tanti moti, la Polizia insidiosamente mascherava da congiurati i suoi emissari, con- trafaceva lettere, corrispondeva sotto simulate forme con la regina di Sicilia e co’ più conti Borbonici; ne indagava le pratiche, le seguiva; e giunte a maturità di pruova, le palesava e puniva. Non inventava congiure, come maligna fama di- ceva, ma, potendo spegnerle sul nascere, le fab- bricava e ingrandiva; mossa da due stimoli pun- gentissimi, timore e vanto. Allo scoprimento, gli emissari, poco fa congiurati, si trasformavano in accusatori e testimonii; le lettere ricercate o con- trafalte, in documenti; il fabbro di quella rete (perchè magistrato di polizia) componeva il pro- cesso; e giudici militari scelti ad occasione ed a modo, ne giudicavano. Punivansi uomini rei, ma la reità era incitata: scaltrezza estrema delle mo- derne polizie, pregiata come arte da’ malvagi go- verni, abhorrita come delitto dagli onesti, tolle- rata e chiamala talento del secolo dagli uomini corrotti della società. E sempre crescendo le asprezze, furono seque- strati i beni de’ fuorusciti, seguaci del re Borbone in Sicilia, o fuggenti dall’ abbonito dominio fran- cese. Quella legge, giusta tra nemici, ebbe in molti H m\\LM CO LIBRO SESTO — 1807 casi benefica eccezione; produsse a’ privati gran- danno, alla finanza piccolo frutto: e di poi, mu- tato in confisca il sequestro e venduti i beni o do- nati, viepiù si accesero le contrarie fazioni dei due re, e novelli semi di future vendette si spar- sero. CAPO QUARTO Nuovi provvedimenti e nuovi codici: molti miglioramenti nella città e nello «tato. • • * ) J ... .< XXXIV. La città fu nella notte illuminata da mila e novecen Un enti lampadi lucentissime; es- sendo per lo innanzi così buia, che nascondeva furti ed oscenità. Imitarono il bell’esempio le città maggiori del regno. oi aprì nuovo cammino da Toledo a Capodi- monte, colle amenissimo, in cima del quale si erge magnifica villa innalzata da Carlo HI; ma non compiuta da lui, nè da’ re successigli. Per far largo e diritto il sentiero si demolivano alcuni edmzi, mentre per ampliare il fòro del reai pa- lazzo si abbatteva il convento e la chiesa di San- Trancesco di Paola. Le quali rovine, biasimate dal volgo, erano applaudite da’ migliori aspettan- done effetto di utilità e bellezza : ed allora fu edi- ficato il ponte della Sanità, magnifico per mole, difettivo per arte. Pervenuta la nuova strada alla reai villa, geminandosi, incontra con un ramo il gran cammino d’ Aversa, e con altro, serpeggiando per l’orientai pendice della collina, mette capo al Reclusorio. Quell’opera chiamata, per omaggio al Digitized by Google LIBRO SESTO — 1807 61 nome, Corso-Napoleone , fu delta, dopo il rovescio della gran fortuna, strada di Capodimonte. XXXV. Il giuoco, vizio di ogni popolo e di ogni età, moderato e ristretto dove i costumi sono ci\ili, era smodato ed arriscliioso nella nostra città. Nè meno grande del giuoco la vaga libidine, figlia pur essa di corrotti costumi, in Napoli più che altrove abituale per gli ardori del clima e le antiche leggi del celibato. Nuovi provvedimenti del governo vietavano i giuochi privati, permet- tevano i pubblici, col profitto al fisco (fi ducati cento ottantamila all anno, indi a poco salito a duecentoquarantamila. Ed alle disoneste donne, numerate e descritte in un libro, 1 infame traffico eia concesso con un foglio da rinnovarsi in ogni mese, a prezzo vario come di merce, dipendendo la misura del pagamento dalla bellezza e dal lusso della meretrice. Ne’ dì prefissi le due ordinanze ebbero effetto. In un vasto e ricco palagio destinato a’ cimenti della fortuna esposero a mostra del pubblico in vane stanze tutti i giuochi: danaro in copia su i tavolini, pegno ed incitamento alle smodate spe- ranze} 1 appaltatore ed i suoi ministri splendidi per gemme e vestimenti; i magistrati del governo in abito di ufizio; e poi giocatori e curiosi a folla. Ed in altro luo^o della città convennero le me- retrici, che medici prescelti ricercavano sul cor- po, mentre un uffiziale di polizia prendeva pen- siero delle inferme, altro rilasciava alle sane le patenti, esigendone il prezzo; ed altro, di mag- gior grado, a cpiegli atti osceni presedeva. I quali vizi meno osservati, allorché sparsi e nascosti nella 62 LIBRO SESTO — 1807 città, ora uniti, manifesti e legittimi, comparivano più grandi e disonesti Ma frattanto di mese in mese scemavano le meritrici ed il morbo, i gioca- tori ed il giuoco; e perciò quelle ordinanze e quelle pratiche, al volgo attestatici di sfacciati costumi e di reggimento licenzioso ed avaro, erano vera- mente per la corruttela de’ tempi necessità di governo. XXXVI. Spesso il re a diporto, o per visitar le province, si partiva di città. Percorrendo i colli rlegrei, volendo mostrarsi dotto delle romane istorie, biasimò in Baja il temerario ponte e le crudeli feste di Cajo; inorridì a Lucrino della in- fame memoria del matricida; e disse sulla distrutta Cuma: « Cosi pure col volger de’ secoli i monu- menti dell’imperatore Napoleone saran sepolti ». Visitò in Sorrento la casa del Tasso, e vistane la povertà, ordinò che a rincontro con denaro pub- blico si ergesse magnifico monumento. In Amalfi largì doni a’ discendenti di Gioja. In Pompeia comperò le terre che sotterravano la città, essen- done in quel tempo poca parte scoperta. Viaggiò negli Abruzzi ed in Molise, dipoi nelle Puglie. Fefmavasi nelle città, spesso ne’ villaggi a mostrarsi benefico, liberale, clemente. Chiamava 6. consiglio pubblico i' notabili; e per loro voto premiando gli uffiziali commendati, mutandogli odiosi, punendo gli accusati, rinviò in Francia un generai francese, rivocò un intendente, elevò oscuro prete a consigliere di stato : creava i ma- gistrati come tra comizi. Sperava l’ amor de’ sud- diti, che non ottenne; avvegnaché la popolarità e la clemenza sono pompe de’ re, e solamente la giustizia e il contegno sono istromenti d’imperQ. LIBRO SESTO — 1807 G3 XXXVII. Si fece lunga legge per le cerimonie f mbbliclie, altra per quelle (li corte : uniformi alle eggi di Francia dettate da Buonaparle, che al fasto degli antichi re francesi aggiungeva l’alte- rezza dell’indole propria, e la superbia de’cam- S i: modi sconvenienti a re nuovi, nati nel popolo, al popolo innalzati, ed aventi con esso interessi e fato comune. 11 lungo esercizio delle monar- chie europee, la pazienza de’ soggetti ridotta in costume, la corruttela de’ tempi, il bisogno di ri- formare le società, facevano e fanno necessario l’uhzio de’ re. Ma si soleva a re nuovi potenza re- gia, modestia di cittadino, mancando ad essi il prestigio degli antichi. E però la vecchia monar- chia esser poteva una dignità, la monarchia nuova non doveva essere che magistratura : quella pro- cedendo da nascita, indi da caso e fortuna, que- sta da scelta o conquista, indi da merito o da virtù; e l’una sostenendosi per fasto, nomi e vana superba aristocrazia, e l’altra per forza, popolo ed aristocrazia sì ma sociale e chiara di opere e di servigi. I re nuovi potevano megliorare gli an- tichi re, ammodernandoli con l’esempio de’suc- cessi e della ragione; ma nc furono corrotti con l’esempio del fasto e del comando, così che da proprio fallo i nuovi caddero, gli antichi vacil- lano; e l’autorità regia e la ragione de’ popoli combattono, a modo di fazioni, con le armi usate delle ribellioni e della tirannide. Vi ha nella na- tura delle presenti società, e per fino nel genio del secolo un’ arte che giovi a’ popoli, un’altra che giovi a’ re; chi prima la scuopfe e l’adopera avrà vittoria sull’altro. E qui mi arresto perchè lo sde- gno de’ tempi tronca il mio stile. 6? LIBRO-SESTO 1807 XXXVIII. Altra legge compose lo stemma reale che nel mezzo dello scudo aveva l’ arme imperiale francese, intorno a questa le insegne delle quat- tordici provincie del Regno, ed una, in maggior campo, della Sicilia; la collana della Legione di Onore di Francia contornava lo scudo sostenuto da due Sirene; il manto normanno per foggia e colori sosteneva in cima la corona regia; ciò che F iù risplendeva, non era delle Sicilie, ma di rancia. Se per emblemi si rappresentavano i nuovi codici, l’ordinata finanza, la migliorala amministrazione, 1 abolita feudalità, idisfatti con- venti, l’accresciuta civiltà, la collana di quei se- gni era conveniente a principi nuovi; ma costoro eh' esser potevano del piccolo eroico numero degli ordinatori e riformatori degli stati, preferirono di confondersi nella moltitudine de vecchi re, benché vi fossero male accolli, abbietti, ultimi e traditi. In quel tempo furono coniate monete d’oro e di argento con la effigie e’1 nome di Giu- seppe re delle due Sicilie, mentre Ferdinando IV con lo stesso titolo, nell’anno istesso, faceva co- niarfe in Palermo altre monete di egual valore. Due re di un regno contemporanei confondereb- bero la mente dei posteri, se le medaglie non le istorie si conservassero. XXXIX. Pure tra i falli or ora descritti, le no- fj , velie instituzioni, generate da positivi interessi di società e dal genio del tempo, assodavano; e le guerre esterne, le intestine discordie ritardavano solamente, senz’ arrestare il naturai progresso del bene. La fazione del governo di giorno in giorno aggrandiva, la contraria scemava, e causa non LIBRO SESTO — 1807 65 ■poca del doppio guadagno era il dar fede, im- piego, autorità, stipendio a settari della opposta parte, de’ quali parecchi tradivano i nuovi impe- gni e n erano castigati; molti presi da comodo ed ambizione servivano il governo con maggior zelo de suoi partigiani. Così la mescolanza delle opinioni civili spegne ne’ governi forti le passioni e gl interessi di parte; ne’ deboli, i governi. Concorrevano al miglioramento delle nostre cose le vittorie dell esercito francese in Alemagna. La battaglia di Eylau preparò quella diFriedland, e questa pose fine alla guerra; perocché disfatto appieno l’esercito prussiano, sconfitto il russo, presa Conisberga, spinto il re Federigo fuor dei suoi stati, risospinto f imperatore Alessandro verso la sua Moscovia, la pace chiesta da’ vinti fu con- chiusa in 1 ilsit. Si fondò per essa il regno diVe- sfalia dato a Girolamo Buonaparte, si aggrandì il regno di Sassonia degli stati polacco-prussiani, cd il regno di Olanda della signoria di Tever; furono riconosciuti la Confederazione del Reno, e Giuseppe re di Napoli, Luigi di Olanda, Giro- lamo di \ esfalia, se non che per il primo non si faceva motto della Sicilia, ed a noi piaceva il si- lenzio come speranza di pace con la Inghilterra. ei ciò dopo 1 ilsit, gli stati nuovi si afforzarono; parve necessità di destino l’imperio di Buona- parte, e tutte le menti amiche o nemiche, pensa- ne 0 insipienti, credendo compita la nuova ci- viltà europea, viddero ne’ tempi appena scorsi e negli attuali, per diversità dire, di leggi, d’inte- ressi, due differenti secoli della società. Ma vicino all alto, come è costume della for- CoLLETTA, T. 1IL 5 -3 LIBRO SESTO — 1807 tana stando i precipizi, cominciarono in quel Irmno istesso gli sconvolgimenti della casa di Spagna; la quale debole versole nazioni esterne, avvilita ne suoi stati, corrotta nella reggia, ne «va delle ,«dM Regali f uoech a cuptdi* ,n regnare, ed a nrndo barbar.: d «f ° r r a rigtna°nào il Aiuòlo, B madre aVcnslndt Ufi^to eV»* r ‘^° £ trama e cagionando aspre pene a confi ? suonarono nel regno le tnr 1 ..tudm Mla regg.a, più invili l’autorità de supremi, si coni user g interessi pubblici e le private ambizioni, par g «davano i soggetti, s’agito la Spagna. ... h Lo scaltro imperatore de t rancesi vidde in quei disordini la opportunità di facile con ‘F 1 * ? * bramò. 11 suo esercito che tragittava per h i V* chia Castiglia onde arrecar pene al 1 ortogatlo dell’amicizia britanna, il sentimento d «rrwisti- bile forza per le recenti vittorie di Freidland e di Jena, il nessun sospetto di vie, na ?“«^opo : trattati e le conferenze di Tilsit, il motivo ai assaltare la Spagna dall’editto di guerra del prin- cipe della Pace, U benefizio o il lH S o S .K, t , so Póne :“”iÌ“mfin?ramSne, la insazietà d'im- perii gli posero in animo il r ro r.°"i“ 1C ^?pi r * e “|- l Seda' ^dX'rtoo'Xemi furono le hstttss&v* 4 LIBRO SESTO — 1807-8 67 eventi clie lo avevano menato a. quell’ altezza, e lormano la impercettibile necessaria catena di cause e di effetti regolatrice del mondo: quindi ogni opera umana se portasse impresso lo stato morale dell’operante, assai più esatti sarebbero i nostri giudizi ■ parecchie azioni, credute errori, apparirebbero necessità, e molto di maraviglia per- derebbe la istoria. Napoleone stabilì di condurre al trono di Spagna il re Giuseppe, il quale essen- do delia stirpe francese e passandovi dal trono ai mpoli rammentava i fasti di Luigi XIV e di Lario III, ed appagava la insana napoleonica vo- gha d imitare i Borboni. Giuseppe nell’ultimo mese del 1807 recatosi a Venezia e avuti con l’im- peratore segreti abboccamenti, ritornò in Napoli. beco trasse il decreto imperiale dato in Milano nel dicembre, più ampio dell’altro di Berlino del precedente novembre, amen due relativi al blocco continentale, divenuti leggi europee. Se in quei decreti alcuno cercasse le regole della economia pubblica, fremerebbe al vedere spezzato il com- mercio fra nazioni, tolto premio all’industria menomati alcuni valori, altri distrutti; e direbbe' nel rogo dove ardevano le manifatture indesi brucare i libri dello Smith u del Say.la bugola di Gioja, 1 frutti dell opera prodigiosa del Co- lombo. Perciò il blocco sembrò alla moltitudine nuovo delirio dell’umano spirito; ma sebbene suggerito da sdegno e da vendetta, fu ponderato concetto diBuonaparle, sapienza di stato, e mezzo tale di guerra che fiaccava le armi più potenti del nemico, le ricchezze. Per esso le industrie, chiamate dal bisogno ed allettate da smisurato -Pigitized by Google 68 LIBRO SESTO — 1808 guadagno, mul triplicarono; e però cresciute in Europa le produzioni, il commercio nuovo disor- dinò l’antico, ma le condizioni della vita e della civiltà migliorarono. E per le stesse cause fu visto con meraviglia nell’anno i8i5 nazioni ricche in guerra impoverire nella pace. XL. In una lunga e fosca notte del gennaio, scoppio come di mina, secondato dal romore di fabbriche rovinanti, destò dal sonno cd impaurì gli abitatori della riviera di Ghiaia: e veramente per esplosione di polvere precipitarono ventidue stanze del palagio di Serracapriola, abitato dal ministro di polizia Saliceti. Egli stando in altro braccio dell’edifizio senti solamente scuotere le mura come da tremuoto; ma la figlia gravida di sei mesi, ch'era in letto ancor desta, fu tirata con le rovine della camera nella corte, cd ivi coperta di sassi e di calcinacci; lo sposo, duca di Lavello, cadendo si divise da lei e restò tramortito sulle rovine: precipitavano dall’altezza di quarantasei palmi, die sono metri dodici. 11 ministro, che momenti prima era entrato in casa, sollecito della figlia, seguito da un servo, salì all’ appartamento ov’ ella dimorava; ma sì den- so era il fumo, e più del fumo il polverìo, che la luce di un doppierò sembrava morta , ed egli cammi- nava per pratica del luogo, gridando: Carolina, Ca- rolina (era il nome di lei). Àd*un tratto mancò il suo- lo; egli cadde col servo sulle ammassate rovine, e sollevato da parecchi nel palagio accorsi, tra- scurante di sè benché ferito, non ristava a cer- care della figlia. Un famigliare di lui, Ciprian^ lo stesso che an- LIBRO SESTO — 1808 69 ni dopo mori in Sant’Elena servendo Buonapar- te, prega da tntli silenzio; e montando sopra quei cumuli abbassa a terra il capo, e da luogo in luo- go, da fesso a fesso tra le rovine va chiamando con voce altissima e prolungata. Carolina; e tosto dove ba messo il labbro adatta l’ orecchio per sen- tire o risposta o lamento. Alla quarta pruova par- gli udir voce ;c più attentamente ascoltando, grida verso i molti che pendevano da lui: è qui f correte. Tutti accorrono, e sì eh' è inciampo lo zelo, tar- danza la sollecitudine; ma quella misera disotter- rata, trasportata come morta in una vicina stanza del terreno, risensata dopo alcun tempo, veden- dosi nelle braccia del padre, esclama a lui tron- camente: ricerca del maritp. Fra le angosce di poco innanzi trovato sulle rovine un corpo nudo creduto morto, portato fuor del palagio, erasi lasciato sulla strada. Que- gli era il duca di Lavello, che dipoi conosciuto e confortato riebbesi, e si raccolse nella camera istessa col suocero 6 la moglie: tutti e tre in va- rio modo, con diversità di pericolo, feriti; il servo caduto col ministro n’ebbe infrante le gambe; altro servo che dormiva in una delle dirupate stanze, vi fu morto; cinquantatrè persone abita- vano il palagio, e, purché l’uno morisse, non fu- rono di ritegno al delitto. IVella mattina, trentuno di gennaio, la città di quei casi informata inti- morì; i nemici di Saliceti, che molti ne conteneva la corte di Giuseppe, ragionavano dell avveni- mento con sorriso e dileggio; la Polizia ne fu sver- gognata, Saliceli da cento punte tralìttoj delle quali asprissima era F offesa vanità, è il vedersi 70 LIBRO SESTO — 1808 vinto in astuzie , eli’ erano a lui tesoro di antica fama e mezzi presenti di uflizio e di ambizione. Tal uomo che partigiano di libertà, o ministro di re, fra gli sconvolgimenti di Francia e d’Italia, intrepido aveva affrontato mille pericoli di rivo- luzione o di guerra, ora largamente piange di af- fetto comune, la vergogna. XLI. Disgomberando le rovine, si trovarono i resti di una macchina tessuta di corde intrise nel catrame, avvolte a molli doppii, capaci di trentamila rotoli di polvere (kilogrammi 29 ì/S). Era stata collocata sotto l’arco di una scaletta in- terna dell’ edilizio, alla quale avendo solamente accesso un tal Yiscardi, settario dei Borboni, ne- mico a’ Francesi, uomo tristo e di mala fama, la- sciato in quel luogo con la sua farmacia per tra- scurala o fatalmente, fu insieme a due tìgli e tre discepoli carcerato. Molte altre ricerche nella città e nelle province usava la Polizia, più che non mai vigile ed operosa, famelica di vendetta; ella spiando ogni casa, ogni uomo, scoprì altre congiure ordite contro lo stato, e criminose cor- rispondenze con la regina di Sicilia, con la Vii-, latranfo, col Canosa; e trame, combriccole, dise- gni atroci. 3 Iolte persone, per lo più ree, e pur taluna innocente, furono imprigionate; più molte fuggirono o si nascosero, tutti tremavano: un mi- sfatto di fazione si slargò in calamità pubblica. Alcuni degl’ imprigionati, e sopra tutti i Yiscar- di, erano governati aspramente dagli uffiziali di polizia, e perciò il padre per debolezza di età, numerando seltantasei anni di vita, o per abitua- le perfìdia, rivelò, avuta promessa di perdono. LIBRO SESTO — 1803 71 tutte le parti del delitto. Disse essere opera della regina di Sicilia e del principe di Canosa; emis- sari, alcuni venuti di Palermo, ed altri tenuti in pronto in Napoli; scopo, la morte di Saliceti per odio e perchè inciampo al preparato rivolgimento del regno: descrisse fa macchina e dove collocata, e quando (all’ entrar del ministro nel palagio) diedero fuoco alla miccia onde colpirlo mentre passava per la camera sopraposta , e come la esplosione fu ritardata dalla timidezza. dell’ incen- diatore, ed in qual modo fuggirono i colpevoli sopra barca verso Ponza o Sicilia. Rivelò nomi, tempi, particolarità; mescolò cose false alle vere; incolpò un figlio assente e sicuro in Palermo; ma f ' [iorni appresso, non più lui in potere della Po- izia, non istraziato o minacciato, ma sol temendo che la promessa impunità non sarebbe attenuta se tutto non rivelasse, acculò i due figliuoli car- cerati con seco e sopra i quali pendeva la scure della giustizia. Ma quell’accusa, scritta di pugno dell' empio padre, gli fu resa dal compilatore del processo; e se del fatto si ha contezza si debbe al Viscardi stesso, che nel dibattimento, rimpro- verato di alcun suo mendacio, egli in argomento di sincerità citando il foglio, lo fe’ palese al tribu- nale ed al pubblico. Sulle tracce delle rivelazioni di lui, e sopra altri documenti scoperti per industria degl’inqui- sitori, compilato il processo in pubblico dibatti- mento, furono condannati a morte due complici, l’uno de’ quali figlio del Yiscardi. Mantenuta al padre la promessa, visse infamemente breve scor- cio di vita; ed alla occasione di quel giudizio si 72 LIBRO SESTO — 1808 scoprì che nel 1799 egli aveva tentalo l’ avvele- namento del pane che amininistravasi alle schiere francesi; e che nel 1800 se ne fece vanto, e di- mandò premio del servigio al governo che suc- cedò alfa repubblica. Benché il giudizio per la rovina del palagio fusse pubblico e stampato il - I irocesso, alcuni dissero, altri credettero ingiusta a condanna: essendo condizione de’ potenti far sospetta, se a loro prò, la giustizia. XLII. Caduti con la stirpe gli ordini cavallere- schi de Borboni, fu instituito, ad esempio della Legion d'onore di Francia, l’Ordine Beale delle Due Sicilie, che aveva per fregio una stella a- cin- que raggi color rubino, in mezzo alla quale da una faccia l’arnia di Napoli e ’1 motto Jienox’ata Pairia, dall’altra la effigie del re con lo scritto Jo- seph ]\apoleo Siciliarum re x instiluil , sormontata da un’aquila d’oro appesa a nastro turchino. N’e- ra il re gran maestro, cui succedevano cinquanta dignitari, cento commendatori, cinquecento ca- valieri. 11 gran maestro nel consiglio dell’ Ordine concedeva le nomine o gli avanzamenti per virtù militari, per pubblici servizi, per ogni merito o talento, al generale, al soldato, al dotto, al prin- cipe, all’artiere; e perciò seguendo la civiltà nuo- va si creavano le sociali distinzioni dal seno della eguaglianza. Ne furono fregiati i primi uffiziali biella corte e della milizia, i più celebri artisti, i più sapienti del reame, i più grandi tra nobili; e si riserbò buon numero di croci per i futuri ser- vigi. 11 merito già noto delle prime persone de- corate diè pregio a quell’Ordine nuovo, e dipoi l’ Ordine diede pregio alle nuove persone : così viziosi essendo i circoli della vanità. Digitized by Google LIBRO SESTO — 1808 73 XLIIT. Già (la due anni l’esercito francese era nel Regno e tutte le province obbedivano al nuovo re, fuorché Reggio, Scilla ed alcuni paesi dell’ ultima Calabria soggetti a Borboniani e agli Inglesi. Le città di Seininara e Rosarno con la vasta pianura sino a Nicòtera, non presidiate da quelli o questi, erano più afflitte delle terre sog- giogale; perocché servivano di campo alle batta- glie de’ due eserciti, che ordinandosi a guerra chetamente nelle proprie linee, venivano improv- viso ad assaltarsi. Così ne’ piani diSeminara sboc- cò Toste guidata dal principe di Philipstadt, che forte di numero ed impetuosa per prima mossa, respinse perditori i Francesi a Montcleone ed accampò aMilelo. Mail generai Regnier, radunate le squadre riassaltò il campo, lo disfece, fugò il nemico sino a Reggio, e ritornò a’ suoi posti, non avendo forze bastevoli a mantener quelle nuove terre e a cingere di assedio la città di Scilla che gl’inglesi guardavano. Afforzatosi al cominciare di febbraio con nuovi reggimenti andò contro Reggio, e poiché parte (li strada che mena alla città costeggia il mare, ivi quattro navi inglesi, remando vicino al lido, facendo fuoco vivissimo di cannoni, uccidendo soldati francesi, rompendone le file, lardavano il cammino all’esercito. In quel mezzo volle for- tuna che si alzasse temporale di mare, sì che i legni lenevansi a stento fra le procelle; ma tanto importava il combattere che non si slonlanavano dal lido, benché arte di navigare il consigliasse, nè cessavano di tirar colpi, che per i moti delle onde raramente offendevano. Digitized by Google -A LIBBO SESTO — 1808 Crebbe il vento: ciò che sino allora era stato zelo ili guerra diventò necessità, dapoichè le navi, furiosamente spinte verso terra, non più potevano girar largo; e le ciurme intendevano non più a combattere, ma a salvarsi. A que’ pericoli veduti da Messina, dove stava sull' àncore l'armata in- glese, il capitano Glaston comandante di un va- scello imbarcò sopra legno corridore, un brick, veleggiò verso Calabria. I Francesi osservando gl’ impedimenti delle piccole navi e l’altra più grande oramai vicino a soccorrerle, gittansi a nuoto, pervengono, portando in bocca la spada, a que’ legni, ed ivi si uncinano con la sinistra mano al bordo, con la destra combattono, si ram* picano co’ piedi, trionfano; e cosi quattro navi armate di cannoni sono predate da fanti nudi. Il brick, cacciato sulla costa di Calabria da furioso libeccio e dalle correnti, si arrena; i Francesi, ve- dendolo in quello stato, corrono al vicino lido, altri mettonsi a nuoto; si combatte due ore; muore il capitano; il legno che aveva quattordici can- noni, non pochi soldati e numerosa ciurma, si arrende. XL 1 Y. Per questa vittoria, nella quale com- batterono col valor francese i venti e la fortuna, inanimito il vincitore, debellò nel giorno istesso la città di Reggio, spingendo il presidio di otto- cento soldati nel piccolo castello che al di se- guente si arrese. E subito Regnier voltate a Scilla le schiere, le artiglierie, gli strumenti di guerra, il di 4 di febbraio ne cominciò l’assedio che ai 17 terminò, ritirandosi gl’inglesi sopra lepre- parate navi per una scala coperta, intagliata con LIBRO SESTO — 1808 75 gran fatica nel sasso vivo ne’ diciotto mesi che colà dominarono. I Francesi trovarono il castello vuoto d’uomini e guasto raen dalla guerra che dalla prudenza e dal dispetto de’ fugati presidii. E poiché nessun fatto memorabile dell assedio mi trattiene su quel subietto, finirò notando che dopo la espugnazione di Reggio e di Scilla non rimase alla bandiera borbonica nel reame alcuna sede, nè all' antico re alcun segno di dominio o di speranza. XLV. Ebbe il Regno nuove leggi, le stesse di Francia componenti il codice Napoleone, così chiamato perchè Napoleone primo consolo e le- gislatore gli aveva dato a comune gloria il suo nome: erano le civili, le penali, di commercio e di procedimento criminale e civile. Il codice civile raccogliendo le dottrine legislative della sapienza antica greca e romana, e della moderna europea, dividevasi nelle due parti cui si anno- dano le sociali relazioni, persone e cose ; di ogni } >arte un principio vero ed eterno reggeva tutte e leggi di quel titolo ad esempio della natura, che da cause semplici e sole deriva innumerevoli effetti. Del titolo delle persone era principio il matrimonio, patto civile in alcuni codici e perciò variabile come ogni altra civile transazione, sa- cramento in altri ed immutabile come cosa di Dio; ma nel codice Napoleone era vincolo natu- rale, insito all'umana specie, non fortuito, non fugace, ma pensato da conjugi e durevole. Era le cose la eguaglianza fra stretta o necessaria, non potendo essere ingiuste V t risiede la giustizia più % 76 LIBRO SESTO — 1808 e le ragioni de’ cittadini. XLYI. Delle due parti del codice di commercio, la esterna mancava, la interna fu diligentemente ordinata, la frodi antivedute o punite, le perdite provenienti da avversa fortuna soccorse. Sembre- rebbero eccedenti le regole o legami imposti ai commercianti, ina il lungo uso degl’inganni, la rilassatezza delle antiche ordinanze, l’ avarizia rigore. Speriamo giorno in cui sieno soperchio quelle catene, che ora per vergogna del secolo >ena bastano. Concetto sapientissimo del codice a instiluzione de' tribunali di commercio, giu- dici i commercianti, eletti da commercianti, e mutabili a tempo; giuiy di commercio. La parte esterna del codice, la internazionale, trasandata per furor di guerra e di sdegno con Ja Inghilterra, speravasi nella pace. XLVII. 11 codice penale, comunque fosse in Francia, non era per noi adatto e giusto; peroc- ché comportabile e forse lodevole ad un popolo è prender leggi civili di altro popolo, essendo oramai comuni in Europa i sociali arlifìziali inte- ressi. Ma le cagioni delle leggi penali trovandosi nella natura fisica e morale delle società, ed es- sendo vario il sentire, vario il soffrire delle varie genti, non è uguale a tutti gli uomini la colpa ne’misfatti, la pazienza al dolore; *perciò i ca- stighi adatti per gli uni sono per altri o soperchi o leggeri. E difatti erano per noi difettive le scale de delitti e delle pene, aspri soperchiamente i supplizi, prodigalo quello di morte, tali dovendo Digitized by Google.. LIBRO SESTO — 1808 77 essere nella Francia gli effetti del troppo rivol- gersi per venti anni e del morir troppo; cosi come conservata per alcuni misfatti la confiscatone, si puniva de delitti degli avi la innocente ignota posterità, ingiustizia pur derivata dalle abitudini della Rivoluzione, ossia dall’ avarizia e cupidigia di lei, e dall’ aver visto a migliaja patrimoni spo- gliati, opulenze disfatte, e figliuoli poverissimi di Ficchi padri. Era serbato l’uso per parecchi casi di governo di lasciare in custodia della 1 olizia l’uomo assoluto da’ magistrati, necessità o miseria di tempi, subietto di passaggera ordinanza non di codice. Si abusava la pena della berlina, torse giusta dove è comune fra cittadini il senso di ver- gogna , ingiustissima tra noi dove la vergogna è nulla per guasti costumi, o troppa per natura come provano due fatti che nari ero. Per ladronecci fu condannato alla berlina ed a ferri un uomo della più bassa plebe, di persona sconcia oltre ogni credere e goffa, e per que a bruttezza molti del popolo beftandolo alla berlina lo motteggiavano, ed egli sfrontatissimo e pronto rispondeva a motteggi, confondeva ì beffatoli, ridea con essi, convertiva in giuoco e scena il SU1 Jù alTempo ÌQ altra parte J e l Regno av- veniva caso contrario e miserevole. I na donzella di onorata famiglia e di padre rigidissimo, presa .di amore per ardilo giovane e incintasi, vergo- gnosa più che onesta procurò di abortire; ma da vigorosa salute impedito l’effetto, chiusa in casa per nove mesi, tristamente visse, ajulata dalle cure pietose di una zia. Sgravatasi (madre infelice 78 LIBRO SESTO — 1808 e snaturata) tollerò che il figliuolo fusse esposto in una notte (l’inverno su la via dove misera- mente mori; sì che avutasi del delitto contezza e pruova, fu condannata a lunga prigionia ed al supplicio, secondo il codice, della berlina. Nel E omo fatale la infelice con infame corteggio per strade più popolose della sua patria, preceduta dal banditore che divolgava il misfatto, giunta al luogo dello spettacolo fu trattenuta dal carne- fice che le impose al capo il cartello indicativo del nome, con l’aggiunto « uccise il figlio?». Ed allora furono viste tremar tutte le dilicate mem- bra, e ad un tratto arrestarsi, così che lo spietato assistente credendola ributtante al castigo, la mi- nacciò e la spingeva; ma quella cadde bocconi alla scala del palco, perchè soffocata dalla ver- gogna era morta. Non dirò chi ella fosse acciò del tanto desiderato mistero goda almeno il suo nome. XL\ IH. 11 codice di procedimento criminale, non legato come il penale alle condizioni di luo- go e di tempo ma tenendo principio dall’umano giudizio e dalla ragione, è immutabile, eterno. Si vorrebbero codici penali quanti sono i popoli e le età, ma un sòl codice di procedimento (pur- ché ragionevole) basterebbe per sempre a tutte le genti. Non fu dunque per noi errore o pericolo il prenderlo di altra nazione, ma sventuratamente era imperfetto. Buonaparte , primo console, tollerò in Francia la istituzione de giurati; imperatore, ne vietò a noi 1 esercizio, e Giuseppe per neces- saria obbedienza non ne fece motto nel nuovo codice. LIBRO SESTO — 1808 79 Altro difetto era ne’ magistrati di eccezione, tribunali di polizia, corti speciali e prevostali, commissioni militari. La falsa ed iniqua dottrina ebe il criminal processo è l’ agone dove combat- tono la legge e l’ accusato, ha prodotto e produco danni gravissimi alla società; perciocché di quella immagine sono effetti necessari togliere nell ira armi al nemico, aggiungerne alla propria parte, e ne’ misfatti più odiosi alla società ed al governo scemar difese agli accusati, accrescere agli accu- satori mezzi di offesa. Questa è l’origine de’ tribu- nali di eccezione. Ma se il processo fosse creduto, qual è, il sillogismo per discoprire il delitto, non cerclierebbonsi modi varii, lunghi o brevi di ar- gomentare; chè siccome in prova di certezza un sol ragionamento è il più giusto, tal nella scienza criminale un solo è il vero fra tutti i possibili procedimenti. Numerati gli errori del nostro co- dice con animo più allegro ne discorro i pregii. Principal pregio il pubblico dibattimento, mez- zo di giustizia più giovevole del giurato, che è mezzo di civiltà, avvegnaché più della civiltà la giustizia è il bisogno de’ popoli. E pregii gli effetti necessari di questo atto istesso, la pubblicità dei giudizi, i' convincimento morale ne’ giudici, il ritegno alle inique sentenze dal grido pubblico; perciocché tra Napolitani sospettosi e torbidi, quanto scarsi di animo e di politica virtù, mia (non già le mille che i moderni novatori imma- ginarono) è la guarentigia della civile libertà, la manifestazione di ogni opera del governo. Ed altro non minore pregio del codice fu quella parte (Iella giustizia che puniva i piccoli falli. 80 LIBRO SESTO — 1808 ingiurie, baiti Iure leggiere, violenze al pudore} innanzi tollerale perché il duro-governo vicereale, e la feudalità, e fa divisione di ceti, avevano ab- bottata la plebe. Ma l’amor di eguaglianza fervido a’ giorni nostri, l’ abolita feudalità, e re nuovi in- nalzati al trono di mezzo al popolo, vietavano che quelle soperchiatrici costumanze reggessero. Intendevano ad estirparle le leggi dette correzio- nali, specie di censura troppo severa ne’ tempi civili, mite e santissima ne’ corrotti. XL1X. Del procedimento civile, che per brevità unisco alla legge costitutiva da’ magistrati, erano difetti avaro spirito di finanzierò guadagno, e troppa mole di atti e corso troppo lungo di tempi giuridici; ed erano pregii la competenza assicu- rala e sollecita, i mezzi di giustizia locali, la pro- prietà accertata da un registro pubblico degli atti civili e delle ipoteche, la scala de’ giudizi non in- terrotta, la indipendenza de’ magistrati, la insti- tuzione di un magistrato supremo, detto Corte di Cassazione, sostenitore e garante delle leggi, fruito delle novelle scienze filosofiche e legislative, do- cumento per sé solo dell’altezza del nostro secolo sopì? i passali. L. Al tempo stesso si ordinarono i tribunali- per l’amministrazione, e furono: un consiglio d’intendenza per ogni provincia, magistrato di prima istanza nelle cause amministrative} la regia corte de’ conti, di revisione a’ consigli d’inten- denza per alcune liti, e di primo giudizio per alcune altre} il consiglio di stato, di appello ai consigli d’intendenza ed alla corte de’ conti Le regole di giustizia amministrativa eraqo le cpmuni LIBRO SESTO — 1808 81 del codice, il procedimento diverso, tendente a favorire le persone e le cose dell’ amministrazione; e quindi per natura e difetti erano magistrati di eccezione, tollerabili in uno stato nuovo perchè multiplicavano gli strumenti operosi de’ non ben noti metodi governativi, non comportabili agli stati già formati; provvedimenti però passeggeri indegni del nome e del decoro di codice o di legge. Intanto l'arbitrio piacque a governanti; e sebbene il napoleonico reggimento si afforzasse de’ nuovi interessi e degli usi del popolo, le di- spotiche ordinanze dell amministrazione non mu- tavano, LI. Compiuti, pubblicati, messi in pratica gli enunciati codici, si vidde nel Regno spettacolo magniGco; magistrato in ogni comunità, magi- strati maggiori nel circondario e nella provincia; cominciare le cause sopra luogo e terminarle, i giudizi e i pudici star sempre a fianco degl’in- teressi e de bisogni del popolo; dismessi gli usi assoluti, gli scrivani sbanditi, vietati gl’inganni e i tormenti agli accusati e a’ testimonio E cosi la immensa congerie degli errori e vizi fieli’ antica giurisprudenza, frutto di diciotto secoli d’italiane miserie, fra sconvolgimenti politici, domestiche f uerre, desolataci conquiste, invasioni di bar- are genti, superbia de’ grandi, servitù de’ po- poli ed imperii lontani spensierati di noi, in breve tempo abbattuta e scomparsa. Dopo di che a’ no- stri sguardi cambiò di aspetto la legge, atto già di potenza, ora di ragione; prima imperava, oggi governa; voleva l’obbedienza, ora cerca la per- suasione e’1 favore de’ popoli. Strumento perciò Colletta, T. III. 6 82 1 LIBRO SESTO — 1803 ne’ passati tempi (quando fusse perfetta) di quiete e di giustizia} negli avvenire, di civiltà. CAPO QUINTO * Partenza del re. Ultimi tempi del sno regno. LII. Avveratosi ciò che la fama da parecchi giorni divolgava, il re parti} e i lasciati provve- dimenti indicavano che non tornasse. Indi ad un mese, da Bajona bandì per editto esser chiamato da’ disegni di Dio al trono della Spagna e delle Indie} lasciar noi dolente} sembrargli di aver fatto poco se mirava ai bisogni dello stato, molto se al suo zelo, alle sue cure, alle fatiche di regno} concedere a documento di amore un politico sta- tuto raffermativo de' beni operati per suo mezzo, operatore di maggiori beni. Il quale statuto componevasi di undici capi. 11 i.° (Iella religione dello stato, confermava la cat- . tolica apostolica romana. Il a. 0 della coivna, il 3.° della veggenza, il 4-° dalla famiglia reale, prov- vedevano a’ casi di morte deire, alla discendenza, alla minorità} era parte del quarto capo la dote della corona} e fu visto che al re Giuseppe e alla poca sua famiglia erano dati ogni anno, fra paga- menti del tesoro pubblico e demanio regio, due milioni o poco meno di ducati, ottava parte della finanza: modestia forse per antico re, esorbitanza di nuovo, scandalo e danno nelle presenti stret- tezze. fi 5.° capo, degli uffizioli della corona, tanti ne stabiliva quanti erano nella corte di Napoleone imitatrice in largo della più antica de’ re di Fran- Digitized by Google LIBRO SESTO — 1808 83 eia. Il 6.° del ministero, il i ° del consiglio di sta- lo, rendevano costituzionali que’ due già formati collegi. ■ • < . i L’ o.° capo, del pai-lamento, statuiva un’ adu- nanza
  • Napoleone nostro , amatissimo cognato , gran » duca di Berg e di Cleves, il trono di Napoli e » di Sicilia, restato vacante per lo avvenimento, » di Giuseppe Napoleone al trono di Spagna e » delle Indie ». Altri capi regolavano la discen- denza. Era prescritto che Carolina Buonaparte, quando mai sopravivesse a Gioacchino Murat marito di lei, salisse al trono prima del figlio. Che il re delle due Sicilie, finché durasse la sta- bilita discendenza, aggiungerebbe al suo titolo la dignità di grande ammiraglio dell’impero fran- cese- Che mancata la stirpe Murat, la siciliana corona tornasse all’impero di Francia. Che il nuovo re governasse lo stato dal dì primo del vicino agosto con le regole dello statuto di Bajona del 20 giugno di queir anno. «jty Goo gle LIBRO SETTIMO — 1808 91 Un editto contemporaneo di Gioacchino pro- metteva a’ popoli delle due Sicilie felicità, gran- dezza, soliti vanti di chi regna; giurava lo sta- tuto di Bajona: diceva prossimo il suo arrivo, inculcava a’ ministri e magistrati di vegliare nella s sua assenza al mantenimento dello stato. Con al-’ tro decreto nominava a suo luogotenente il ma- resciallo dell’Impero Perignon. II. Saputo il nuovo re, i iSapolitani si chiede- vano a vicenda il natale di lui, la vita, i costumi, i fatti pubblici; ma la fama del suo valore lutto, invadeva le restanti cose, e sì che i mali esperti delle virtù militari in lui temevano inflessibil comando, cuor duro alla pietà, moli continui di guerra e di ambizione, incapacità ed impazienza alle cure di pace. Ai quali timori aggiungevano fede i recenti fatti di Spagna e la ribellione di Madrid, oppressa da Gioacchino con molla strage di popolo. Ma dall' opposta parte così deboli e di effetto lontano erano i benefizi del regno di Giu- seppe e sì grandi e pubblici i sofferti mali, che ogni vicenda di stato piaceva alla moltitudine; la quale inoltre credendo che l’indole guerrièra del nuovo re disdegnasse le odiose pratiche di polizia, sperava almeno cambiar dolori, che è genere di riposo nelle miserie. Era Gioacchino ancor lontano, e ricorrendo il giorno del suo nome si fecero nella città e nel regno pompose feste, così come si usa per adulazione o timore de’ re presenti. A dì 6 settembre di quell’anno egli fece in- gresso nella città a cavallo, superbamente vestito, ma non col manto regio o altro segno di sovra- Digitized by Google » - *• 92 LIBRO SETTIMO — . 1808 nità, bensì da militare qual soleva in guerra. Ricevè alla porta ( simulata con macchine nella piazza di Foria) gli omaggi de’ magistrati, le chiavi della città, tutti i segni della obbedienza. Figli, bello di aspetto, magnifico della persona, lieto, 'sorridente co’ circostanti, potente, fortunato, guer- riero, aveva tutto ciò che piace a’ popoli. nella chiesa dello Spirito Santo prese dal Cardinal F’i- rao la sacra benedizione, con religioso aspetto, ma tenendosi in piedi sul trono. Passò alla reggia, 3 tutte le cerimonie con disinvolti modi adempì quasi re già usato a quelle grandezze; la città fu riccamente illuminata; 1 allegrezza pubblica, J [uella che nasce da felici momentanee apparenze, u sincera e per tutta la notte si prolungò. III. I primi atti del regno, concedendo perdono a’ disertori, convocando i consigli di provincia, restringendo alcune spese per fino a danno del- l’esercito francese ch’era di presidio nel Regno, furono benigni e civili; diede alcun soccorso ai militari in ritiro, ed alle vedove ed orfani del- l’antica milizia napoletana, dal precessore abban- dofiati; riformò lo stemma della corona per ag- f iugnervi la insegna di grande ammiraglio di rancia, e mutar nel suo nome quel di Giuseppe. Ed erano i principii di regno oltrachè benigni, come ho detto, felici; la Polizia aveva sospeso o nascondeva i suoi rigori; le feste per la venuta del re non appena terminate, ricominciarono i moti di allegrezza e i guadagni del popolo per altre feste che si apprestavano alla regina. \ i era- no dunque molte speranze di pubblico bene e tutte le immagini di letizia pubblica, quando il Digitized by Googlf LIBRO SETTIMO — 1808 93 dì a 5 di settembre Carolina Marat giunse iù città. Fu la cerimonia meno magnifica di quella già fatta nello arrivo del re, ma più splendida per ammirazione della bellezza di lei e del contegno veramente regale, e per lo spettacolo di quattro figliuoli teneri, leggiadrissimi, e per il comune pensiero che a Gioacchino il diadema era dono di lei. • f/i IY. Tra quelle feste il re maturò la spedizione di Capri. Quell’isola, come hcr riferito nel prece* dente libro, tenuta dagl’inglesi, fatta fucina di congiurazioni e di brigantaggio era commessa all'impero del colonnello Lowe, uomo tristo ed avaro. 11 disegno di assaltarlo non fu confidato dal re che al ministro della guerra per apprestar armi e provvigioni, e ad un uffiziaie del genio, napoletano, per girare intorno all’isola sopra pic- cola non avvertita nave, e indicare il luogo dello sbarco e le altre particolarità di guerra necessa- rie all’ impresa. Due volte nel regno di Giuseppe quella spedizione erasi tentata, ed altretante per mancanza di secreto tornata a vuoto, anzi a dan- nò e vergogna, perchè le nostre navi sconstrate dalle navi nemiche furono prese o disperse. m Quell’isola lontana da Napoli ventisei miglia, tre dal capo delle Campanelle, s’eleva dal mare tutta in giro per alte rocce; una strettissima cala che chiamano Porto dà mal sicuro ricovero alle piccole navi; angusta spiaggia di arena in altro luogo permetterebbe lo approdare a’iegni sottili, ma lo impedivano potenti batterìe di cannoni e fortificazioni e trinciere. L’interno dell’ isola! divi- desi in due parti, l’una ad oriente poco alta, Val- 94 LIBRO SETTIMO — ' 1807 tra ad occidente altissima; in quella è la città, pur detla,Capri, e molte ville, il porto, la marina, i superbi segni della tiberiana lascivia* e terreno fertilissimo coperto di vigne; nell’ altra parte, detta Anacapri, la terra è sterile e sassosa, il cielo grave di nugoli, agitato da’ venti, e piccolo paese vi si trova fondato a cui si giugno per unica ed angusta strada, intagliata nel sasso a scaglioni (che sono trecento otlant’uno) alti, e la più parte dirupati per l’ antichità e per lo scorrervi delle acque. Quattromila abitanti coltivano l’isola, ed erano in quel tempo fedeli al presidio inglese, forte di mille ottocento soldati. Dovunque mai uomo ardito approdar potesse, l’ impediva o fossa, o muro, o guardia: chiudevano il porto e la ma- rina batterìe di cannoni; cinque forti, uno ad Anacapri, quattro in Capri, bene armati, difende- vano ogni parte del terreno; la città era cinta di mura. Gl’ Inglesi credendo quel posto inespugna- bile lo chiamavano lo piccola Gibilterra; ma nulla trattener poteva l’impeto militare di Gioac- chino, che tenevasi a vergogna vedere dalle sue logge sventolare la bandiera nemica, e starsi i pjresidii sicuri e spensierati. Maturato il disegno, armate molle barche, più molte caricate di soldati francesi e napolitani, dato supremo comando al generai Lamarque, nella notte del 3 di ottobre muove la spedizione dal porto di INapoli, ed altra minore da Salerno. Al mezzo del giorno 4 1 isola è investita da tre parti, al porto, alla marina, ad un luogo alpestre dal lito di Anacapri: de’ tre assalti i due primi erano finti, benché per numero di barche e per Digitized by Googli LIBRO SETTIMO — 1808 95 impeto i più veri apparissero; quello ad Anacapri, modesto e quasi inosservabile, era il vero. Qui, sopra piccolo scoglio che le onde coprivano, sbar- cammo alcuni ufliziali, ed appoggiando alla rupe una scala di legno, ascesi all allo arrampicandoci tra quei sassi per non breve cammino, indi posta altra scala e salita giungemmo a terreno alpestre e spazioso, naturalmente coronato di grandi pietre disposte in arco, ultimi e superabili impedimenti per poggiare al dosso dell’isola. Era fatta la strada: succederono a’ primi sbar- cati altri ad altri, già più di ottanta tenevamo il piede su l'isola, il generale con noi, in cima di ogni scala, per segno e per trionfo stava piantata la nostra banderuola, e i male accorti difensori nulla avean visto. Fummo alfine scoperti: accorse il nemico su la cresta della soprastante collina; ma trattenuto da colpi che di dietro a’ macigni si tiravano, e timido, irresoluto, aspettando da Ca- pri i dimandali soccorsi, non osava di appressarsi, e frattanto altri soldati disbarcavano, e sì che in breve cinquecento de’ nostri combattevano. Ma il mare si fece procelloso, le nostre navi presero il largo; lo avvicinarsi al primo scoglio era impossibile, piccolo stuolo di audaci che lo tentò fu sommerso, cessò lo sbarco. Non bastando i disbarcati all’impresa (giacché di cinquecento, sette erano morti, centotreutacinque feriti), si at- tese la notte oramai vicina sperando che coprisse al nemico la pochezza de’ nostri mezzi, e gli ag- giungesse spavento. Frattanto si combatteva in tutto il giro dell’ isola : il colonnello Lowe dotto in astuzie di polizia, inesperto di guerra, disor- V 96 LIBRO SETTIMO — I80S dinò, confuse tutte le regole del comando; come agevolmente movevano in mare le nostre barche, cosi a stento nell’ isola egli facea volteggiare i pre- sidii, senz’opera e senza scopo, ed intanto Ana- capri ed un piccolo reggimento maltese che il guerniva non erano afforzati. Giunse la notte, e le apparenze non le cure di guerra cessarono. 11 cielo fu per noi. Dopo breve oscurità la luna uscita limpida e piena su l’orizzonte illuminò la cresta della collina che il nemico guardava. Visti i soldati inglesi da noi che i macigni e le ombre del colle coprivano, erano uccisi o feriti; e sì che arretrandosi, lasciando alcune ascolte che presto cadevano o fuggivano perchè da tutti i nostri mirate ed offese, restò il luogo deserto. Ed allora formata in due colonne la nostra piccola schiera, superati senza contrasto quegli ultimi ostacoli del terreno, marciando chetamente una colonna per la diritta, l’altra per la sinistra de’ macigni, die- tro a’ quali a strepilo e ad inganno pur si lascia- rono alcuni soldati a durare il fuoco, giungemmo inosservati al piano del- colle, poco lontani dalle squadre nemiche. Le assalimmo con impeto, gri- da, spari e sonar di tamburi; le ponemmo in notte e fra gl’ intrighi delle strade e del paese pervenute a chiudersi nel forte. Nella notte istessa, occupata la testa della lunga scala che mena in Capri e quanta terra si poteva e conoscevasi di Anacapri, fu circondato il forte. Ed a’ primi albóri del dì 5, intimata la resa e minacciato il presidio di sorte estrema se facesse Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1808 97 difesa, che 1 ambasciatore, com’è costume, di- mostrava inutile, dopo breve consiglio, il forte fu ceduto, altri trecento soldati si diedero pri- gioni, e uniti a quattrocento già presi, furono a trionfo mandati in Napoli. Yi giunsero quando la malignità di alcuni, o la timidezza di altri, e la ingenita loquacità della plebe, dispensiera di sventure, diceva noi morti o presi: noi già pa- droni di Anacapri, perciò dell’isola, superbi di avere espugnato luogo fortissimo, assalitori, ben- ché di nùmero quanto la quarta parte del presi- dio nemico, e tenendo prigioni al doppio delle nostre forze, noi, sefrancesi, lieti di combattere sotto gli occhi di capitano antico e valorosissimo; e se Napoletani, più lieti perchè ammirati dal nuovo re, dalla nostra città spettatrice, e facendo gara di arte e di animo con le schiere francesi. In tutto quel giorno il re da su le logge guardò gli assalti e le difese, spedì ordini e provvedi- menti; non cessò che per la notte; ed al dì ve- gnente, non ancor chiaro il giorno, ripigliò le sospese cure; ma dipoi, impaziente, si recò a Massa prossimo il più che poteva a Capri. V. Nello stesso giorno esplorato ^promontorio di Anacapri, posti i campi, formata batteria di cannoni per offendere, benché ad estrema por- tata la sottoposta città, si ordinarono tutte le parti del militare servizio chiamando in fretta altre schiere che giunsero per la via stessa del primo sbarco, non avendo trovato nella calma delle osservazioni altro luogo men disagevole di quello scelto fra i moti e le sollecitudini della guerra. Aspettata la notte per discendere in Capri, cre- CoLLETTA, T. III. 7 98 LIBRO SETTIMO — 1808 elevasi ad ogni passo incontrare il nemico, giac- ché per case, muri ed altri impedimenti era il terreno adatto alle difese; ma il colonnello Lowe con più di mille soldati tenevasi chiuso nella città, onde noi, cingendola di posti nella notte, cominciammo nel vegnente giorno ad assediarla. Ma gl’inglesi eh’ erano in Fonza ed in Sicilia, avvisati del pericolo di Capri, accorsero con pa- recchi legni di guerra; e giunti corrispondevano con l’assediata città per la via del porto, rompe- vano le nostre comunicazioni con Napoli, tenta- vano o fingevano assalti ad Anacapri, e per con- tinuo copioso fuoco di artiglieria disturbavano l’assedio. Ed allora i Franco--Napoletani, offensori ed offesi, con accrescimento di fatica e di gloria, provvedendo alla doppia guerra, formarono nuo- va batteria (chiamata per onordi assedio da brec- cia, ma che distava dalla città trecento metri), così che aperti i fuochi, le palle, eli’ erano da sei, bucavano i muri senza scuoterli, e bisognò me- nomare la carica per ottenere qualche effetto di breccia. Ma il colonnello Lowe timido per sé, vie più discorato da parecchi Napolitani, che, fuggiaschi per delitti o fabbri di congiure, stando in Capri temevano di cader nelle mani della po- lizia di Napoli, inalberò bandiera di pace; ed a patti che si fermarono in quel giorno 18 di ot- tobre diede la città, le ròcche, i magazzini, tutti gli attrezzi di guerra, e* prigioni con sè stesso settecento ottanta soldati inglesi e Còrsi, da essere trasportati in Sicilia congiurata fede di non com- battere i Napoletani nè i Francesi, o gli alleati della Francia per un anno ed un- giorno; quei . * LIBRO SETTIMO — 1808 99 • tristi o rei che stavano in Capri ebbero asilo , prima del trattato, sopra i legni inglesi. La città fu con- segnata, i prigionieri in due giorni partirono; e fra quel tempo giungevano da Sicilia, ma tardi, altre navi, altre genti, altri mezzi di guerra. Capri restò presidiata e meglio fortificata dai Francesi; perciocché il recente assedio avea sco- perto molti errori di arte, e l’isola di nemica di- venuta parte del Regno avea mutate le condizioni di guerra. Il governo donò i tributi di un anno agl isolani; ma il dono era minore de’ guadagni che innanzi facevano a cagione della liberalità •degl’inglesi e delle occasioni di controbando, e delle dissipazioni del denaro pubblico fra le sol- lecitudini della guerra. Quella impresa per cele- rità, modo ed effetti accrebbe gloria a Gioacchino. VI. Fu seguila da importanti miglioramenti. Ri- vocato il decreto di Giuseppe che avea messe le Calabrie in islato di guerra, tornarono quelle pro- vinole sotto al pacifico impero delle leggi; richia- mati gli esuli, sprigionati i rei di stato, e sciolte le vigilanze; tutte crudeltà di polizia estimale in- sino allora necessarie o prudenti. Ma non per anco fu permesso il ritorno a’ rinchiusi in Compiano, F enestrelle ed altre pi ù lontane pr igion i della F ran- cia; perchè grande n’era il numero, certa dimoiti la malvagità, e del ritorno loro pubblico il danno. Sono questi gli effetti del dispotismo : i rei, i meno rei, gli innocenti colpiti dalla stessa pena; e quan- do la potenza, o pentita o per circostanze tempe- ratasi, vorrebbe rivocare quelle condanne, la rat- tiene il pericolo che fa allo stato la libertà di al- cuni tristi : e però sempre pessima è la sorte dei 100 LIBRO SETTIMO — 1808 * . buoni nei rigori o nelle blandizie della tirannide. IVel proseguimento del regno di Gioacchino molti tornarono da quelle crudeli relegazioni, e molti vi erano periti, i peggiori vivevano: la morte più colpiva gl’ innocenti, perchè della ingiusta pena più addolorati. INel tempo istcsso si diede opera onde rimuo- vere gli ostacoli che le vecchie abitudini oppone- vano ai nuovi codici. Della quale opera (e il dico in questo luogo anticipando i tempi per meglio ordinare le materie) fu assidua la cura in tutto quel regno; ed ebbe a principale istromenlo il regio ministro conte Ricciardi, che qui nomino» ad onore e a durevole gloria per quanto durar possono queste povere carte. 11 registro delle na- scite, delle morti, dei matrimoni fu confidalo a magistrati civili; il matrimonio non poteva cele- brarsi in chiesa come sacramento, se prima non celebrato nella Casa del Comune come patto di società. 11 registro delle ipoteche fu aperto; e più dello stato civile ebbe contrasto, perocché molli particolari interessi gli si opponevano: ma saldo il governo nel suo proponimento, le proprietà furono chiarite, i crediti assicurati: molte case nobili, che fra i disordini e le trascuranze della famigliare economia ignoravano il vero stato del patrimonio avito, trovandolo scarso o nullo, di ricchissimo che il supponevano, ne Ricusavano a torto il governo e le nuove leggi. Per le prov- videnze di quel libro non più si viddero ingan- nevoli fallimenti, patrimoni dedotti, amministra- zioni economiche date o chieste, cedo Louis, ed altri di altri nomi fraudi alla proprietà, tanto fre- quente nei passati tempi. LIBRO SETTIMO — I80S 101 VII. Per la parte amministrativa furono ordi- nate con un sol decreto la municipalità di Napoli e la prefettura di polizia; e date a quella, tolte a questa parecchie facoltà; sì che la già odiosa pre- fettura divenne magistrato men regio che civico. Fu nominato un corpo d’ingegneri di ponti e strade: questa parte di pubblica amministrazione istromenlo di civiltà e di ricchezze, affatto trasan- data sotto il dominio dei viceré, sentì la magni- ficenza di Carlo Borbone, come ho riferito nel primo libro; ma quella virtù non fu dal figlio seguita, sì che nel suo regnare lunghissimo por che nuove strade si costruirono, e meno per pub- blica utilità che a comodo delle proprie ville o cacce. Sotto Giuseppe surse un consiglio di lavori pubblici, e due ispezioni per i ponti e strade: il Consiglio rimase sotto Gioacchino, .le ispezioni si slargarono in un corpo d’ingegneri numeroso, abilissimo, del quale dirò le opere a suo luogo. In decreto, tra molti di Giuseppe, prometteva in Aversa una casa di educazione per le fanciulle nobili. Con altri decreti Gioacchino la fondò in Napoli, nello edifizio detto de’ Miracoli; e poiché prendevané cura suprema la regina, fu delta dal suo nome Casa Carolina. La nobiltà delle fanciulle non era ricercata ne titoli e nelle memorie degli avi, bensì nella presente onestà e nel vivere agiato e civile della famiglia; onde l istesso tetto acco- glieva i nomi più chiari per antico legnaggio, ed i più pregiati della nuova età. La casa in sette anni cresciuta di merito, grandezza e fama; con- servata, benché odiati cadessero i fondatori nel ibi5, si mantiene ancora con le prime regole; Digitized by Google 102 LIBRO SETTIMO — 1808 ed è siala ed è potente cagione dei costumi mi- gliorali delle famiglie, e dell’ incontrarsi spesso virtuose consorti, provvide madri amorose delle domestiche dolcezze. Io ho discorso in questo li- bro, e spesso discorrerò in poche righe, tempi e fatti lontani, così esigendo F indole del regno di Gioacchino, che fu di ridurre ad atto e migliorar le ^istituzioni teoriche ed imperfette di Giuseppe, e tli spingere i Napoletani e sè medesimo alla gran- dezza, ad ogni ambizione, ed a’ precipizi. Perciò ni era d’uopo disegnare brevemente, e come a gruppi, ciò ch’egli fece da successore di altro re; e descrivere con ordine di tempi e di cose le opei'e una all’altra succedente del proprio ingegno. Vili. Prima tra queste fu la milizia assoldata e ]a civile. Gioacchino, al suo giungere in Napoli, compose due reggimenti di Veliti, ed altri batta- glioni e compagnie sotto inavvertiti nomi : astuzie necessarie per assoldar uomini. Giuseppe non ave- va osato porre in piede la coscrizione perchè la ripugnanza dei popoli al militare servizio, 1 istes- so brigantaggio, la facilità a’ coscritti di fuggire in Sicilia, facevano temere che uomini levati per »oì servissero di ajuto e reclutamento al nemico; rispetti gravi e veri, non dispregiati ne’ primi tem- pi di regno dallo stesso arrischioso Gioacchino. I reggimenti di Giuseppe si composero di uòmini tratti dalle carceri e dalle galere, o di perdonati del brigantaggio, o de’ ribaldi adunati dalla Po- lizia, o infine (e questa era la parte più pura ma piccola) de’ prigioni delle ultime guerre della Ca- labria; formavansi nelle piazze chiuse, s’impedi- va loro V uscirne, ed appena instrutte andavano Digitized by Googte # LIBRO SETTIMO — 1808-9 103 in lontane regioni. I due reggimenti di V éliti da- vano minor sospetto, perchè formati di gentiluo- mini, abborrenti così dal brigantaggio, come del fuggire in Sicilia, lasciando alle vendette della Polizia le famiglie. > Per le milizie civili nuova legge e difettiva. slegno lidio società ma del governo. Eppure la volontà e l’opera continua del re produssero che la milizia civile serviva, combatteva, acquistava uso e gloria di guerra. L’ultima invasione fran- cese nel regno di Napoli, e direi meglio nella Italia, differisce dalle passate,, pur* francesi o di altre genti, per alcune essenzialità, delle quali prima e maravigliosa è armare i popoli vinti, come non usano le conquiste; perchè a farlo si vuole proponimento di bene operare, pensiero di durabilità, o speranza di pubblico amore. IX. Ma tenui ed incerti mezzi di guerra non bastavano -a' bisogni ed alle ambizioni di Gioac- chino. Al cominciare dell’anno 1809 si magnifi- cavano i servigi e le ricompense de’ reggimenti napoletani che militavano in Spagna; si profon- devano lodi e doni ad ogni milite soldato o civi- co che nelle continue occasioni di guerra ester- na o di brigantaggio faceva impresa di valore; ne’ circoli di corte, ne’ discorsi del re, negli usi, nelle fogge, non si pregiavano che le cose e le sembianze militari. E dopo allettato in tanti modi, e lusingato il genio delle armi, si pubblicò la leg- ge della coscrizione. Ogni napoletano da’ 17 a 26 % » Digitized by Google I 104 LIBRO SETTIMO — 1809 anni sarebbe scritto nel libro della milizia, dal «piale tirando a sorte due nomi per mille anime avrebbe 1 esercito diecimila giovani all’ anno: era- no esenti, per giovare alla popolazione, gli am- mogliati o gli unici; lo erano per pietà i figliuoli di donna vedova, sostegni delle famiglie; e, per mercede e ad impegno di studio, gli estimati ec- cellenti a qualche arte o scienza. Il servizio non aveva (ed era difetto ed ingiustizia) durata certa.. Quella legge spiacque al popolo pei oliò suo mal destino è il disgustarsi de' tributi e dell’ esercito, ricchezza e forza dello stato, mezzi di grandezza, ’ ili civiltà, d indipendenza. La città di Napoli, che aveva il vergognoso privilegio «li non dar uo- mini alla milizia, ij perde, come il perderono al- cuni ceti e famiglie. Più ingrandiva il disgusto al Ì >ensare che quei soldati servir dovessero gli am- nziosi disegni dell imperatore de’ francesi, com- battendo per causa che dicevano altrui, *in lon- tane regioni, fra pericoli e travagli più che della guerra, di genti barbare e climi nuovi. Il qual sentimento era scolpilo nel cuor di tutti, così che io stesso lo intesi dalla bocca del re quando la- mentavasi della sua dipendenza dalla Francia e del comandar duro del cognato; nè il dissuadeva o consolava il mio dire (perchè forse sembravagli adulazione ingegnosa), che le guerre dell’impe- rator Buonaparte erano per la civiltà nuova con- tro l’antica, e perciò di causa e d obbligo comu- ne agli stati nuovi. Pubblicata quella legge, ne cominciò l’adem- pimento. Altro distintivo di quel tempo era il far le cose di governo con l’impeto delle rivoluzioni. r i • ! il I \ f » i! » Digitized by Googlc LIBRO SETTIMO — 1809 105 il qual difetto era spesso aggravato del cattivo in- gegno e lo zelo indiscreto delie minori autorità/ Si voleva , per ottenerne merito e premio, compier S resto la coscrizione nella provincia dall’ in len- ente, nel distretto dal sotto-intendente, nel co- .mune dal sindaco; e così, fra tanti stimoli, spesso le forme si trasandavano, vi erano ingiustizie, e apparivano maggiori; e i coscritti credendosi scelti non più dalla sorte, ma dall umana malizia, fug- . givano o si nascondevano: fuggitivi, erano chia- mati refrattari e perseguiti, la famiglia multata, i gcmtoi i puniti. Le quali piaiiclie inique serba- ronsi per alcuni anni, sino a tanto che il governo per miglior consiglio, ed i popoli per maggior pazienza cseguironole coscrizioni con modi one- sti e volontari. X. ìtvftti i soldati, si componevano in reggi- menti di tutte le armi, s’ingrandivano le fabbri- che militari, fondavansi nuove scuole, nuovi col- legi. La maggior spesa per la finanza era l’esercito; e poiché d anno in anno questo cresceva, giunsero a tale le strettezze dell erario che le taglie non ba- stavano; altre nuove se ne aggiunsero, le rendite delle comunità si usurparono ; ed infine gran parte de’ tesori di Gioacchino, fruito di guerra e di fortuna, fu spesa per l’esercito. E tanti dolori', tanto sl'oizo dello stalo e del re non producevano lo sperato e fletto, perchè Gioacchino disadatto allo studio de’ popoli, ignorante della storia di apolide d Italia, avendo lunga c sola esperienza de suoi, credeva gli uomini nostri, come i Fran- cesi, aver animo proclive alla milizia, tolleranza de travagli, stimolo e disio d’onore, intendimento . Digitized by Google ■J' I UJ 106 LIBRO SETTIMO — 1 809 pari al proprio stato. Per ciò, e perchè sperava che le blandizie del comando gli fruttassero l’a- mor de’ soldati, rilassò le discipline e riponeva la forza dell’esercito meno nella bontà che nel nu- mero delle squadre; continuò a tirar soldati dai condannati a pena e da prigioni; li imi va agl’in- nocenti coscritti; di tutti perdonava i falli, nascon- deva i difetti, secondava le voglie. Quella molti- tudine,, chiamata esercito, non era parte della società ma fazione nello stato; e Gioacchino, tra quella, non re ma capo. Erano i soldati di bello aspetto, bellameuic -restili, audaci, presuntuosi, animosi nelle venture; e sarieno stati obbedienti in ogni fortuna, se migliore fusse stata di Gioac- chino T indole ed il giudizio. La disciplina non è virtù dell’esercito, ma del capo; tutti i soggetti vi si piegano perchè sopra tutti i cuori la legge, la giustizia, le pene, le abitudini hanno possanza; u/i reggitore di eserciti severo a sè, severo agli altri, obbediente alle ordinanze, esigitore infles- sibile dell’altrui obbedienza, soldato ne’ travagli, imperatore al comando, non mai debole, non mai molle, è sicuro della obbedienza delle sue squadre. Ma tal non era Gioacchino. Delle milizie, in sì breve tempo di regno da lui composte, egli volle far mostra; e prescrisse che a ’ 20 di marzo, dì natale di lui e della regina, si distribuissero a’ nuovi reggimenti dell esercito ed alle legioni civiche le bandiere. 11 re per sua natura e per arte di regno amante di feste, pavo- neggiando della persona, del vestimento, del cor- teggio ricchissimo, credeva, con soperchia fidanza, . imprimere ne’popoli sentimento della sua potenza Digitized by Google • LIBRO SETTIMO — 1809 107 e della sicurezza comune. Chiamò dalle province le scelte di legionari e di soldati ; fece alzare ma* gnifico trono nella più larga piazza della strada di Cliiaja; tutto preparò con orientale ingegno per la pompa. Marciavano intanto per il regno le compagnie di soldati col consueto militale con- tegno, e quelle de’ legionari a modo di bande ci- vili, spesate e festeggiate per comando del governo nelle comunità di passaggio, e liete fra tante ap- parenze di universale allegrezza. Giunte in Napoli alcun giorno prima del 2 5 di marzo, i legionari non albergarono ne’ duri quartieri de’ soldati, ma comodamente ne’ palagi de’ nobili, de’ ricchi e degli stessi regii ministri. E visto che un sol gior- no non bastava alle cerimonie di corte ed alle feste, che si chiamarono delle Bandiere, fu asse- gnato il dì 26 alle seconde. Nel qual giorno i reg- gimenti francesi e napoletani eli’ erano ih città, altri chiamati da Capua e da Salerno, dodicimila soldati schierarono nella strada di Chiaja; stando il re sul trono la regina con la famiglia, i mini- stri, i- grandi dell’esercito e della corte in sepa- rate lussureggianti tribune; alzato un altare alla diritta del trono, con sopra la croce e le ban- diere, e in seggiola ricchissima, con vesti e de- coro pontificale, il Cardinal Firrao. Le compagnie destinate a ricevere dalla mano del re le bandiere, stavano in punto. Cadeva stemperata pioggia, ma il militar con- tegno non sofferendo che fusse intoppo alla festa, il cardinale, al convenuto segno delle artiglierìe de forti e delle navi, a voce canora ed* intesa he- nedì le bandiere; e benedette, abbracciate a fascio. 108 LIBRO SETTIMO — 1 809 • sotto la pioggia le recò al re, cbe le fece disporre in giro al tròno; e (piando per riceverle e giurar fede le compagnie, una dopo l’altra, si avvici- navano, il cielo serenò; che parve alla plebe au- gurio di futura felicità. Proseguì la festa: conviti, giuochi', spettacoli teatrali furono dati a’ legionari; e si coniò per memoria una medaglia di argento, che aveva nell’ una faccia l’effigie del re, nell'altra quattordici bandiere (quante erano le province) ordinate a trofeo , col molto : Sicurezza I ulema; ed attorno: alle Legioni Provinciali, il 26 di Mcv'zo del 1809. Le compagnie dopo ciò ritornarono alle province dove altre feste si fecero. XI. Le descritte apparenze di prosperità e di forza davano alla corte di Sicilia sdegno c timore, mentre i successi in Ispagna dell’ esercito francese sdegnavano ed intimidivano le genti nemiche della Francia. I)i là nuove alleanze, primi moti di guerra in Germania, e primi apparati di spe- dizione anglo-sicula contro il Regno, le quali cose secondo che importa al mio subielto de- scriverò. 11 dominio della Spagna, per inganni acquistato, non restò pacifico all imperatore dei .Francesi; ma scoppiarono tumulti e sconvolgi- menti in varii luoghi di quel regno, e poiché gl’inglesi infiammavano la superbia di quelle genti, e la sostenevano con armi e danaro, e poi navi e soldati, abbisognò a Buonaparte poderoso esercito per imprendercela conquista. Figli stesso se ne fece reggitore, i piu conti generali e due- centomila soldati lo seguivano. Marciò, così po- tente, sopfa Madrid, incontrò le schiere spagnuole e le oppresse; e sempre procedendo ed occupando Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1809 109 paesi e luoghi forti, uccise nemici a migliaia, ne fece prigioni un maggior numero, ma la guerra ingrandiva. GF Inglesi, quarantamila soldati, sta- vano fortificati nel Portogallo e nella Galizia; Buonaparte era a Madrid, le sue schiere andava- no divise combattendo gli Spagnuoli, ed avendo per punto obbiettivo di guerra la città di Lisbona. Così al finire del 1808. A’ principi*! dell’ anno seguente una grossa schiera d’inglesi, combattendo in Galiziana Fran- cesi fu vinta e incalzata alla Corogna; altri Fran- cesi avanzavano sul Portogallo; gli Spagnuoli, dovunque incontrati, erano rotti; l'imperatore da Madrid era passato aYalladolid, gl Inglesi alla Corogna nuovamente battuti si riparavano sulle navi, la città si arrendeva : tutto andava in Ispa- gna prosperamente per la Francia. FI perciò la Inghilterra, visto il bisogno di- potentissima di- versione, impegnò F Austriaco a subita ostilità. Buonaparte, ciò saputo, tornò a 'Parigi, e richia- mate di Spagna le sue guardie, convitati i suoi alleati, cominciando trattali o finti o veri, si pre- parò ad altra guerra. Diversione per la Spagna era la guerra di Germania; di questa, le guerre eli Olanda, del Titolo, di Polonia e d’Italia; e di quella d’Italia, la guerra di Napoli. -Perciò da Lisbona a Flessinga, da Flessinga a Varsavia, da Varsavia all ultima Reggio, sollevate in armi tultc le genti d’Europa, due milioni di soldati combat- tevano, nè a modo barbaro ma ordinati e mossi dal senno. Non mai nel mondo tanti eserciti, tanti spazi, e battaglie e casi di guerra e di for- tuna un sol pensiero ha raccolti. I IO LIBRO SETTIMO — 1809 XII. Primi a muovere (il io di aprile) furono i Tedeschi di Austria, guidati daLprincipe Carlo sul confine della Baviera; mentre altre schiere comandate dall’ arciduca Giovanni shoccavano in Italia per la via del Tagliamento; altre sotto l’ar- ciduca Ferdinando s’incamminavano per il gran ducato di Varsavia; ed altre, poche invero di numero, ma concitatrici di popoli, dirette dai generali Jellachicli e Chasteler solleverebbero in armi il Tirolo: qualtrocentoinila Austriaci move- vano tanta guerra. Incontro al principe Carlo si destinava Buon aparte con duecentomila soldati, metà confederati e Francesi; dovea far fronte in Italia il viceré con le schiere italo-franche, nel Tirolo il duca di Danzica con poche squadre francesi e bavare, ed in Polonia il principe Po- niatoski reggendo Polacchi e Francesi L’Olanda riposava: le due Sicilie, a vederle erano in calma, ma nell’isola il generale inglese Stewart e la re- gina Carolina preparavano navi e soldati; e Gioac- chino in Napoli ordinava le milizie, disponeva l’esercito ne’ campi ed in istanze opportune alle difese, dissimulava il sospetto di essere assaltato, simulava sicurezza e potenza. I primi passi furono a vantaggio delle armi austriache, perocché il principe Carlo invase parte della Baviera, e l’arciduca Ferdinando del ducato di' Varsavia; Jellachich e Chasteler cacciarono verso Italia le schiere bavaro-francesi, e levarono in armi il Tirolo; l’arciduca Giovanni spinse i presidii italo-franchi fuori della Carintia e della Stiria, procedè in Italia, occupò Verona. Le quali venture benché dipendenti dall’ impeto primo LIBRO SETTIMO— 1809 . Ili degli assalitori e dal necessario adunarsi degli assaliti, apparivano al comune degli uomini vit- torie finite dell’oste austriaca su la francese; 11 governo di Napoli nascondeva per mal consigliata prudenza quegli avvenimenti, che la corte di Si- cilia esagerando divolgavaj-e perciò se in quel tempo la spedizione anglo-sicula scioglieva ual- l’ isola contro noi, più numero e più animo tro- vava ne’ suoi partigiani, più scoramento ne’ con- trarii. Ma dubbietà, lentezza, scambievoli sospetti tra i ministri di Sicilia e d’ Inghilterra ritardavano le mosse. E intanto l’imperatore Buonaparte che vedeva di si vasta guerra il capo in Baviera, vi accorse con le schiere francesi, le uni alle ale- manne confederate, ne formò un solo esercito, e in tre giorni movendolo pervenne, come per arti ei soleva, a combattere ne’ campi di Taun con superiorità di soldati. Dopo quella prima battaglia altre due ne vinse in Àbensberg ed Eckmùhl; combattè intorno a Ratisbona, espugnò la città, divise, disperse l’esercito nemico, e andò in gran possa sopra ^ ienna, che subito (a’ 12 di maggio del 1809) si arrese. Diede all’esercito breve ripo- so; e in quel tempo arrivarono nuove squadre, cd il resto della guerra dalle due parti si pre- parava. L’esercito austriaco in Italia, poi che intese le niaravigliose sventure di Baviera, mutò le condi- zioni di guerra, e, d’offensore, assalito, abban- donò "Verona, e imprese a ritirarsi verso Alema- gna per le vie di Klagenfurt e diGratz; raggiunto alla Piave fu vinto, eie sue ultime schiere sempre alle mani col nemico erano rotte ó sforzate, duro 112 • LIBfcO SETTIMO — 1809 destino di un esercito solamente inteso a ritirarsi. Ebbe più sicura stanza in Ungheria ponendosi in- linea con le schiere dal principe Carlo, nel tempo che l’esercito itaìo-franeo si conghmgeva sopra i monti dei Sommering all’ oste di Buona- parte. ■ ' • * • Più ratte, più gravi furono le sventure austria- che nel Tiroto; perciocché, udite le sorti della ■vicina Baviera, i popolari armamenti, variabili col variar di fortuna, si sciolsero; Jellachich e Chasteller, con poche schiere ritirandosi verso la bassa Ungheria, inseguiti dal duca di Danzica, e in ogni scontro disfatti, s’ imbatte rono nella van- guardia italiana, e disordinatamente in picciol numero salvaronsi. Nella Polonia si combatteva, si facevano trattati di tregua, si volteggiava dalle due parti, si dilungava la guerra, per prudenza comune del Fonia towski e dell’arciduca Ferdi- nando, quegli manco forte di questo ch’era di- sanimato da casi di Baviera e di Vienna, i I descritti fatti di Germania erano raccontati ed amplificati tra noi, aggiungendosi alle solite millanterìe degli eserciti la provvidenza del go- verno che attendeva in tutti i modi a raffrenare i Borboniani, inanimire i suoi, frastornare o trat- tenere la già pronta spedizione anglo-sicula. Ed in quel tempo giunse decreto deU’imperator Na- poleone, da Vienna, col quale spogliava il papa delle temporali potestà, univa gli stati pontificai alla Francia, dichiarava la città di Roma libera, imperiale; provvedeva al mantenimento non lar- go nè scarso del pontefice, rimasto capo del sa- cerdozio. 11 carico di mutazioni sì grandi era dato Digitized by Google LIBRO SETTICO —1809 113 al re Gioacchino: una Giunta , di cui parte il ge- nerai francese Miollis e ’1 ministro di Napoli Sa- liceti , adunata in Roma , diede principio al cambia- mento; il papa si chiuse ed afforzò nel Quirinale, il popolo di Roma pareva che godesse di quelle novità, perchè i rattristati dissimulavano la me- stizia. Poscia il pontefice scrisse e pubblicò la bolla di scomunica contro fautore e i ministri dello spoglio: e intanto, benché il papato fusse ancora in credito presso de’ popoli, la scomunica non offendeva; lo spoglio giovava agli stati nuovi .col dimostrarsi lenaci al proponimento di civiltà, e spregiatori di ogni odio che nascesse da plebea ignoranza. Dipoi quell’ uso di ragionevole potenza trascorse in abbonita tirannide per la miserevole prigionia del pontefice, iniqua per anco in poli- tica perchè stolta. Erano dunque al mezzo dell’anno 1809 tutte le cose favorevoli al governo di Murat ed alla pos- sanza dello imperatore Napoleone, quando. Fu di giugno, il telegrafo della Calabria annunziò la spedizione anglo-sicula, forte d’innumerevoli navi da guerra e da trasporto, salpate dall isole Eolie, e poco innanzi da’ porti di Palermo e Me- lazzo. ' • XIII. Erano state incerte e formidabili le prime nuove; ma dipoi, meglio vista l’armata, lo stesso telegrafo riferì navigare i mari della Calabria ses- santa legni da guerra di ogni grandezza, e due- cento 6ei da trasporto; apparire dalle bandiere esservi imbarcata persona reale ed ammiragli ed altri personaggi di grado, e vedersi la piazza dì ogni nave popolata di soldati inglesi e siciliani. Collctta, T. III. , 8 114 ' LIBRO SETTIMO— 1809 Per i quali segni e per le relazioni avute innanzi, il governo di Napoli sapeva che per nome il prin- cipe reale di Sicilia don Leopoldo, e per fatto il f enerale inglese Steward comandava quella spe- izione, la quale sopra i numerati legni tra- sportava quattordicimila soldati da ordinanza, e generali di esercito e di armata, e personaggi moltissimi per opere o consiglio atti alla guerra ed alle fazioni civili, e per tino i giudici di un tribunale di stato, gli stessi malamente noti per la trista istoria del 99. Poco appresso uscirono del porlo di Messina . due novelle spedizioni, delle quali una disbarcò nel golfo di Gioia quattrocento briganti e soldati, l’altra nella marina tra Reggio e l’alme tremila soldati e non pochi briganti. E quei soldati di Gioia uniti agli altri di Palme posero il campo sopra i monti della Melia (ùltimi degli Apennini), ed impresero l’assedio di Sedia, mentre i bri- ganti si dispersero tra boschi e ne mal guardati paesi, concitando i creduli e i tristi, uccidendo, rubando, distruggendo in mille modi. E nel tem- po stesso tre flotte sicule-inglesi correvano intorno alle coste de tre mari Adriatico, Ionio, Tirreno, che per tre lati cingono il Regno, minacciando i luoghi forti, assaltando i deboli, lasciando a terra editti e briganti, e perciò inviti e mezzi alle ri- • beliioni. Era di tanta mole di contese principal motivo, come ho detto innanzi, far diversione alle guerre maggiori d’Italia e di Alemagna; ma pure altre cagioni movevano la corte di Sicilia e i partigiani suoi: speranza di regno, cupidità di punire, di bottino e vendette. LIBRO SETTIMO — 1809 115 XIV. Dalla nostra parte tutte le difese si pre- paravano, tutte le milizie si mossero. Gioacchi- no, di natura operoso ed or viepiù per interessi gravi e propri, spediva comandi, provvedimenti, consigli ; recavasi di persona nei campi, nei quar- tieri, alle marine; ordinò per custodia della città la milizia urbana, che chiamò di Volontari-scel- ti, alla quale si ascrissero in breve tempo, per difesa comune e per desiderio di piacere al re, i magistrati, i nobili, gli uffiziali del governo, i potenti per nome o per ricchezza; richiamò da Roma il ministro Saliceti, sperimentato istromen- to di polizia, e per bisogno, non per affetto, gli concesse l’antica potenza. Le schiere si adunaro- no in tre campi, uno a Monteleone di quattro mila soldati, altro in Lagonegro di milaseicento, il terzo di undicimila in Napoli e nei dintorni: erano meno di diciaselte migliaja i combattenti per Murat; avendone poco innanzi mandate in Roma altre sei migliaja per operare i politici cam- biamenti dei quali ho discorso, e stando altri reggimenti nel Tirolo e in Ispagna. Procuravano la tranquillità interna del reame le milizie pro- vinciali e la fortuna; guardavano la città i Volon- tari-scelti; presidiavano le fortezze pochi e i meno validi soldati dell esercito. Ma tante agitazioni co- priva apparenza di calma; e sì che vede vasi il re sempre lieto fra popolani, la regina coi figli al pubblico passeggio ed ai teatri, le spese di lusso accresciute; i magistrati, gli offizii, il Consiglio di stato agli ordinari negozii; gli alti e i decreti del governo come dei tempi di pace e di sicurezza. L armata nemica procedeva, sbarcando nei I IG LIBRO SETTIMO — 1809 luoghi meno guardati delfa marina pochi soldati, non pochi briganti; questi per correre il paese, quelli per tenersi accampati alcune ore, e tornar volontari o scacciati alle navi. Cosi lentamente navigando per dieci giorni giunse alle acque di Napoli, e spiegò a pompa, di rincontro alla città, le vele; delle quali, per il gran numero de’legni e per lo studio a schierarli, pareva il golfo co- perto. Così restò per due giorni, -e nel terzo as- saltò Crocida ed Ischia, meno per disegno di guerra che per curare gl’infermi e dar ristoro ai cavalli: Procida si arrese alle prime minacce, Ischia fece debole resistenza; pochi soldati che guardavano quelle due isole, andarono prigioni nella Sicilia. Nei seguenti giorni quei legni rimasero nelle posizioni stesse oziosi, onde 1 immenso popolo della città, che al primo apparire della flotta sbi- gottì, oramai stava a rimirarla come spettacolo. Pochi fanti, più cavalieri guardavano la spiaggia da Portici a Cuma; alcuni battaglioni custodiva- no il colle di Posilipo; il resto dell’esercito ac- campava sul poggio di Capodimonte. Nè vi era altra guerra se Gioacchino per mal pesato con- siglio e per genio de’ combattimenti non avesse chiamata in Napoli da Gaeta, dove slava ancorata e sicura, la sua piccola armata, che di una fregata, ama corvetta e trentotto barche cannoniere si com- poneva. Obbediente al comando salpò le àncore il capitano di fregata Bausan, e navigando nella notte parte attraversò dell’armata nemica, coper- to meno dalle tenebre che dalla incredibile te- merità della impresa. Spuntò presto il giorno: LIBRO SETTIMO — 1809 117 furono quel legni osservati perocché andavano a bandiera spiegata, e subito molte navi nemiche si mossero, sicure della preda, combattendo dieci contro uno; ma la vittoria non fu certa, nè facile, nè allegra. Imperocché i Napoletani, che (per aver soccorso dalle batterie della costa , e , nei casi estremi, rifugio .in terra) radevano il lido, per- vennero al mare di Miliscola, su l’arena del quale ergcsi antica batteria di cannoni e mortaci; ed ivi per due ore dalle due parti animosamente guer- reggiando, otto delle nostre barche affondarono, cinque furono predate, diciotto tirate a terra, e, disposte a battaglia, immobili combattevano; le altre sette barche e i due legni maggiori, mala- mente danneggiati, presero asilo nel porto
  • ! do rivolgersi, non potendo fidare in cose ed uo- mini che aveva schernito, divenne dubbioso, sfor- zato e minore di sè stesso. 11 consolato a vita era necessaria transazione fra’ due secoli, cioè tra le persuasioni della moltitudine amante ancora di monarchia, e le persuasioni di non piccolo nu- mero, avido di libertà, avidissimo di eguaglianza; era il legamento degl'interessi e delle speranze della vecchia civiltà con le speranze e gl’interessi della nuova. Quando il consolato cadde nell’Im- pero, la grandezza del consolo, togliendo nome di re antico, dechinò; ma seco portando la perpe- tuità di quel governo e la stabilità degl'interessi presenti, giovò e piacque: egli parve il re di nuo- vi uomini e delle nuove cose, e le pompe di mae- stà, apparenza sconvenevole a’ sensi de’ popoli non alla ragione. Dal mutato nome venne il divorzio, dal divor- zio il novello matrimonio. 11 genio del secolo e la natura di quello impero volevano che il seme della novella stirpe fosse di donzella francese, ma poi che il trasse per sè e per altri Napoleonici dalle case regnanti di Alemagna, si avviluppa- rono fra le condizioni de’ vecchi re, ne divennero uguali per decadimento, inferiori nelle opinioni del mondo perchè a loro mancava il prestigio e la coscienza degli antichi, e solamente si al- zavano sopra loro per forza d’ingegno che il tempo consuma, e per memoria delle passate for- tune che il primo infortunio distrugge. Egli dun- que, Napoleone, agguagliato agli altri re^ diede agl'interessi della Rivoluzione luogo e speranza nella legittimità; e se per lo innanzi aveva anno- Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 133 dato all’Impero i partigiani dei re nemici, oggi portava sè stesso e i suoi seguaci nelle parli con- trarie. Quello errore di Buonaparte ha spento innanzi tempo la instituzione politica de’ re nuovi, eh’ esser poteva un periodo nella vita delle società. • XXVI. Non appena finite le cerimonie di Pa- rigi, il re tornò in Napoli e scol tamente palesò il disegno di assaltar la Sicilia. La fama disse, ed è credibile, che l’altiera regina di quell’isola, sde- gnala del dominio inglese, rianimando le spe- ranze al trono di Napoli da che 1 imperator del Francesi aveva tolta per moglie una sua nipote, trattar facesse con Buonaparte secreti accordi, e concludesse: scacciar da Sicilia gl’inglesi con le proprie milizie, non aver soccorso da’ Francesi se non chiesto da lei; ricuperare il regno di Na- poli e governarlo allealo e dipendente della Fran- cia con le leggi francesi. 11 qual disegno più che trattato, non pubblico, non scritto, piaceva alla fiera donna come speranza meno di regno che di vendetta, e giovava allo scaltro imperatore come guerra agl Inglesi, ed occasione a lui di conquistare quell' isola. Ma era difficile l’ adempi- mento, dovendo ignorare lo scopo della impresa i medesimi che la operavano, il re di Sicilia, il re eli Napoli ei due eserciti e i due popoli; ed aven- do in animo, la regina e 1 imperatore, di scher- nirsi l’un l’altro dopo il successo. Era un artifizio d’inganni, più atto alle civili discordie che a po- litici mutamenti. Frattanto Gioacchino sempre pronto alla guer- ra, abbagliato e spinto da Buonaparte, si prepa- rava all' impresa, quando un vascello raso inglese 134 LIBRO SETTIMO — 1810 di cinquanta cannoni venne a navigare nel golfo di Napoli, ond’egli comandò che una sua flotti* glia, composta di una fregata, una corbetta, un brick, un cutter e sei cannoniere lo assalissero. Non evitando quel vascello lo scontro, i rnoltis* simi spettatori della città tenevano certa la vitto- ria; ma nel cominciare del combattimento il co- mandante napoletano perdè un braccio, il sotto capo ed altri ufficiali della fregala morirono, mancò l’arte ed il vento, tutti i nostri legni fu- rono danneggiati, il brick affondato. Si fece segno di ritirata, e tornando in porto si numerarono cinquanta morti, centodieci feriti. Quella sven- tura diede a Gioacchino stimolo e desiderio di vendetta in Sicilia, e però accelerati i prepara- menti e preso il nome di luogotenente dell’im- peratore, pose a campo, nella estrema Calabria, su la riva ilei Faro, tra Scilla e Reggio, un eser- cito più francese che napoletano, aspettando, co- me 1 imperatore avea prescritto, di condurlo in Sicilia; ma non muovere se non lo assentisse il generale Grenicr, che Buonaparte aveva eletto comandante delle schiere francesi, con ordine in secreto (ciò fu sospettato) di non assaltare l’ isola se non a dimanda di quella regina, o quan- do ei sapesse che combattevano tra loro soldati inglesi e siciliani, sì che il successo dei Francesi fosse certo. Erano sedici migliaja i soldati di Gioacchino, e trecento i legni da guerra e trasporto. Sul colle chiamato del Fiale, poco distante dal mare, fu alzata in mezzo al campo la magnifica tenda del re, e vi attendevano intorno i capi dell’esercito Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 135 e della corte, i ministri, alcuni consiglieri di stato ed altri personaggi, impiegati alle cure presenti del Regno, e riserbati alle future della Sicilia. Incontro a quelle schiere, su le rive del Faro da Messina alla Torre, aveva messo il campo l’eser- cito inglese, dodicimila soldati, e sopra i monti accampava in seconda linea l’esercito di Sicilia diecimila altri uomini; stavano nel porto di Mes- sina, ancorati o mobili, vascelli, fregate, legni* minori da guerra, mentre si affaticavano a forti- ficare la minacciata marina grande numero di soldati e di operai. Per adunare oste sì grande in quei luoghi gl’inglesi sguarnirono le piccole isole (fuorché Santa Maura) intorno a Corfù, e di pa- recchie navi slargarono la crociera, sì che quella città e le altre isole Ionie, guardate da Francesi ed oramai ridotte ad estrema penuria, furono abbondevolmente provvedute. • Nel giorno, nella notte, da Reggio a Scilla, da Torre ai Faro a Messina, in mare, in terra era j guerra continua, ma più a sdegno che ad effetto; le navi inglesi venivano a combattere le napole- tane fin dentro alle cale del lito di Calabria, e poiché da questa .parte era poco forte l’armata, andavano incontro su piccole barche velocemente remando i nostri soldati, all’arrembaggio, modo feroce in quella guerra, perchè' pieno di danni e di morti senza scopo o benefizio. Nel campo di Gioacchino spesso disponevansi navi e soldati, che simulando il tragitto, apportavano al campo inglese ansietà e travagli. E molte volte sarebbesi passato dal finto al vero se gl’ impeti di Murat non ratteneva Grenier, che non potendo palesare il Digitized by Googte ■* V » 136 LIBRO SETTIMO — 1810 segreto, lo copriva con la impossibilità della im- presa, mentre Gioacchino ne dimostrava l’age- volezza; e si che ne’ capi dell’esercito e dell’ar- mata, divise le sentenze, voltarono in discordie le opinioni. Cosi andarono le cose per cento giorni, e già passato il mezzo del settembre, gli equinozi agi- tando furiosamente il mare, bisognava a Gioac- chino abbandonar con quei lidi la speranza della conquista. Ma volendo dar pruova che lo sbarco- in Sicilia non era impossibile, preparate nella cala di Pentimele tante navi quante bastavano a mille seicento Napoletani, comandò che approdassero alla Scaletta i soldati, e per la via di Santo Ste- fano si mostrassero a tergo di Messina, promet- tendo che il resto dell esercito e dell’ armata as- salirebbe tra Messina e la Torre. 11 muovere dei Francesi da Grenier fu impedito; i Napoletani discesero al disegnato luogo, ma pochi c soli, contro schiere dieci volte maggiori combattendo, metà ritornò in Calabria, restarono gli altri pri- gioni. Gioacchinq esaltò quei fatti; e pochi giorni appresso, levato il campo, partì, ed imbarcatosi al Pizzo tra popolari allegrezze ( inganni della fortuna per ciò che nel suo fato stava scritto) fece iu Napoli ritorno. Quella impresa, o direi meglio simulazione, oltre alle morti, alle ferite, alle pri- gionie, a' guasti della guerra, costò gravi somme alla finanza napoletana, e fu incentivo a confi- scare molte barche di America venute in Napoli con promessa di sicuro e libero commercio. Mi- nori morti, ma danni e spese quasi eguali tollerò la Sicilia; c fu allora che la regina Carolina pa- Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 137 leso più apertamente il suo sdegno contro gl’ In- glesi, e si sparsero nuovi semi di nemicizia che nel seguente anno fruttarono tristezze alla sici- liana corte e cangiamento politico a que’ popoli. XXVII. Mentre il re stava in Calabria con molta parte dell’ esercito, quelle stesse province e le altre del Regno erano sempre mai travagliate dal brigantaggio; le provvigioni di guerra predate sul cammino, i soldati assaliti ed uccisi per lino intorno al campo. Un giorno nelle pianure di Palme il re incontrandosi ad uomo che i gen- darmi menavano legato, dimandò chi fosse, e prima di ogni altro parlò il prigione e disse) (c Maestà, sono un brigante, ma degno di per- 35 dono, perché ieri mentre Vostra Maestà saliva 35 i monti di Scilla ed io stava nascosto dietro 35 un macigno poteva ucciderla; n’ebbi il pensie- 35 ro, preparai le armi, e poi l’aspetto grande e 35 regio mi trattenne. Ma se io ieri uccideva il re, 35 oggi non sarei presso e vicino a morte 33. 11 re gli fece grazia, il brigante baciò il ginocchio del cavallo, partì libero e lieto, e da quel giorno visse onestamente nella sua patria. • . Gioacchino , poi che vidde possibile ogni del itto a’ briganti, fece legge die un generale avesse po- tere supremo nelle Calabrie su di ogni cosa mili- tare o civile per la distruzione del brigantaggio. 11 generale Manhes, a ciò eletto, passò al seguente ottobre in apparecchi, aspettando che le campa- gne s’impoverissero di frutta e foglie, ajuti a bri- ganti per alimentarsi e nascondersi; e dipoi palesò i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste de’ banditi, imporre a’ cittadini di ucciderli o Un- 138 LIBRO SETTIMO — 1810 prigionarli; armare e muovere tutti gli uomini atti alle armi; punire di morte ogni corrisponden- za co’ briganti, non perdonata tra moglie e ma- rito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i fratelli, trasportare le gregge in certi guardati luoghi; impedire i lavori della campagna, o per- metterli cordivieto di portar cibo; stanziare gen- darmi e soldati ne’ paesi, non a perseguire i bri- ganti, a vigilare severamente sopra i cittadini. Nelle vaste Calabrie, da Rotonda a Reggio, co- minciò simultanea ed universale la caccia al bri- gantaggio. Erano quelle ordinanze tanto severe che pare- vano dettate a spavento; ma indi a poco per fatti, o visti o divolgati dalla fama e dal generale istesso, la incredulità disparve. Undici della città di Stilo, donne e fanciulli (poiché i giovani robusti stava- no in armi perseguitando i briganti) recandosi per raccorre ulivi ad un podere lontano, porta- vano, ciascuno in tasca, poco pane, onde man- giare a mezzo del giorno' e ristorare le forze alla fatica, incontrati da’vigilatori gendarmi de’ quali era capo il tenente Gambacorta (ne serbi il nome la istoria), furono trattenuti, ricercati sulla per- sona, e poiché provvisti di quel poco cibo, nel luogo istesso, tutti gli undici uccisi. Non riferirò ciò che di miserevole disse e fece una delle prese donne per la speranza, che tornò vana, di salvare non sé stessa, ma un figliuolo di dodici anni. In un bosco, presso a Cosenza, fu sorpreso uomo canuto per vecchiezza, che ad altro uomo, giovine a vedersi, magro per fame ed armato. ! i Digitized by Googlc LIBRO SETTIMO — 1810 139 dava poco vitto; era questo un brigante fuggitivo, e quegli il padre. Arrestati entrambo e dannati a morte, furono giustiziali nella piazza di Cosenza; e per dare alla pietà del vecchio il maggiore sup- plizio, si fece morir secondo, ed assistente alla morte del figlio. Nel bosco di San -Biase nacque di donna, che fuggiva col marito brigante, un bambino; e per- chè intoppo al fuggire, e con gl’innocenti vagiti denunziatore del luogo che nascondeva i genito- ri, la madre portatolo di notte nella città di Ni- castro, destò un’amica, le consegnò piangendo il figliuolo, e tornò al bosco. Ne’ dì seguenti saputo il fatto, il generale Manhes prese del bambino provvida cura, ma la pietosa nutrice fu per ca- stigo uccisa. E qui mi arresto, chè l’animo non basta a narrare altri fatti i quali certificarono delle orribili minacce del generale essere l’ adem- pimento certo, inflessibile, maggiore. XXVIII. Lo spavento in tutti gli ordini del po- polo fu grande, e tale che sembravano sciolti i legami più teneri di natura, più stretti di società; parenti e amici dagli amici e parenti denunziati, perseguiti, uccisi; gli uomini ridotti come nel tremuoto, n’el naufragio, nella peste, solleciti di sè medesimi, non curanti del resto dell’umanità. Per le quali opere ed esempi viepiù cadendo i costumi del popolo, le susseguenti ribellioni, le sventure pubbliche, le tirannidi derivarono in gran parte dal come nel regno surse, crebbe e fu spento il brigantaggio. Questa ultima violenza non fu durevole: tutti i Calabresi perseguitati o persecutori agirono disperatamente; e poiché i no LIBRO SETTIMO — 1810 briganti erano degli altri di gran lunga minori, e spicciolati, traditi, sostenitori «l'iniqua causa, fu- rono oppressi. Sì che ili tremila, clic al comincia- re di novembre le liste del bando nominavano, nò manco uno solo se ne leggeva al finire del- l’anno; molli combattendo uccisi, altri morti per tormenti, ed altri di stento* alcuni rifuggiti in Sicilia, e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna, rimasti ma chiusi in carcere. Fra mille casi di morte molti ne furono e strani e grandi; ma due soli ne scelgo più atti a rappre- sentare l’indole del brigantaggio, e più degni per la maraviglia di racconto. Benincasa capo di briganti, da’ suoi tradito, legalo, mentre dormiva nel bosco di Cassano, fu menato in Cosenza; e’1 generai Manhes comandò che gli si mozzassero ambe le mani, e, così monco, portato in San Giovanni in Fiore sua patria, fusse appeso alle forche; crudel sentenza •che quel tristo intese sogghignando di sdegno. Gli fu prima recisa la destra, ed il moncone fa- sciato non per salute o pietà; ma perchè non tutto il sangue uscisse dalle troncate vene, essendo ri- serbato a più misera morte. Non diè lamento, e poi che vidde compiuto il primo uffizio, adattò volontario il braccio sinistro su l’infame palco, e mirò freddamente il secondo martirio, e i due già suoi troncati membri lordi sul terreno, e poi legati assieme per le dita maggiori, appesigli sul petto. Spettacolo fiero e miserando. Ciò fu a Co- senza. Nel giorno islésso impreso a piede il cam- mino per San Giovanni in Fiore, le scorte tra via riposarono; e di esse una offrì cibo a quel soffe- Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 HI rente, che accettò, ed imboccato mangiò e bev- ve, nè solo per- istinto di vita ma con dilettai Giqnse in patria , e nella succedente notte dormi : al di seguente, vicina l’ora del finale supplizio, ricusò a’ conforti di religione; sali alle forche non frettoloso nè lento, e per la brutale intrepidezza mori ammirato. Parafanti, altro capo di briganti, aveva di età oltre quarantanni, ed era d’animo audace, d’in- dole atroce, di forme e forza gigante. Giovine ap- pena, omicida e bandito, commise, per necessità di vita e difesa, altri furti e assassinii; ma nei ri- volgimenti del 1806 s’ingraziò ai Borboni abbrac- ciando la loro parte, e per quattro anni guerreg- giando con fortuna varia, più spesso felice. Nelle persecuzioni del generale Manhes, travagliato iiv ogni luogo, chiusagli la ritirata in Sicilia, circo- scritto nel bosco di Ni castro, chi della banda mori combattendo, chi timido si diede al nemico; cin- que soli restarongli seguaci ed una donna , moglie o compagna. Caduti nel bosco istesso in altri ag» S uati, quattro morirono, uno fu preso, egli e la onna (uggendo salvaronsi. Ma numerosa schiera gl' insegue, la donna cade uccisa al suo fianco. Parafanti è solo e resiste. - -t ioqws'jqoa o >ti sii» Colpo di fuoco gl’ infrange l’osso di' una gam* ba, e fu la prima percossa in tutti 1 i suoi cimenti di bandito e brigante: non cade, ma non regge in piedi, appoggia l’infermo lato ad un albore e combatte. L’altissima e mala fama dèi suo corag- gio tiene lontani gli assalitori, ma poi l’urto di questi, non più animoso ma industre, coprendosi delle folte piante del bosco, inosservato gli si av- I l\2 LIBRO SETTIMO — 1810 vicina , c gli dirige altro colpo che gli apre il petto. Cade Parafanti supino, cadono altrove ab- bandonate le armi: il feritore lo crede estinto, ed avido di preda corre sopra di lui, si china al corpo e ’l ricerca. Ma quegli era moribondo non morto, ed aveva ancor sane le robustissime brac- cia; afferra quindi il suo nemico e a sè lo tira; col sinistro braccio lo cinge e lo tiene, arma la destra di pugnale che ancora nascondeva tra le vesti, gliel punta ai reni, preme, il trapassa, in- contra il proprio petto e il trafigge. Così per una morte trapassarono insieme le due anime avverse, nella mente degli uomini abbracciate in amplesso infame e terribile. XXIX. 1 falli della Calabria raccontati ed esa- gerati dalla fama agevolarono l'opera nelle altre province al generai Manhes, eli ebbe carico di esterminare il brigantaggio in tutto il Regno. Ed in breve lo eslerminò, e quella forse fu la prima volta, nella vita del sempre inquieto e diviso po- polo napoletano , che non briganti, non parti- giani, non ladri infestassero le pubbliche strade e le campagne. La corte di Sicilia e gl’inglesi, mancata materia agli incendii civili, più non lan- ciavano sopra noi le consuete fiaccole della di- scordia; la Polizia potè abbandonare le pratiche severe ed arbitrarie; la giustizia vendicando le sue ragioni sciolse le commissioni militari, rivocò le squadre mobili, tolse a’ comandanti militari delle { >rovince ogni facoltà su le civili amministrazioni; e intraprese della industria rinvigorirono; e ria- nimato il commercio interno, i mercati e le fiere, per lo innanzi deserte, ripopolarono; il regno Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 143 E rese l’aspetto della civiltà e della sicurezza pub- lica. Quindi le benefiche instiluzioni dei due nuovi regni , sino allora per i disordini del bri- gantaggio ed i rigori della Polizia ignote al po- polo e dispregiate, furono palesi e gradite. La quale immagine di felicità pubblica, nuova e inspirata generò lodi altissime al generale èd al governo. Ma dipoi satollo del bene, e come usa il popolo per leggerezza ed ingratitudine, andava rammentando le crudeltà delle Calabrie, ai fatti veri aggiungendo i falsi, inventati da' maligno in- gegno, creduli dalla moltitudine, registrati per fino nei libri che dicevano d’istoria. Perciò dop- } )ia, buona o pessima, è la fama del generale Man- ìes; ed io fra le opposte sentenze dirò la mia. Egli inumano, violento, ambizioso, corrotto dalla fortuna e dalle carezze del re, tenendo comeprin- cipii di governo gli eccessi delle rivoluzioni, ma sommamente retto, operoso, infaticabile, tenace del proponimento, riguardava la morte dei bri- ganti come giusta, e le crudeltà come forme al morire, che, poco aggiungendo al supplizio, gio- vano molto all’ esempio. Credeva necessaria T a- sprezza delle sue ordinanze, e poiché pubblicate, legittimo l’adempimento. La sua opera quale fosse per lo avvenire I ho detto altrove, considerando 1 mali e i pericoli che derivano dallo sciogliere i legami di natura e di società, ma fu di presente utilissima. 11 brigantaggio nel 1810 teneva il Re- gno in foco, distruggitore d’uomini e di cose cit- tadine; senza fine politico, alimentato di vendette, di sdegni, o, più turpemente, d’invidia del nostro bene, e di furore. E perciò raccogliendo in breve m LIBRO SETTIMO — 1810 # _ le cose dette, il brigantaggio era eno’rmità, ed il generale Manlies fu istromento d’inflessibile giu- stizia, incapace, come sono i flagelli, di limite o di misura. XXX. Ed altro benefizio universale men pronto ma più grande si spedi nello stesso anno 1810, atterrando alfine la tante volte vanamente scossa feudalità, nè solo per leggi, ma per possessi; avendo diviso le terre feudali tra le comunità e i baroni, « e dipoi le comunali fra i cittadini. Le quali cose aggiunte agli aboliti privilegi opera- rono die di quella macchina immensa non rima- nesse alcun vestigio nel Regno. Onde il descri- verla, quanto saprò brevemente, dalle origini al fine, sarà pregio della mia fatica; per que’ tempi (se tanto viveranno queste pagine) che divenuta antica l’elà^nostra, la feudalità sarà più lontana dalla memoria e dal pensare degli uomini. Il principio di lei suol trarsi dalle invasioni •dei popoli barbari negli stali civili di Europa; ma ella più vetusta discende dalla guerra, dalla conquista e dal mantenimento delle regioni e genti conquistate. Sino a che le guerre si move- vano per nemici/ia tra popoli o temporanea ra- pina, il vincitore uccideva, predava, distruggeva <’ tornava alle sue terre: ma quando delle guerre fu obbietlo la durevole conquista, l’esercito for- tunato, dopo le prime licenze (per soggettare i servi e tirar 1 guadagno dal paese vinto) dettava •forme di obbedienza e di società, indi leggi ed * ordini, magistrati é regole, premii e doni a' com- militoni, c, con altri nomi, feudi e baroni. Ma le costituzioni di quéi governi variavano come la Digilized by Googl LIBRO SETTIMO — 1810 M5 politica dei conquistatori e la civiltà dei conqui- stati ; perciocché tra gli affatto barbari non po- tendo la conquista essere durevole, la feudalità vi è impossibile, e su popoli civili e virtuosi lo stato di conquista non dura, la feudalità vi è pas- seggierà : ella solamente, alligna nella mezzana civiltà sopra popoli corrotti ed infingardi. E poi- ché varie le origini, pur varie e molte sono state in Europa le specie di feudalità; ma io tolgo a trattare di quella sola che afflisse il regno di Na- poli del quale scrivo le istorie. . XXXI. Al decadere di Roma, al doppio passag- gio per la Italia di Alarico re de’ Goti, alle incur- sioni ed a’ saccheggi di Attila e Genserico, tra miserie e vicissitudini di guerre barbare ed inte- stine, ogni città soggiacque a mille varietà di sorte e di caso; differente il modo di governarsi, dif- ferenti le amministrazioni, le magistrature, le milizie, differente la civiltà di ogni popolo. Cosi era l’Italia al V secolo quando spuntarono i pri- mi germi della seconda feudalità, ed io chiamo seconda quella che venne compagna delle con- quiste gotiche e longobarde, avendo or ora adom- brate la prima. Se dunque diversa nel Regno la civiltà de popoli, variamente la feudalità vi si ap- prese, e non fa maraviglia che fusse più acerba nelle Puglie, e delle Puglie negli stati d’ Otranto. La politica degl'invasori serbar doveva i carat- teri della invasione, guerra, forza, preda, indi- pendenza, il più forte o il più fortunato più prendere di terra e d’uomini, e meno ubbidire al capo condottiero del popolo conquistatore; ma se dipoi il debole diveniva forte, se il già forte Colletta, T.IJI. IO ! MG LIBRO SETTIMO — 1810 addebolivasi, scambiar le sorti, ed il primo to- gliere al secondo signoria e vita. Il quale brigan- taggio feudale non poteva esercitarsi senza mili- zia, o la milizia sussistere senza tributi; e perciò il popolo diviso in soldati e vassalli, gli ordina- menti di società solamente militari e finanzieri, i capi delle tribù capitani e magistrati, non leggi stabili, non ordini certi, non sicurezza di persona o di proprietà, ma continue guerre,» continue depredazioni, instabilità di ogni cosa. Questa guerra tra’ signori dominò il Regno dal V al VII secolo. 'Nell' Vili, IX e X molti avvenimenti mutarono l’aspetto della feudalità. ISel ducato di Benevento forte per domimi, afforzato delle leggi del saggio Rotari -re longobardo, erano i regoli minori sog- getti e mansueti, e sebbene il ducato fosse feu- dalità, la era gigante ed aveva le apparenze di stato; cosicché i popoli soffrivano le gravezze, ma non i danni e gli sconvolgimenti delle discor- die. Questo benché duro riposo fu breve, da poi che gli successero le guerre, per le quali diviso il ducato, surti dalle sue spoglie i ducati di Sa- lerno e di Capua, fondate da conti (sino allora soldati del duca) contea stabili ed ereditarie, una gran feudalità in cento piccole si divise. E tale di questa pianta è la natura che il minore de’ tralci è più velenoso del tronco. Avvennero in quel tempo stesso le invasioni de’ Saraceni, e furono materia abbondante al bri- gantaggio ad alla feudalità; si murarono allora le terre, e mille rócche e castelli si fondarono, onde le guerre più lunghe, i regoli più forti, la condi- zione de’ popoli più miserevole. > Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1810 M7 Al cominciare dell’ XI secolo le prime scorrerie normanne ne’ paesi di Napoli e di Sicilia arreca* rono la feudalità più matura ed ordinata, e por- tando seco leggi feudali francesi fu meno agitata, più potente. Cosi restarono le cose tino all’anno n3g, allorché il primo Ruggero fondò il regno di Sicilia e di Napoli. Dal quale punto delineerò la feudalità per case regnanti, oper quei mirabili avvenimenti che mutano delle sociali instituzioni l’indole o l’aspetto. XXXII. Ruggero fu il maggior barone del Re- gno, chè tale in quel tempo era 1 idea di dominio che non poteva scompagnarsi dalla idea di feu- dalità; ma le condizioni de’ popoli migliorarono per ciò che ho detto parlando del ducato di Be- nevento, e perchè i ministri del re nelle province impedivano le soperchianze de’ minori regoli. E di più, le gravezze feudali acquistando con l’uso e per la pazienza de’ sudditi la natura di stato civile, apparivano alla moltitudine legittime e com- portabili. Si contentarono i nostri maggiori degli ordini fondati da Ruggero e da’ due Guglielmi come che fossero feudali e violenti. Giovarono ai popoli d’ allora quelle forme governative, dalle quali la filosofia moderna rifugge. Della stirpe Sveva il primo Federigo ed Arrigo combatterono le civili istituzioni anzi che pro- muoverle. Federigo il secondo abbassò in doppio modo la feudalità, dettando contro lei provvide leggi, e migliorando la civiltà de’ popoli; chè fu- rono leggi di quel re l’abolizione di qualunque opera verso i baroni che offendesse ne’ sudditi la libertà personale, il bando che ad ogni Napole- ™1 148 LIBRO SETTIMO — 1810 tano concedeva la giustizia comune e la piena libertà di richiamarsi al monarca delle baronali tirannidi, il divieto a’ baroni d’imporre nuove taglie, il disfacimento delle mura e torri baronali, ed altre provvidenze che leggonsi nelle costitu- zione di quel monarca. Furono opere di lui le amministrazioni del municipio libere a’ comuni, la convocazione de’ rappresentanti di ogni comu- nità per negozii di pubblico interesse, l’ordina- mento della giustizia e de’ magistrati, la visita da suoi ministri delle province a fin di conoscere del popolo i bisogni e i lamenti, l’obbligo dei tributi a’baroni laici o ecclesiastici, 1 abolizione de’ privilegi sino allora profusamente concessi alle terre e persone della Chiesa. A questo re, mira- colo de tempi suqj, successe brevemente Corrado e poi Manfredi re ultimo della casa Sveva; e Man- fredi sosteneva le leggi del padre con lo stesso cuore, ma con minor fortuna, trovandosi assai più travagliato da’ papi e dai soggetti. Ma i bene- fizi che ho adombrato della famiglia Sveva, ge- nerati nella mente del riformatore, immaturi al ? opolo, immaturi al tempo, e non bastando a ederico la vita per convertire i suoi pensamenti ad uso e coscienza di tutti, caddero con la sua progenie. Carlo I d’Angiò venuto al trono, delle Sicilie per invito e ajuti del papa Clemente IV, guerreg- giando contro l’esercito di Manfredi, parteggian- do fra i baroni del Regno, in ogni sua qualità trovò motivo a rinvigorire le feudali instituzioni : egli. Francese, portava gli usi di Francia} vassallo della Chiesa, rendeva ed ingrandiva i privilegi Digitized by Google LIBRO SETTIMO — IRTO m ecclesiastici dalla casa Sveva rivocali o ristretti; guerriero e vincitore, era prodigo di centosessanta città a'commilitoni e di altri doni feudali, conformi alla conquista ed a’ tempi; partigiano, ristabiliva i baroni della sua parte al seggio donrie erano discesi per \e leggi di Federico e di Manfredi; ed Angioino, pregiava e seguiva regole di go- verno contrarie a quelle del nemico Svevo. Ritor- nava la feudalità più che non mai fortunata e superba. Eppure di questo re e di altri re an- gioini la storia rammenta alcuni atti moderatori di certi eccessi feudali, ma che più dimostrano lo sdegno per alcune enormità che il proponi- mento di toglierne le cagioni o giovare a’ popoli. , Così governò la stirpe angioina sino alla prima Giovanna; e poi costei e la seconda dello stesso nome ed il re Ladislao, tra lascivie e bisogni che ne derivano, venderono quasi tutto il demanio regio, diedero titoli di duca e principe riserbati sino allora a’ regali, concederono profusamente litoli minori, terree privilegi; infeudarono, quasi Sirei, tutto il Regno. Fra le concessioni più gravi alla sovranità e più dannose a’ soggetti fu quella che si disse del mero e misto imperio, cioè la giurisdizione a baroni su la giustizia criminale e civile. Ma era serbato alla vergogna di Alfonso I di Aragona fecondare ed ingrandire queste mero e misto imperio, ossia prosternare la monarchia in quel tempo stesso che per la provvidenza di altri S rincipi si rinforzava in Francia ed Alemagna. ipoi le congiure de’ baroni contro Ferdinando I sdegnarono questo re, e furono cagione ad alcune 150 LIBRO SETTIMO — 1810 leggi, che, avendo per concetto l ira verso i si- gnori non la carità per i popoli, rimasero inese- guite e spregiate. Della feudalità nel reame di IN a poli l’età più altiera fu quella de’ regnanti ara- gonesi. XXXIII. Non parlerò della momentanea compar- sa di Carlo Vili, nè delle leggi non osservate che dettò Carlo V al suo passaggio di Napoli per Africa, commosso dalla miseria e dalle lamentanze delle nostre genti: dirò le miserie de’ governi vicereali cominciati ne’ primi anni del XVI secolo. Natura di quei governi fu la cupidigia fiscale, e suo mezzo primario la feudalità. 11 parlamento dello .stato, «che da tempi di Alfonso di Aragona era composto di baroni, fissava nel viceregno i do- nativi alla corona pagabili da’ comuni; diminuiva l’Adoa, tributo feudale, compensandone il fisco a più doppii sopra i vassalli; e molte altre gra- vezze immaginava, sotto nome di alloggi militari , di fortificazioni eli marina, sopra le taglie ordi- narie feudali o del fisco. Fu in breve tempo si misera la sorte de’ vassalli che dimandarono in grazia di riscattarsi delle servitù baronali patteg- giandone il prezzo co’ baroni, e dopo il riscatto far parte dei demanio regio e pagare al fisco i tributi comuni: concessione di Carlo V non os- servata allora ch’era benignità, confermata dipoi e seguita perchè trasformata in avarizia ed in- ganno. A prezzo esorbitante, facendo prodigiosi sforzi, le comunità si ricomperavano; ed indi a poco (incredibile a dire) il governo regioie rivendeva, con le servitù di feudo, agli stessi o a nuovi ba-. ... j Digitized by Googte LIBRO SETTIMO — 1810 15 1 roni; sì che vedendone delle riscattate e vendute tre.o quattro volte, niun’ altra comunità diman- dava il riscatto. E poiché giovava al governo ac- crescere senza sua spesa o danno il demanio regio, pattuiva (confessando obbrobriosamente le usale fraudi) che se mai riconcedesse in feudo, a prezzo o a dono, le comunità riscattate, resterebbero esse sciolte da ogni obbedienza verso il re,»da ogni servitù verso il barone: scusava e legittimava la ribell iorife. Altra vpna di ricchezza fiscale fu il vendere titoli e privilegi, altra il transigere a prezzo la pena de’ misfatti; e perciò si leggono di quel tempo delitti orribili ed impuniti. Sotto il viceré duca d' Arcos, il barone di Nardo, essendo in lite col capitolo del suo feudo, fece in un giorno troncare le teste a ventiquattro canonici che lo componevano, e tutte le espose in dì festivo, ad argomento di potenza e di vendetta, sopra i seggi sacerdotali della chiesa; nè fu castigato perchè si riscattò della pena. Aon vi ha città o terra già baronale che non serbi memoria di fatti atroci, nè palagio o castello che non abbia i segni delle esercitate crudeltà. E così i baroni (essendo Napoli governalo per ministri di re lontani) non più de -troni o sostegni o nemici, e smisuratamente cresciuti di numero e mescolati ad uomini sozzi innalzati per com- prate onorificenze, ed avari, crudeli, iugiusti so- pra le genti soggette, davano della feudalità idea spaventosa, ma bassa. E perciò, finito nel 1734 il vicereale governo, la stirpe ne’ Borboni trovò piano il cammino alle riforme. 152 LIBRO SETTIMO — 1810 XXXIV. Ed era riformatore il secolo, riforma- tore ogni principe. La monarchia nei regni «di Francia, di Spagna, della Germania rinvigoriva dal reprimere i baroni, e, sgravando il popolo di gran parte di pesi e delle servitù feudali, renderlo amante e sostenitore di un potere unico e supre- mo; l’esempio fu imitalo da Carlo, primo re tra noi dell* stirpe borbonica. Si aggiungeva ebe i baroni nelle province, ricchi ma spregiati, dimen- tichi o non curanti delle armi, molti ma piccoli e la più parte surti da plebe per favore de’ passati re o della fortuna, avidi perciò di fasto, vennero alla città volontari o richiesti a sperar gli onori della nuova corte. Carlo li accolse, e avvincendoli delle vote ma tenacissime catene della boria e del lusso, li rese di emuli, servi, e di potenti a resi- stere, impotentissimi. E dopo ciò pubblicate pa- recchie leggi a danno della feudalità, e repressi non pochi abusi, dichiarò che per lunghezza rii tempo non si acquista diritto sopra i popoli, e che le ingiustizie de’ prepotenti non si legittimano da prescrizione. Così palesava il proponimento di ab- battere la feudalità. Su le tracce istesse più rapi- damente camminò a’ primi anhi del suo regno, il successore di Carlo, Ferdinando IV. E poi che fu vista la tendenza del governo, e che la filoso- fia e la ragione potevano mostrarsi a viso aperto, molti scritti erudivano i governanti, atterrivano i feudatari, sollevavano i popoli, creavano quella universale opinione che dee precedere alle^rifor- me, e qui cito ad onore le opere del Filangieri, del Galanti, del Signorelli, del Dèlfico. Freso animo, le popolazioni richiamandosi di molte gra- LIBRO SETTIMO — 1810 153 vezze baronali, il re prescrisse che i magistrati ne giudicassero; e questi, come voleva giustizia e genio di tempo, diedero sentenze favorevoli alle comunità litiganti, esempio alle altre ed incita- mento a nuove liti. Fra quali provvedimenti fu- rono i pedaggi aboliti; il decreto che i feudi de- voluti al fisco non mai più si dessero a vendita o dono con le condizioni feudali; il mero e misto imperio ristretto; la divisione delle terre soggette a servitù d’ uso. Ma il governo non aveva in quel tempo nè mente, nè animo, nè potenza per ab- battere ^ino al piede quel superbo edifizio; e però inchinando quando a’ bisogni, quando al favore, rivendeva le. terre, non più invero con le qualità di feudo, ma con diritti tali a’ compratori, e tali servitù de' popoli che la feudalità vi stava impres- sa; la stessa giuridizione fu talvolta ne’ contratti novelli concessa o patteggiata. •£ d indi a poco per le rivoluzioni di Francia sopragiunto il sospetto, parve pericolo abbassare i nobili, rialzare il po- polo; incolpando a quella istessa filosofia die percoteva la feudalità, la caduta de’troni. Si arre- . starono quindi le operazioni del governo, e la macchina feudale fu vicino a ricomporsi. XXXV. Innanzi di rammentare i provvedimenti di Giuseppe, e narrar quelli di Gioacchino, tre gravi obbietti trattengono ancora On poco sulla considerazione del passato me ed il lettore. Qual fu la nobiltà tra le yicende de feudi? E quale il popolo? Che rimaneva delle cose feudali nel 1806? La nobiltà naturale e più antica viene chdl’ar- mi e dal consiglio; chè gran titolo alla chiarezza ed al rispetto pubblico tlebb’ essere lo spenderla 154 LIBRO SETTIMO — 1810 vita in difesa della patria, o mantenerne la gran- dezza col senno e con le opere della mente. La società corrotta aggiunse altre origini alla nobiltà; ma se dopo le armi e le magistrature si cercavano titoli alla distinzione, si trovavano meritamente negli scenziali ed artisti, che intanto rimasero, benché notissimi, ignobili. Perciò nobiltà vera fu ne’ primi feudi, e vi si mantenne sino a tanto che feudatario e guerriero fu il nome islesso; ed era- no militari le investiture, militari i doveri de' ba- roni: e decadevasi da’ conceduti privilegi rifiu- tando il combattere; non decadevasi, benché nemico del re, ma nemico armato; la codardia era più schifala della nemicizia. E però nel regno di IV apoi i (senza parlar de’ tempi anteriori a’ Nor- manni) furono case nobilissime per le armi sino ai regni degli Aragonesi. Derivando dalie-armi la nobiltà ed il feudo, e dal feudo i titoli, si confusero i nomi, e a tal si giunse che titolo e feudo senz'anni fu creduta nobiltà. Onde «al tempo della prodiga razza An- gioina, donati o a vilissimo prezzo venduti i titoli e i feudi, uomini abbietti ma ricchi salirono ai più alti seggi dejla nobiltà titolare; e peggio sotto gli avari governi vicereali, quando a poca ed in- colla terra del demanio regio apponevasi titolo di baronia o più magnifico, e si concedeva all of- ferente di maggior prezzo. Perciò la nuova stirpe borbonica tro\ò titoli mollissimi, che poscia i re Carlo e Ferdinando" accrebbero per nuovi favori; cosi che nel 1806 la nobiltà napoletana consisteva in una moltitudine di titoli, senz’armi o potenza: nudo ed inutile nome. LIBRO SETTIMO — 1810 153 XXXVI. Il popolo, a considerarlo oppresso dai feudatari, si direbbe che aveva interessi conlrarii agli oppressori, e che il meglio degli uni fusse il peggio degli altri. Ma così non era nel fatto; da- poichè sotto baroni potenti e guerrieri molti sog- getti dedicavansi alla fortuna del capo, combat- tevano, soggiacevano a’ casi varii di guerra e di parte, avevano moti, opere, speranze, nelle quali vicissitudini risiede il sentimento e' 1 diletto del viver politico. Ma quando la feudalità, non più guerriera, divenne incurante di parti e di milizia, il popolo non sentiva di lei fuorché il peso e la superbia. E perciò a’ tempi del viceregno, col ca- dere dell’ alla feudalità, il popolo decadeva. Questa che-ho detto era la condizione di ogni popolo in ogni feudo; ma il popolo UQito di tutti ì feudi, ossia lo. stato, serbava qualità proprie a sé. Ne tempi della feudalità guerriera, baroni e popoli combattenti fra loro, non avevano interesse comune, non leggi universali, non conformità di azioni, non forza pubblica, non nazione; tutti i mezzi mancavano al progresso della civiltà e della indipendenza. Ed a’ tempi della feudalità corrot- ta, i vassalli oppressi da baroni, i baroni dal re, surse il brigantaggio armato; specie di conforto e di libertà nella universale abbiezione di genti che sentono de’ mali il peso ed il fastidio, ma di- vise per vizii o per abitudini non sanno prorom- pere in generose rivoluzioni. E 'così, ora più ora meno disordinato, secondo il variare de’ tempi, restò il popolo sino all’anno 1806. XXXVII. Nel qual tempo mollo ancora restava di feudalità. I diritti (sia permesso anche a me m 156 LIBRO SETTIMO — 1810 invilir questa voce, che per mollo uso è meglio intesa), i diritti feudali su le persone si mantene- vano apertamente in alcuni feudi, ed in altri fu- rono mutati a pagamento; parecchie angarie o perangarie, come il lavoro di contadini nelle terre baronali, 1’ officio di corriere, altri servigi dome- stici, duravano in molte comunità. I diritti su le cose erano esorbitante; le terre, le industrie, i boschi, i fiumi, le acque per fino le piovane, ogni prodotto, ogni entrata, gravate di taglie o presta- zioni. Fra gli uni diritti e gli altri, su le persone e su le cose, V onoratissimo magistrato Davide Winspeare,in un’opera meritamente laudata, ne enumera i 3 g 5 esistenti all’ arrivo di Giuseppe nel 1806. * • 01 tracio. i baroni impedivano o restringevano a’ cittadini gli usi sopra le terre. feudali che ave- vano uso comune; e con eccesso esercitavano le ragioni di-cittadino su le terre della comunità. 1 costumi, la filosofia, il secolo avendo migliorato l’indole de’ feudatari, tutte le violenze dell antica feudalità erano per buon volere scomparse; ma ciò che produceva entrata, qualunque ne fosse la natura, si vedeva da quei, signori desiderato e difeso: rinunziavano la potenza, ne volevano il frutto. XXXVIII. Questi che ho descritti abbondanti resti di feudalità furono aboliti da leggi di Giu- 3 >e; ma quel* re, non misurando il peso eia e degl’ interessi che le sue leggi commoveva- no, prescrisse che le contese, surte in gran nu- mero, andassero a’ tribunali ordinari e a’ consigli d’ intendenza con le comuni regole di procedi- Digitized by GoogI(j LIBRO SETTIMO — 1810 157 mento, sì che gli anni e forse i secoli non sarieno bastanti alle liti; e per il vario ingegno de’ giudici, qua favorite le comunità, là i baroni, l’abolizio- ne difforme, si sperdeva il maggiore benefizio po- litico di quell opera, il celere ed ugual passaggio de’ possidenti, da’ pochi a’ molti: serbando le prin- cipali regole della universale giustizia, poiché le circostanze impedivano la matura tardità di codi- ci. Visto l’errore, s’immaginò e compose un ma- gistrato supremo inappellabile detto Commissione r cudalc; ma lasciata di solo nome sino a’ tempi del re Gioacchino cheli diede il carico vero delle somme cose della feudalità, tal ch’ella decideva di ogni lite; da lei proposte, si facevano le nuove P er lei erano gl impedimenti agevolali, i dubbii sciolti. Mezzi alla commissione per giun- gere al proponimento furono: i. ° riconoscere i ter- reni di natura feudale; 2 ° in quei terreni deter- minare le ragioni e gli usi della comunità; 3.° di ogni ragione, di ogni uso, estimare il valore in terre, così che apparisse ciò che spettava alla co- s munita, ciò che al barone; 4-° la rata della comu- nità confinarla inamovibilmente in presenza dei cittadini, assistendo, se volevano, i ministri del barone; 5.° quelle terre comuni, dividerle fra cittadini. Stavano dunque dall’ una parte gl’interessi di lutti i baroni, e del re che per alcuni pri- vati dominii aveva le qualità baronali, e del fisco regio e della Chiesa; stavano per l'altra parte i cittadini pur ora vassalli e tuttavia soggette E frattanto molte terre sino allora di pieno domi- nio baronale furono dichiarate delle comunità, o » 158 LIBRO SETTIMO — 1810 di uso pubblico; la valutazione di ogni diritto fu a maggior prò de' comuni; la divisione tra co- munità e baroni, o re o fìsco o Chiesa fu sempre a vantaggio delle comunità; e nella partizione delle terre fra cittadini fu prediletta la povertà :*sì che donavano a’ più poveri, davano per piccolo prezzo a' meno poveri, vendevano al giusto agli agiati, escludevano i ricchi. 1 miseri profittavano in tutti i modi, con offesa (convicn dirlo) delle consuete forme di procedimento, e pur tal volta della giustizia; imperciocché la feudalità (qui ri- peterò ciò che poco indietro ho detto del brigan- taggio) era misfatto antico ed enorme, che la giu- stizia del nuovo secolo punì co’ modi del flagello e della vendetta. l’er eseguire le sentenze della commissione feudale il re al finire del 1809 mandò, commis- sari nelle provinole, parecchi magistrati di allo grado, di buono ingegno, di onorata fama por- tando altri decreti di cui l’ adempimento fosse ve- loce e forzalo: l’opera stava al termine; il moto come al fine delle cadute era più celere. Per cura di que’ regii ministri , divise le terre e suddivise, videsi numero infinito di nuovi possidenti; franca la proprietà de' già baroni, de’ già vassalli; tutte le servitù disciolte; quell’anno 1810, il primo di libertà prediale e industriale. Perciò il re, dal campo di Reggio dove stava a guerra contro la Sicilia, dichiarando compiuta l'abolizione della feudalità, bandì per editto irretrattabili le sen- tenze della commissione feudale; ed essa disciol- ta. Si viddero indi a poco gli effetti maravigliosi di quell’opera nelle private ricchezze, nell’ accresciu- LIBRO SETTIMO — I8I0-II 159 ta finanza/ nell’agricoltura, nelle arti. Era stata divisa tra ’l re ed il comune di Postiglione la : valle del Calore, piccolo fiume che va nel Sele,la qua- Ieper lo innanzi foltamente boscosa era parte delle regie cacce di ‘Persano: delle due pendici l’una, lasciata al re, è selvaggia coma innanzi; l’altra, divisa fra cittadini, è coltivata a campi, a vigne, ad oliveti, sparsa di nuove case, alimentatrici di famiglie industriose e beate: così che in quelle due con valli stavano figurate ed espresse in ria- tuia la vivente feudalità e la distrutta. Età novella per la vita civile del popolo Napoletano cominciò nel 1810. XXXIX. Il primo giorno del seguente anno, tra le consuete feste della reggia, il re concesse con titolo e dote, ma senza diritti ed usi di feudo, al- cune baronie a generali e colonnelli dell’esercito: liberalità che generando nobiltà nuova, armata, potente, partigiana degli ordini nuovi, provvede- va a molti bisogni della nascente casa de’ Napo- leoni, e non aveva di sconcio che il nome. 11 re Giuseppe, a pompa o prodigalità aveva fatto altri doni a’ ministri civili; Gioacchino istesso ne’ suc- cedenti anni nominò ora per prèmio a’ servigi, ora per favore, altri baroni, conti e duchi, e concedè titoli senza tèrre o terre senza titoli a militari, a magistrati, ad artisti. Parvero, e tali erano in alcuni casi, dissipazioni dell’erario pub* blico; ma non sì grandi e sì vacue quanto la ma- lignità divolgava : chè nella storia di Napoli non -vi ha nuova stirpe, per quanto avara, che avesse donato a’ partigiani suoi meno di ciò che dona- rono a nostro tempo i due re francesi; nè vi ha 1 . 160 LIBRO SETTIMO — 1811 dii più di loro gli cercasse tra gli uomini meri- tevoli dello stato. Caddero con Giuseppe e Gioac- chino i loro aderenti e affezionaci, pochi non rimasero poverissimi, e niuno fu ricco per turpi- ' tuni. Gli ufGziali dell’esercito se non fossero stati mantenuti agl impieghi dalla convenzione di Ca- salanza avrebbero accattato nel i8i5, come ac- cattarono anni appresso rate quella convenzione Foco dopo viddesi la insegna di Napoli, avendo usalo sino allora in guerra , in mare e su le roc- che, la bandiera francese: i colori nostri furono in campo turchino il bianco e l’amaranto. Nel giorno istesso fu prefissala forza dell’ esercito, ed era (benché il decreto noi rivelasse) di sessanta inila uomini di milizia assoldati, quaranta mila delle civili; chiamarono i reggimenti, legioni; i generali di divisione, tenenti generali; e quei di brigata, marescialli di campo: molti altri nomi da’ nomi francesi variarono, chè già sentivasi da Gioacchino e traspariva nel Regno il desiderio della indipendenza. La nuove scuola politecnica ingrandì il già collegio militare; sursero nuove di artiglierie e del Genio; in cento modi si provvi- de all’esercito napoletano, perocché si divisava di congedare il francese : le coscrizioni si faceva- no quietamente e con prestezza, frutto del con- solidato regfio. E a tanti mezzi di forza si imivano, per iscuotere il giogo della Francia, il comandar dm o di Buonapartc e l’ indole libera e presuntuo- sa di Gioacchino. Spuntò allora il primo sdegno fra i due cognati. Nel qual tempo nacque all'imperatore de’Fran* poiché per fedi spergiu- ri rotta. J*,. H«F~ J LIBRO SETTIMO — I8II If>I cesi un figlio che appellò Re eli Roma ; e Gioac- chino', per impostagli riverenza, si recò a Parigi: e sebbene credevasi che vi si fermasse sino al bat- tesimo a fine di accrescerne la pompa, inatteso tornò in Napoli molto innanzi della cerimonia. E giunto appena, congedò le schiere francesi, con decreto che nessun forestiero, se non prima di- chiarato cittadino napoletano come prescriveva lo statuto di Bajona, potesse rimanere agli sti- pendii militari o civili. Spiacene f ardito comando a Buonaparte, che in altro decreto disse: non bi- sognare ai compagni di patria e di fortuna di Gioacchino Murat, nato francese e asceso al trono di Napoli per opera dei Francesi, la qualità di cittadino napoletano per avere in quel reame ut fizii civili o militari, il re infuriò, la regina pla- cava gli sdegni; pochi dei Napoletani timidi e servili biasimavano 1 ardire di Gioacchino; molli liberi, audaci, ambiziosi lo applaudivano; dei Francesi niuno, benché cortigiano, si mostrava della sua parte. Nelle grandi contese di stato, in cui di ordinario primeggiano due opposte sen- tenze, capo dell’ una si faceva il re, dell'altra la regina, e intorno a sé raccoglievano i sostenitori delle due parti: contendevano nel pubblico, ac- cordatami nel privato; pareva discordia, ma era scaltrezza in tanti moti e pericoli di regno nuovo. Eppure quella volta non per finzione ma per sentimento il re e la regina discordavano; ella fidando meno del giusto nel marito, e assai più del giusto nel fratello. Si accesero domestiche brighe: egli, impetuoso per natura, infermò; ed Coixettì, T. IH. 1 1 162 LIBRO SETTIMO — I8II ella, benché superba, fu palesemente mesta e ad- dolorata. Vinse il decreto di Buonaparte: l’esercito fran- cese usci dal regno; ma i Francesi che avevano in Napoli militare o civile impiego restarono. ISella plebe sursero dicerie maligne e bugiarde su i motivi dello sdegno della casa; e scrittore, se- guace, poi nemico di que’ principi, non disdegnò •li Avvalorare quelle menzogne, adombrandole in alcune memorie chiamate istoric/ie. Indi a poco le domestiche contese quietarono, e il re, tornato sano, si volse alle cure dello stato. X.L. In iNapoli, come in altre parli d’Italia, estirpati per furioso genio di coltura gli alberi su le montagne c messe a campo le terre, furono i primi ricolti abbondanti; ma scemavano d’anno in anno, perchè dall acque trasportato il terreno, ingomberate le sottoposte pianure, solcato stra- namente il dorso dei monti, e però nudato il colle, devastato il piano, lasciati i torrenti alle proprie licenze ed agli eventi dei turbini, l’agricoltura fu sovvertita. Una legge di Gioacchino riordinava quella parte di amministrazione pubblica; e non bastando i precetti nominò una direzione supre- ma in iNapoli, altre minori nelle province; impie- gati e vigilatoci nelle comunità, guardie nelle campagne: che se tutto e troppo nel possesso dei boschi era stato libero, tutto e troppo dopo la legge fu ristretto da regole, proibizioni ed am- mende: sursero grandi e giuste lamentanze ac- creditate dall’avarizia del iisco; si manifesta in quella legge che la severità delle pene appariva non già zelo di bene ma cupidigia. Ne derivò ebe LIBRO SETTIMO — 1 81 1 163 provvida legge fusse male accolta dai soggetti e ritrosamente osservata. Per altri decreti l’amministrazion provinciale e comunale migliorava in quanto alle regol e , ina peggiorava nel fatto; e del peggioramento era principal cagione il ministro per lo interno conte Zurlo, ingegnoso, instancabile, desideroso di I mbblico bene, e pure amico di libertà, ma per ungile usanze così devoto alla monarchia e cieco amante del re (qualunque mai fosse di nome o d’indole) che per soccorrere la finanza, disordi- nata dalle troppe spese della milizia e della cor- te, imponeva al patrimonio dei comuni non po- chi debiti del fisco, ed altre somme col nome di Volontario Donativo. Perciò quei patrimoni de- cadevano, il popolo insospettiva; gli spiaceva il risparmio, a vederlo convertito in doni menzo- gneri, più delle dissipazioni e delle frodi, le quali almeno giovavano ad alcuni della comunità. Altra cagione di male era nella natura delle intendenze. L' intendente commissario del gover- no e tutore del popolo, con poteri grandi e certi, doveri indeterminati e talvolta opposti, non può a lungo serbare uffizio e fama. E poiché l’uffizio gli apporta comodo e fortuna, la fama sventure ed offese per fin da coloro a cui giova, la più parte degl’intendenti sono a prò del governo contro del popolo, cioè duri nelle pratiche di polizia, inflessibili nelle esigenze della finanza, proclivi e pronti a tutto ciò che profitti o piaccia al re come che a danno della provincia. Parecchi ne furono, nel tempo del quale scrivo, difensori arditi delle ragioni del popolo, dei quali citerei * V Digitized by Google If,4 LIBRO SETTIMO — I8II e fatti e nomi se scrivessi commentari e non istorie. INuovi provvedimenti migliorarono il sistema giudiziario, il qual cenno mi offre occasione di rammentare due cause trattate in quell' anno 1 8 1 1 , e degne di storia. Abbattuta ma non ancora im- potente, l'ira contro Gioacchino fece ordire con- giura per ucciderlo quando andasse a diporto di caccia nelle foreste di Mondragone, dove il luogo vicino al mare agevolasse a’ regicidi la fuga; capo de congiurati un tal Fra Giusto, già frate, amministratore di vaste tenute presso al disegnalo luogo del delitto, compagni altri ventotto venuti di Sicilia o arruolali in Napoli. Si ordinavano le insidie, quando l’un d’essi, a patto d’impunità, rivelò al governo il disegno; e quindi arrestiti i congiurati, sorprese armi e fogli, fu comandato il giudizio, ma con le libere consuete forme, come non fusse causa di maestà. Per testimonii, documenti e confessioni venne in’pubblico dibat- timento dimostrata la colpa, ed il regio procura- tore chiese condanna di morte per sette de’ con- giurati, e di galera in vita per altri ventuno. Parlavano a difesa, con poca speranza, gli avvocati, quando il presidente ruppe il discorso per leggere al pubblico un foglio or ora pervenutogli, ed era del re, che diceva: a lo sperava che gli accusati di congiura con- tro la mia persona fossero innocenti; ma con ii dolore ho inteso che il procura tor generale ab- « bia dimandato per tutti pene assai gravi. E forse »> vera la colpa, ed io volendo conservarmi un » raggio di speranza della loro innocenza, prc- Digitized by Google LIBRO' SETTIMO — 1 81 1 IG5 r> vengo il voto del tribunale, fo grazia agli accu- r> sati, e comando che al giungere'di questo foglio « si sciolga il giudizio e si facciano liberi quei « miseri. E poiché trattasi d’ insensato delitto con-' » tro di me, e non ancora è data la sentenza, io « non offendo le leggi dello stato se, non inteso >•> il consiglio di grazii, fo uso del maggiore e r> migliore diritto della sovranità. Gioacchino >\ Fu lieto il fine di quel giudizio quanto mise- revole l'altro caso che narrerò. Era in Àcerenza, città della Basilicata, un tal Rocco Sileo, bello e grande della persona ma per vecchiezza curvo e bianco, padre di figli e figliuole, con poca for- tuna cd onesta fama. De’ figli il primo, d’indole rea e malvagia, cominciò da giovinezza a commet- ter delitti) e l’amoroso padre, stando ancora in piedi le udienze e gli scrivani, ne redimeva la reità per danaro. Ma quegli continuo al male ri- tornava alle colpe, quanto l’altro sollecito e co- stante il difendeva, disperdendo il patrimonio della famiglia. Per grave misfatto commesso l’ anno i8og, di già cambiati codici e magistrati, il tribu- nale della provincia il condannò a morte, da ese- guirsi in patria innanzi alla propria casa. Ma la condanna restò sospesa dal ricorso in cassazione; ed il padre, dopo di aver profuso cure e denaro, lasciò in Napoli un più giovane figlio col carico di avvertirlo celerissimamente della sentenza. Que- sta fu avversa : il figliuolo in gran diligenza giunse apportatore della fatale condanna, e dal padre ebbe comando di segreto anche in famiglia. Nel seguente giorno il vecchio ottenne per de- naro dal custode del carcere di desinare col figlio: 16(5 LIBRO SETTIMO— 1 81 1 e fu la mensa non abbondevole nè scarsa, egli non lieto nè tristo; il figlio, per lungo uso avvezzo alla prigione, indifferente. Finito il desinare, il padre parlò in questi sensi: « Figliuol mio, il » tribunale di cassazione ba rigettalo il nostro ricorso, la condanna è confermata, fra poche 55 ore sarà nota quella estrema sentenza, e tu 55 dimani avrai cessato di vivere. In qual modo? 55 infamemente, per mano del carnefice; ed in 55 qual luogo? qui in patria, innanzi alla nostra 55 casa. 11 patrimonio ch’era mio e della famiglia, 55 tutto è stato distrutto in tua difesa, piccola vigna 55 che io piantai è stata venduta un mese fa. Se 55 alla nostra povertà tu vuoi aggiungere infamia, 55 troppo di male, o mio figlio, avrai arrecato ai 55 tuoi vecchi genitori, a due fratelli, a tre sorelle, 55 al nome, alla discendenza. INon vi ha che un 55 mezzo, morir prima, morir oggi. Se hai pietà 55 della famiglia e di me, prendi, questo è un ve- 55 leno (cavò di tasca una carta ravvolta), bevilo. 55 Se l’animo ti manca io partirò maledicendoti; 55 se beverai, le mie benedizioni accompagneran- 55 no il tuo spirito 55. A questi ultimi detti qualche lacrima gli comparve agli occhi, e impietrì; e il figlio che inorridito ascoltava, prese la carta, senza dir motto, di man del padre, versò il veleno nel bicchiere, baciò la destra al venerando vecchio, e, fisamente guardandolo, beveva. Mentre l’altro levato in piedi, e per inusitato vigore scomparsa la curvità della persona, alzato il braccio in atto patriarcale, tre volte disegnando la croce il be- nedisse. E subito partì: il figlio morì in breve ora. Seppesinel giorno istesso la condanna, ilpran- LIBRO SETTIMO— 1811-12 167 S • io, il veleno, la mòrte. Fu messo in carcere, ac- cusato di parricidio, il vecchio padre che nulla tacque de fatti. 11 tribunale il condannò a morte, la cassazione pendeva incerta fra la legge e la coscienza; chè pericolo alla giustizia era la scusa del misfatto, ma la condanna offendeva la virtù, f onore e la pubblica ammirazione per la stupenda intrepidezza paterna. In quel dubbio interrogato , il governo, rispose che i fatti si cuoprissero col silenzio, non bisognando autorità di legge per caso singolare, primo insino allora, e che forse non avrà secondo. Rocco Sileo, tornato in libertà, visse povero, afflitto ed onoratissimo. CAPO TERZO e* / Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta l’unione d’Italia. Parte per nuova guerra. in Germania, e tornatone provvede al Regno. Anni 1812 e 1813. XLI. Era-il di primo dell’anno 1812, e si fa- cevano in corte le usate riverenze al re ed alla regina, seduti al trono. Primi ad essere introdotti erano i ministri de’ re stranieri, e primo de’ primi esser doveva quello di Francia, se avesse avuto titolo di ambasciatore qual convenivasia re della stessa casa; ma Buonapartegià tenendo. a fastidio Gioacchino, e volendo mostrare al mondo che noi riguardava congiunto, avea spedito in Napoli il signor Durant col titolo di plenipotenziario, e perciò il ministro di Russia Uolgorouky voleva 5 recederlo nella cerimonia. Era il Russo grande i persona, fiero di aspetto, l’altro piccolo e spa- • Digitized by Google ✓ • MS LIBRO SETTIMO— 1812 rulo, l’età in cntrambo sul primo confine della vecchiezza. Inoltraronsi nella stanza del trono contemporanei; in riga, frettolosi, Dolgorouky e Durant, ma quegli per più disteso passo già pre- correva, quando questo presogli il braccio il trattenne, e allora il Russo con occhio ed impeto barbaro pose il pugno su l’elsa della spada. 1 principi mirarono la sconvenevole briga, ed il re si mosse incontro dicendo ad entrambo die lodava lo zelo di giunger primiero ad offrirgli omaggio, e sì parlò che non diede a nessun dei due argomento di preferenza. Succedendo intanto altri ministri e cortigiani, quei primi partirono: lini la contesa per quel giorno. Perocché al ve- gnente, scambiati i cartelli, duellarono i due mi- nistri nel tempio di Serapide in Pozzuolo, ed a poca distanza il maresciallo del palazzo Excelmans col segretario di ambasciata russa Benkendorff, quando sopragiunsero le vigilatrici autorità di polizia che interruppero i cominciati combatti- menti, e pregarono i duellanti, per* lo impero delle leggi, a ritirarsi; il Dolgorouky era stato leggermente ferito di spada all orecchio destro. E sebbene in quel tempo covassero odii secreti i due imperatori di Russia e di Francia, pure a vicenda, simulando modestia e dichiarando pri- vata la contesa, rivocarono i due ministri. XLI 1 . In quell’anno istesso 1812 vacillando il I iotere di Buonaparte, mutarono di Gioacchino e arti di regno, ond’io prima narrerò le cose interne brevemente, per quindi fermare il rac- conto alle esteriori cagioni di futuri avvenimenti. Egli fondò nuovi collegi e licei, e fatte novelle Digitized by Google V V . ; * LIBRO SETTIMO — 1812; 169 ordinanze per la istruzion pubblica, inaugurò con solenne cerimonia la università degli studii. Introdusse per decreto il sistema metrico che de- siderato ed applaudito da’ sapienti, mal sofferto dal popolo, poco tempo visse nelle leggi, nulla negli usi, e si restò alf antica barbarie di pesi e misure infinite, varie tra loro e innumerabilL Fra le cagioni del popolare abborrimento erano le denominazioni greche, non intese dall’univer- sale, e per fino difficile a profferire. Ma se .alle nuove misure lasciavano i vecchi nomi, il popolo le accoglieva, i grandi benefizi di quel sistema si ottenevano. La perfezione del quale richiederebbe gli stessi nomi per tutto il mondo, ma sempre il bene in idea è impedimento al fatto. Furono in quell’ anno ordinate e quasi compiute molte opere pubbliche, teatri nelle città delle province, strade, ponti, ediQzi, prosciugamenti di paduli, acque- dotti. Ma fra tutte sono più degne di ricordanza la strada di Posilipo, il campo di Marte, la via che vi mena dalla città, la Casa de’ matti e l’os- servatorio astronomico. La strada di Posilipo intende a prolungare l’ amenissimo cammino di Mìergellina e condurre alle terre, per memoria venerate, di Pozzuoli e Cuma, evitando l’oscuro periglioso calle della Grotta. La strada, benché breve due miglia e mezzo, costava la spesa di ducati, duecentomila, cosi grandi essendo i lavori d’arte per tagli di monte e traversar di balze e di borri. Fu pagato il danaro, non dallo stato, dal re, in dono alla città. L’opera con sollecitudine ^procedeva, ed oggi accresce le bellezze del luogo e le maravi-. glie del passeggierò. f N 170 L1BBO SETTIMO — 1812 Vaslo terreno (moggia novecento, metri qua- drati 3 1 6 ) sul colle di Capodichino -, ove nel i5a8 Lautrech per assediar la città attendò gran parte di esercito, fu da Giocchino destinato a campo militare, chiamato di Marte; e perciò, sbarbicate le viti e gli alberi, demolite le case che il cuoprivano, fu ridotto a pianura. Diciot- tomila fanti, duemila cavalli, le corrispondenti artiglierie vi si movevano ad esercizio, ma ordi- nati in due linee. Dalla città menava al campo strada bellissima e magnifica, che dispiegandosi dolcemente nella pendice orientale del colle, costeggiando un lato di quel campo, univasi alla consolare di Capua; per essa (poiché rimane abolita l’ antica, alpestre ed avvallata di Capodichina) giungono i forestieri alla città. Fu eretta in Aversa nuova Casa de’ piatti; e sì presto crebbe in successi e di fama che appena dopo un anno faceva le maraviglie dell' osserva- tore. Dapoichè noi, avvezzi negli andati tempi a pratiche crudeli sopra quei miseri, stupivamo a' vederli diligenti e tranquilli negli usi ordinari della vita, far lavori* recitar canzoni, rappresen- tar commedie; e per vie così dolci (contraponendo l’ esercizio continuo della ragione alle stravaganze temporanee dello sconvolto intelletto) tornar sani e saggi. Sul colle di Miradois fu fondato l’osservatorio astronomico, con disegno del barone Zach ed istro- menti di Reichembach. Eglino stessi, quando già l’opera procedeva, vennero in Napoli ad esami- paria; e furono da’ dotti e dal re onorati qual Digitized by Google •'Ji — LIBRO SETTIMO— 1812 15 1 convenivasi al merito , ed al grado dei due per- sonaggi. L’edifizio al cadere di Murat era vicino al termine; ma, compiuto da’ Borboni, diede a questi maggior parte di gloria. XLII1. Non altro di memorabile si fece in quél- ranno, perocché in aprile il re,, lasciando reg- § ente la regina, si partì. Egli era stato richiesto all’ imperator Napoleone a comandare nella guer- ra di Russia la poderosa cavalleria dell’ esercito; avvegnaché forza di sdegno comunque grande fra i due congiunti non poteva far trasandare a Buonaparfe i militari servigi di Murat, o repri- mere in questo il focoso istinto di guerra. Io nar- rerò ciò che di memorabile egli fece nelle batta- glie, essendo parte della storia di Napoli la storia del suo re; e paleserò a suo luogo ciò che ei disse a me stesso di quella guerra , acciò sia documento alle cose di Francia variamente raccontate da due scrittori di fama, e contrastala per fin con le armi. La guerra era inevitabile. Buonaparte benché impegnato ne’ travagli della Spagna, e pervenuto ad altissima potenza, marito, padre, necessitato a stabilire le acquistale fortune, non trasandava le nuove ambizioni di dominio e di gloria sì che a\ea trasgredito i recenti patti di Tilsit. E l’impe- ratore Alessandro, già gravalo da quei patti, e peggio dalle trasgressioni, spronato dall' Inghil- terra, confidando nella Prussia scontenta, e nel- l’Austria facilmente infedele, potente anch’egli ed amante di gloria, si apprestava al cimento. Che Buonaparte aspirasse ad universal monarchia (so- spetto antico più accreditato per quella guerra) fu Mgitized by Google ! 72 LIBRO SETTIMO — 1812 voce nemica e credenza plebea ; dapoichè, se il P ensava, non avrebbe rilasciate, dopo prese, la russia e tre volte l’Austria; nè fatto un parenta- do ed un’alleanza che gl’ impedivano di estendere i confini deir Impero. E se dopo impresa felice ingrandiva sè ed i suoi, era premio di fatica, gua- dagno eli fortuna, desiderio di maggior jvolenza, e dirò pure avidità o insazietà ma non mai stol- tizia di universale impero. Vista inevitabile la guerra, fu l’ irhperator Buo- naparte il primo a muoverla .per lo avvantaggio che si ha nello assalirò, e per contenere la infe- deltà dell’Austria, la scontentezza della Prussia. E difalti que’due potentati, benché tentati dal- l’Inghilterra, e contrarii per odio antico alla Fran- cia, temendo la presenza di # quelle squadre e di quel duce, fermarono con esso trattati di allean- za. Era immensa l’oste di Buonaparte, Polacchi, Prussiani, Tedeschi di tutta Germania, Annove- resi. Italiani, Spagnuoli andavano con Francia; e stava dall’opposta parte la Bussia, il verno e la barbarie. Si ordinarono i due eserciti: il mosco- vita accampava su la estrema frontiera occiden- tale; l’altro gli andava incontro, ed era primo reggitore dell’avanguardia il re di Napoli. Si av- vicinarono così che un fiume li separava; sdegno, superbia, sentimento della propria forza spingeva gli uni e gli altri a combattere; non mancava che il segno, e fu dato da Buonapartg su la sponda del ÌNiemen il 22 di giugno del 1812. E però Gioac- chino con la potente sua schiera, valicato il fiu- me, pose primiero il piede su la terra de’ Bussi. Prese indi a poco senza contrasto la città di Digitized by Go(> ào oglc j LIBRO SETTIMO — 1812 173 \Unaj i Russi, bruciando le copiose vettovaglie provvedute con gravi spese, la abbandonarono. I f rancesi avanzavano e gli altri lentamente ritira- vansi, lasciando regioni per natura deserte, o per opera disertate. Visto il disegno de’ Russi di evi- tare i combattimenti, e però il combattere vie- più divenendo interesse e desiderio di Buonaparte, ordinò a Gioacchino di oltre spingere ; e quegli trascurando ogni prudenza, e la consueta misura di tempo e di fatica, raggiungeva il nemico, lo sforzava alla guerra. Così, due giornate onorevo- li al re di Napoli per audacia e per arte dettero alle armi francesi entrare in Yitepsko. Indi Smolcnsko fu espugnata. I Russi combatte- rono innanzi alla città per aver tempo da traspor- tare gli ospedali, le artiglierìe quante potevano, munizioni e mezzi di guerra; ed ardere magazzi- ni , quartieri e case della città. Perciò nella notte mentre l’esercito francese prepara vasi a nuova battaglia, l'altro abbandonava il campo; a’ primi albóri entrando i Francesi a Smolensko desertato salvarono a fatica dall incendio pochi resti della vinta città. Era oltre il mezzo di agosto, bisogna- va un mese di cammino e di fortuna per giunge- re a Mosca o a Pietroburgo; ed era palese che i Russi si difenderebbero, a modo barbaro ritiran- dosi e distruggendo. Perciò Gioacchino (egli stes- so mel disse più volte nel i8i3, tuttora Buona* S arte imperatore de' Francesi e potente) propose i fermare in Smolensko la guerra del 1812, or- dinare il governo de’ Polacchi, avanzare la base di operazione, prepararsi per lo aprile del i3 a nuove imprese; e poiché- le legioni di Francia «HA 1 I?4 LIBRO SETTIMO — 1812 erano state in ogni scontro vincitrici, e le russe vinte e fugate , potevasi agevolmente prender le stanze più convenienti al disegno. 1 mezzi che la Russia adunerebbe in sette mesi sarieno certa- mente minori di quelli che fornirebbe la Francia, la Germania intera e la Polonia a prò dei Fran- cesi ribellata. Non sa la Russia , soggiungeva Gioacchino, la vastità delle sue perdite; diasi tempo alla fama di raccontarle ed esagerarle; ne deriverà scoramento, scontentezza, e forse, come usano nelle sventure le corti barbare, ribellione. Buonaparte fu dubbioso, o apparve, per alcuni giorni; ma infine avido di battaglie perchè mezzi tli pace, comandò che V esercito procedesse, e quel muovere da Smolensko fu ingrato a Gioac- chino ed ai più veggenti generali. XLIV. Avanzando, ricominciarono i combatti- menti ? Saint-Cyr vinse in Polotsk, il duca di El- cbingen in Yalontina, il re di Napoli in Yiazrna. E questo istesso, sempre alle prese col retroguar- do russo e respingendolo, venne alla sponda della Moskowa dove lutto l’esercito si adunò; e visti su l’altra sponda i moli e i preparamenti de’ Rus- si, sperò Buonaparte la desiderata battaglia. 11 dì 7 di settembre ne diede il segno, e fu suo scopo, benché in ordinanza parallela, rompere l’ala sinistra del nemico all’orzata con opere e con polenti batterie di cannoni. Ivi combatteva il re di Napoli, ivi prima si vinse; là furono le in- finite morti dei Russi, là suonò a ritirata il loro esercito. E dopo la battaglia i vinti, sempre in- calzati, traversarono Mosca prendendo il cam- mino pria di Kolomn'a , poi ili Kaluga, ed il re LIBRO SETTIMO — 1812 175 non trattenuto dal bisogno di riposo nè dall'a- spelto di grande, nuova e quasi magica città, caldo di guerra, incurioso e spensierato di ogni altra cosa, inseguì il nemico fin sulla Nura , a venti leghe da Mosca. E poiché surse speranza e voce di pace, concordò tregua, per la (piale i due avanguardi si posero a campo l’ uno all altro d’ in- contro, vigili e su le armi, perocché unico patto era lo avvisarsi della cessata tregua tre ore innanzi deir assalto. Ma pure le armi restarono sospese tredici giorni, l’impcralor dei Francesi aspettan- do la pace, l’ impera tor dei -Russi 1 inverno. Quella differita a disegno, questo oramai vici- no, Mosca incenerita non dando ricovero all e- sercito vincitore, *Buonaparte imprese a ritirarsi verso Smolensko. Si è biasimato in questo secolo di molle civiltà l’animo feroce del governatore Rostpochin macchinatore dell incendio della cit- tà; ma pure a quell’animo è dovuta la rigettata pace con la Francia, la ritirata, la rovina ucll’e- sercito nemico, e la serbata indipendenza della Russia. E però io penso che la mezzana civiltà dei nostri tempi sia la cagione vera della servitù vo- lontaria dei popoli, e che il vivere sarà onorevole quando il concetto del chiamato barbaro Rostpo- chin venga in mente del miglior cittadino di un paese vinto, ossia quando la civiltà sarà bastante agli sforzi della barbarie. Cominciata la ritirata da Mosca, l’esercito rus- so ch'era incontro a Gioacchino, non già impa- ziente di guerra ma con fraude, in dispregio del patto, assaltò all impensata i Francesi; ma dopo i vantaggi del sorprendere fu trattenuto, e s im- 11 V 1UL 1 U- JH ■ ■ ■ .* • I7G LIBRO SETTIMO — 1812 { >egnò vasta battaglia in tutta la linea! Obbietlo astretta di \oronoswo, che restò ai Francesi: morì fra molti il generai Dery, ajutante di campo e tenero amico del re, marito di giovine nobile napoletana. Buonaparte, benché parco lodatore, nè benevolo a Gioacchino, riportando que’ fatti nei bullettini dell’ esercito, scrisse: « 11 re di Na- poli in questa battaglia ha provato quanto pos- sano la prudenza, il valore, fuso di guerra. In tutta la guerra di Russia questo principe si è mo- strato degno del supremo grado di re ». La ritirata dei Francesi proseguiva: le schiere ordinale dei Russi, e i Cosacchi a sciami" infesta- vano la linea francese, che non però trattenevasi perchè in ogni scontro vincitrice. Ma indi a poco il verno inacerbiva sino a 18 gradi di Reaumur, bastò ad uccidere molti cavalli ed alcuni uomini, e più infermarne: così crescendo di giorno in giorno il bisogno di difendersi, i mezzi alla di- fesa scemavano. Nè il freddo si fermò a quel gra- do ma più crebbe; in due notti, potendo anche più del gelo la nudità e’1 digiuno, perirono tren- tamila cavalli, ed uomini in gran numero: la ca- valleria dell’esercito scomparve, i già cavalieri andavano a piedi, i carri, le artiglierie, il tesoro furono abbandonati. Alle miserevoli e spesso im- maginose descrizioni della ritirata di Mosca niente aggiungerò perchè è storia di Francia, e il poco che ne ho detto basta per dimostrare che scom- posti gli ordini militari, distrutta la cavalleria, non avea Gioacchino schiere da reggere, ma com- batteva per occasioni e quasi per ventura. In tanta calamità serbò animo sereno, come il serbarono Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1812-13 177 gli «litri c«ipi dell’ esercito, la guardia imperiale, gli uffiziali e i soldati in gran numero; ma sopra tutti, che che ne dicesse malevolenza, l’impera- tore Napoleone, allora, viepiù che nelle fortune, previdente, operoso, instancabile. XLV. Ridotto l’ esercito sul Niernen, Buonaparte movendo per Parigi lasciò luogotenente il re di Napoli. Continuava la ritirata e la guerra, ma il verno decadeva , e l’ esercito giunto dietro all’ Oder ristoravasi con le immense provviste ivi adunate, . quando il generai Yorck con le squadre di Prussia disertò i campi francesi, e abbisognarono abili provvedimenti del duca di Reggio e nuovi fatti uarmi per dar riparo allo inatteso abbandono. Ma infine, condotto l’esercito francese a stanze comode e sicure, fermati i Russi, terminò la guerra del 1812; e Gioacchino, deponendo in mano del viceré d’Italia il comando supremo, celeremente ritornò in Napoli, movendo dietro lui il contingente napoletano; che, sebbene non guerreggiasse ne’ luoghi più aspri della Russia, ebbe assai morti di gelo, o moncati deUe dita delle mani e de’ piedi. L’ abbandono che fece Gioacchino dell’esercito francese gli fu danno ed onta : il suo regno riposava perchè già spente le discordie civili, e la Sicilia travagliata da’ propri destini, e la Inghilterra intesa alle guerre di Ger- mania e di Spagna; la reggente con animo e senno virile provvedeva e bastava a’ bisogni dello stato. Egli era sull’ Oder non re, ma capitano» nè cittadino di Napoli,.m^ Francese; là stava ed afflitta la sua patria, là stavano in pericolo quelle schiere che gli avevano data e fama e trono.. Colletta, T . 11 L ' 12 i \ ì Digitized by Google 178 LIBRO SETTIMO— 1813 Buonaparte, intese la partenza di Murai dal campo, fece divolgarla nel Monitore (gazzetta di Francia) aggiungendo biasimi per Gioacchino, e lodi, che più a Gioacchino pungevano, del viceré; pubbliche vendette ancor sazio lo sdegno di Buo- naparte, scrisse alla sorella regina di Vapoli in- giurie per Gioacchino, chiamandolo mancatore, ingrato, inetto alla politica, indegno del suo pa- rentado, degno per le sue macchinazioni di pub- blico e severo castigo. Ed il re a quel foglio di- rettamente rispose, e tra 1 altro disse: «La ferita « al mio onore è già fatta, e non è in potere di « Vostra Maestà il medicarla. Voi avete ingiuriato » un antico compagno d anni, fedele a voi nei « vostri pericoli, non piccolo mezzo delle vostre » vittorie, sostegno della vostra grandezza, ria- » nimatore del vostro smarrito coraggio al di- « ciotto brumaire. » Quando si ha l'onore, ella dice, di apparte- » nere alla sua illustre famiglia, nulla debhe farsi «che ne arrischi f interesse o ne adombri lo « splendore. Ed io, sire, le dico in risposta che « la sua famiglia ha ricevuto da me tanto onore « quanto me ne ha dato collegandomi in matri- « inonio alla Carolina. « Mille volte, benché re, sospiro i tempi nei «quali, semplice uffiziale, io aveva superiori e « non padrone. Divequtq re, ma in questo grado «supremo tiranneggiato da Vostra Maestà, do» « minato in famiglia, ho sentito più che non mai avvegnaché quei due principi, 1 uno più caro aUa fortuna, l'altro all'imperatore, sentivano da lun- ga pezza gelosia tra loro e nemicizia. INè per quelle Digitized by Googte LIBRO SETTIMO— 1813 179 » bisogno il indipendenza, sete di libertà. Cosi »> voi affliggete, così sacrificate’ al vostro sospetto ;> gli uomini più fidi a voi, e che meglio vi bau » servito nello stupendo cammino della vostra » fortuna; così Fouché fu immolato da Savary, » Talleyrancl a Champagny, Champagny. stesso a » Bassano, c Murat a Beauharnais, a Beauharnais » clic appresso voi ha il merito della mula obbe- »> d ienza, e l’altro (più gradito perchè più ser- y> vile) di aver lietamente annunzialo al senato di « Francia il ripudio di sua madre. y> Io più non posso negare al mio popolo un » qualche ristoro di commercio a’ danni gravissi- » mi che la guerra marittima gli arreca. « Da quanto ho detto di Vostra Maestà e dime, » deriva che la scambievole antica fiducia è alte- » rata. Ella farà ciò che più le aggrada, ma qua- >•> lunque sieno i suoi torti, ^o sono ancora suo >•> fratello e fedel cognato. Gioacchino j;. Spedito nel bollore dello sdegno, ed irrevo- cabile quel foglio, Gioacchino supponendo im- mensa ed intemperabile 1 ira del cognato, si ap- Ì ireste alle difese; ma d'altra parte la regina, per a saputa natura di lui, e per voci che gli sfuggi- vano dal facile adiralo labbro, indovinando i sensi dello scritto, inlerponevasi e molciva quelle nemicizie. Qui è il luogo di riferire un avveni- mento ignoto fuorché ad alcuni, cominciandone il racconto da’ suoi principii nel 1810. XLV 1 . Conosciuta in quel tempo da’ Napoletani l'indole di Gioacchino, audace, ambiziosa, facile a’ consigli, avida di ogni gloria; osservando che l’impero francese, capo e sostegno degli stali Digitized by Googte 180 LIBIìO SETTIMO— 1813 nuovi, non aveva per anco la saldezza che vien dal tempo, e che l’obbedienza dell’esercito, il rispetto del popolo, il timore delle esterne na- zioni, perciò la possanza francese risedeva nella vita di Buonaparte esposta, oltracliè al fato co- mune, a’ pericoli di guerra continua ed a’ preci- pizi delle proprie imprese; vedendo tanta mole sopra fondamento sì fragile, pochi Napoletani, ed uno di altra parte d’Italia, non potenti, ma vicini a potenti, pensarono che unica salvezza nostra sarebbe stata la unione d'Italia. 11 maggior intoppo (la varietà e l'avversione tra popoli ita- liani) era tolto, da che tutta -Italia aveva in co- mune i codici, la finanza, i bisogni, il comporre, 1 ordinare, il comandare delle milizie; e però erano uguali dall’ Alpi al Faro le armi, le ric- chezze, i desiderò, elementi di vita e di forza di un popolo. La unione potea quindi credersi operata per- ché le cose pubbliche stavano unite, e non altro abbisognava a legittimarla che una opportunità ed un uomo; quella tenevasi certa fra tanti moti di guerra c di politica, questo si sperava in Gioac- chino; nè già per carità d’Italia, ma per propria ambizione. Palesato a lui quel disegno, lo gradì; ma temendo il sospettoso ingegno di Buonaparte, ne fece il maggior segreto dello stato, e sì che lo ignoravano i suoi ministri e la moglie. A lui, ricco di gloria militare, scarso di fama civile e di espe- rienza di regno, si conveniva, per acquistar l’ani- mo degl’italiani, reggere Napoli con modestia e senno, fondare opere utili, onorare gli scienziati di tutta Italia, dare al suo popolo costituzione Digitized by Googlf LIBRO SETTIMO — 1813 181 F olitica dicevole a’ tempi ed a’ costumi; e nel- esterno essere fedele ma non soggetto all’ impe- ra tor de’ Francesi, e nemico a’ nemici della Fran- cia per alleanza fra i due stati non come per proprio sdegno. Erano (preste le armi oneste che si adoperavano alla conquista d’Italia, ma non ■ . libere perchè trattavansi nascostamente, col se- greto e quasi con le arti del delitto. Gl’instigatori di Gioacchino a quella impresa, i medesimi che lo avevano secondato nelle prime querele colf imperato r de’ Francesi ed accesagli brama d indipendenza e lusingato con la fiducia eli’ ci potesse ogni cosa nel Regno e nella Italia, appena tornato licenziosamente da Russia, ingiu- riato dal cognato, ed avido perciò di vendetta, t li si offerirono, rappresentando l’Italia vuota armi francesi o tedesche, tutta Europa" guer- riera adunata ed immobile su le sponde dell’ Elba , Buonaparte percosso, inabile a tornar signore del mondo, ma tuttavia minaccioso e spaventevole, così che il mettersi contro lui non aveva pericoli, e trovava premio ed ajulo da’ re nemici. Dopo rappresentanze sì calde, fra condizioni sì pro- spere, gli proponevano pregando, di trattar pace , conia Inghilterra, ed occupata la Italia, ordinarla una ed indipendente. La quale impresa allettava tutti gli affetti di Gioacchino, ambizione antica, ira novella, ed amor di fama e di gloria. XLVII. Spedì messo in Sicilia a lord Bentinck richiedendo passaporto per un legato napoletano • il quale conferisse con lui sopra gravi materie di governo; ma pregando il secreto. Bentinck, sen- tita la importanza del caso, disegnò per le confe* Digitized by Google 182 LIBRO SETTIMO — 1813 l enze I isola di Ponza, ed immantinenti vi si recò simulando altro viaggio; imperciocché del comu- ne mistero erano cagione due donne del nome islesso, regine che .si chiamavano delle Due Sici- lie, Carolina Borbone e Carolina Murat, nemiche di genio e d’interesse, alle quali per vario fine era egualmente infesto quel disegno. Roberto Jo- nes, nato Inglese, divenuto per lunga dimora tra noi napoletano, facile alla favella, semplice di co- stumi e di portamento, fu il legato che in Ponza espose a Bentinck per Gioacchino l’offerta di Oc» cujiar l’Italia,' da nemico di Buonapartc, a patto eh ei ne fusse conosciuto re da’ re alleati, e che avesse ajuto di danaro della Inghilterra. Bentinck, solamente inteso ad indebolire la potenza del gran nemico, aderì; ma escludendo dalla proposta unio- ne la Sicilia, mantenuta per recenti trattati al re Ferdinando Borbone; e volendo che venticinque mila soldati inglesi, uniti a’ Napoletani, sotto al comando di Gioacchino, operassero in Italia; e fosse agl’ Inglesi consegnata sino al termine della impresa, in pegno della fede del re, la fortezza di Gaeta. . Spiacquero a Gioacchino la Sicilia esclusa, il troppo gagliardo ajuto dell esercito inglese, e la cessione, per vergognosa malleveria, della mag- gior guardia del regno. Non pertanto, consultati gli stessi che lo spingevano alle azioni, si persuase a rispedire il legato; con mandato di ottenere per argomenti o preghiere che Bentinck rinunziasse alle condizioni di*Gaeta e di Sicilia, tacendo per prudenza sul troppo nerbo dell’esercito inglese; ma che nc’ casi estremi concordasse l’ alleanza co- Digitized by Googli LIBRO SETTIMO — 1813 183 me%ra proposta dall’ ostinato Inglese. Chiamò al secreto il ministro di polizia duca di Campochià- ro, al qualé amor di patria e d’Italia non scalda- va il petto; e per voto eli lui aggiunse altro legato, un tal INicolas, ignoto, se il liscio e le mondizie femminili non gli avessero attirato lo sguardo e’1 riso del pubblico. S’ingrandì e bruttò il numero de’ consapevoli. Nelle nuove conferenze, Bentinck rimasto sal- do a’ primi patti, concordò in quei termini co’ due legati; specfì in Inghilterra nave da corso, Avvisos, per chiedere al suo governo la conferma del trat- tato; e, certo di ottenerla, proponeva a legati na- poletani di spedire in Italia (se piaceva al re di operar presto) le pattovite schiere inglesi, ch’egli avrebbe tratte da Sicilia, Malta e Gibilterra. XLY1H. Fra le discordie delle conferenze e le accidentali traversie di mare tardava il ritorno da Ponza de’ legati; e Gioacchino pendeva fra pen- sieri opposti, credendosi ora traditore, ora tra- dito; e sentendo ad un tempo le lusinghe del dia- dema d’Italia, e i timori dell’ ira di Buonaparte. Mentre la scorta e sospettosa' regina,' esperta ad ammollire gl’ impeti dm marito e gli odii del fra- tello, parlava all’ uno, scriveva all’altro in amiche- voli sensi. E Buonaparte, o che cedesse per amor di lei, o che vedesse i pericoli del tradimento, rispose lettere di domestico affetto* pegni di pace, per Gioacchino. E nel tempo stesso scrissero al re il maresciallo Ney ed il ministro Fouchè; dei quali il primo diceva che l’esercito imòazientava tion vedendo ancora tra le file il re di Napoli, che la cavalleria- apertamente -lo appellava, che 184 LIBRO SETTIMO— 1813 forse il destino di Francia stava nel suo braccio: corresse su l’Elba. Erano prieghi e* laudi accet- tissime , perchè di prode a prode. E Fouchè scri- veva che amicizia £ riverenza lo scingevano a pa- lesargli che il veder Gioacchino sicuro e lontano da’ pericoli della guerra e della Francia, portava all’ universale dell' esercito scoramento e scandalo; che un congresso di pace adunavasi, ed il re di Napoli, se presente in campo, vi era ammesso; ma se assente, obliato: che dunque debito, ono- re, interesse lo chiamavano a Dresda. * • Eppure Gioacchino, in tanti modi assalito, re- sisteva. Nella notte che succedè all’ arrivo de’ men- tovati fogli, il ministro Agar e la regina per molte ore il pregarono; ed egli, stretto dagli argomenti e scongiuri, palesò il vero motivo del suo ritegno: la facile conquista d’Italia, le conferenze di Pon- za, l’atteso ritorno de’ legati. E la regina, come die in cuore lo biasimasse, applaudì col sembiante; e disse che il suo debito natale verso la Francia lo chiamava al campo di Dresda; che il suo de- bito di re verso il Regno e la Italia gl’ imponeva di proseguire i trattati con la Inghilterra: che dunque il principe della casa francese combat- tesse su l’Elba; etl in nome del re la reggente fer- masse gli accordi con Bentinck, e facesse prorom- pere in Italia gli eserciti congiunti napoletano ed inglese. Concetti tanto strani bastarono a persuader Gioacchino della facilità di eseguirli; la sua mente, per lungo tempo travagliata, abbisognava di cal- ma; il cuore e 1 abito pendevano per la Francia: egli deboi politico, deboi re, scelse il partire, e Digitized by Google LIBRÒ SETTIMO — 1813 185 si parti V indonnane; rivelando alla moglie i pochi noini de’ congiurati, che ancora per l’acerbità dei tempi io nascondo; ma lor prego da più giusta fortuna, nello avvenir della Italia, celebrità e gra- titudine. Ritornò d’Inghilterra, dopo un mese, Y Avvisos > e riportò il consentimento di quel go- verno agli accordi di Ponza. Tardi: che in quel mezzo Bentinck, saputa la partenza di Gioacchi- no, era tornato da nemico in Sicilia; Gioacchi- no ne’ campi di Alemagna acquistava nuove ma inutili glorie, e la servitù d’Italia, decretata dai destini, maturava. XL1X. Egli giunse a Dresda quasi al mezzo di agosto, dopo casi gravissimi di guerra che in breve accennerò per legamento d'istoria. L’eser- cito francese, guidatcr dal viceré d’Italia, erasi ritirato daU’Oder all’ Elba; l’Elba contrastata e presa da’ Russi; la Prussia, di alleata, dichiarata 'nemica della Francia; il principe di Svezia, fran- cese, debitore del diadema alle fortune di Fran- cia, ottenuta l’ alleanza de’ Russi, mostravasi zeloso qual suole ogni uomo di mutata fede; i popoli alemanni concitati da’ Prussiani e Russi tumultua- vano; l’ Austria, dopo ritardi ed inganni, alleala di Francia, mediatrice di pace, e subito nemica, moveva* in Boemia poderosi eserciti. La Francia dall’ opposta parte, e l’uomo smisurato che la reggeva, levate molte schiere, rifatte le artiglie- rie, minaccioso quanto ogni altra volta andava incontro al nemico. Furono asprissimi le batta- glie di Lutzen, Bautzen e Wurtchen; nelle quali •più combatterono e più perirono, trattando le armi per la prima volta, giovani appena adulti. Digitized by Google 186 LIBRO SETTIMO IRIS Prussiani e Francesi, che avevano desertato per la guerra i licei e le università; e sì che tra i Prussi vedeva il mondo con maraviglia i maestri delle scuole guidare al combattimento i discepoli, or- dinati a compagnie volontarie. Moveva i Francesi nobile sentimento di grandezza mostrandosi mag- giore nelle sventure, moveva i Prussiani ardore di vendetta e di libertà; vinsero i Franchi, ma per troppe morti mesta vittoria; e frattanto espu- gnata Dresda fortemente munita procedevano in- aino all Oder. Fatto armistizio in Plesswitz il dì 5 di giugno, intrapresi e poi rolli i maneggi di pace, ricomin- ciò a dì 16 di agosto le guerra; avendo nella tre- gua ambe le parti maturato i disegni. De’ Francesi era base di operazione il 'Reno; scala di opera- zioni le fortezze tra quel fiume e l’Elba; globo di operazioni la Sassonia; campi da operare la^ Prussia, la Slesia e la Boemia; elementi ed ajuli di strategia le fortezze ancora occupate sull’ Oder c sulla \istola; obbietto di guerra le battaglie, e speranza la pace alle condizioni di Tilsit. Degli alleati erano basi là Boemia, la Slesia, la Prussia, punto obbiettivo la Sassonia; mezzi di guerra tra- vagliare il nemico, respingerlo, serrarlo; speran- za, confinare 1 impero di Francia tra lTìceano, i Pirenei, P Alpi ed il Reno. Avevano i primi il benefizio delle linee interne; avevano i secondi la superiorità del numero, perocché cinquecento mila di loro combattevano trecentomila francesi; ma di questi era unico l’esercito, una la mente, andavano tutti con un solo volere; e di quelli gli* eserciti, le menti e gl’interessi erano varii. LIBRO SETTIMO — 181 3' 187 Il re Gioacchino, in quei giorni di vicina guer- ra, Offertosi all’imperatore con riverenza e con- tegno," n’era stato lietamente accolto ed abbrac- ciato; avvegnaché gli usitati affetti ed il. comune pericolo sopivano gli odii e la - memoria delle re- centi discordie. 11 re, nella ordinanza dell’esercito non aveva proprio uffizio; stava a fianco di Buo- naparte, lo seguiva ne’ combattimenti della Slesia e della Boemia; aspettava (impaziente a prorom- pere) il comando dell imperatore; e se fosse per- messa una immagine a’ severi discorsi della sto- ria, era fulmine trattenuto in man di Giove. Gli eserciti alleati, sboccando dalla Boemia, marciavano contro il campo di Dresda, perno de’ movimenti strategici de Francesi; due impe- ratori russo ed austriaco, il re di Prussia, le schiere più agguerrite, i generali più prodi e più esperti erano fra quelle linee. Vi stavano pure, più per consiglio che combattenti,! generali Mo- reau e Jomini: dell’uno i casi sono assai noti per le istorie di Francia; l’altro nato Svizzero, im- pegnato agli stipendi*! francési, capo in quella guerra dello stato-maggiore del maresciallo Ney, avea giorni avanti disertate le bandiere, e prese le parti e il soldo del nemico russo. Incontraronsi que’ due colpevoli nella tenda dell’ imperator Ales- sandro, l’un l’altro guatandosi biecamente, Mo- reau «Jimandava: «quali offese vendica Jomini » col tradimento? » E Jomini, di Moreau: «se y> fossi nato in Francia non sarei nelle tende dei » Bussi ». Moreau ne’ seguenti giorni percosso da palla francese morì miseramente; a Jomini, non la scienza di guerra, non meritata fama di sommo 188 LIBRO SETTIMO — 1813 autore, e’1 favor di Alessandro, e la causa vinta bastarono a cancellar la macchia di quella colpa. 11 maggior nerbo degli eserciti alleati assaltava Dresda,, difesa da quindicimila appena giovani Francesi o mal sicuri confederati, ma vi accorsero celeremente dalla Slesia con nuove schiere Buo- naparlc e Murat, c sì che resistendo' a fatica nei primi giorni, si adunarono in città centocinque- mila Francesi, avendo intorno duecentomila ne- mici. In quello esercito di Francia, ordinato a battaglia, reggeva il tutto e guidava il centro Buonaparte, l ala sinistra INey, la diritta Murat A’ a6 di agosto fu assaltata la città, entro la quale, dietro alle chiuse porte, stavano schierati e stretti i difensori) ma ad un cenno del capo, aperte le barriere, ne uscirono come torrenti di guerra le preparate colonne; Gioacchino, primo e reggitore di trentamila soldati a cavallo, attaccando sul fianco l’esercito nemico, lo rompeva, spingeva i fuggenti su le schiere ordinate, e così a tutti, affollati e confusi, toglieva o scemava facoltà di combattere. E poco meno felici furono il centro e l’ala sinistra de’ Francesi, per lo che Russi, Alemanni c Prussiani tornavano frettolosi e di- sordinati verso Boemia. Tre giorni durò la batta- glia, ventimila de’ perditori restarono morti o fe- riti, e il vincitore raccolse trentamila prigioni, bandiere, artiglierie, innumerabili attrezzi di guerra. Il mancamento di Gioacchino su l’Oder fu riscattato su l’Elba, ed egli tornò caro a Buo- naparte ed a’ Francesi. L. Tre eserciti perseguitavano i fuggitivi nella Boemia, un quarto accennava a Breslavia, un Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1813 189 quinto a Berlino; Buonaparte in Dresda ordinava nuove battaglie, mentre i contrarii altre sventure temevano. Ma in un tratto cangiò fortuna: il duca di Reggio prima trattenuto, poi respinto da’ Prus- siani e Svedesi guidati da Bernadotte, combattè in Gros-Boeren, c perditore si ritirò in Inter- borg. 11 duca di Taranto dà in Islcsia la giornata ili Kalzbach, evinto da Blucher prussiano, riduce le sue legioni dietro al Bober. Il generale Van- d anime, bramoso di gloria, s’interna nella Boe- mia e spera di cogliere il maggior frutto della vittoria di Dresda; ma dalle troppe schiere ne- miche, benché fuggenti, accerchiato, egli con la S iù parte dell’esercito è preso. 11 maresciallo aint-Cyr a stento si sa difendere, ha poca for- tuna il re di Napoli. Gli enumerati disastri si fanno maggiori per le abbondanti piogge cadute in quei giorni di agosto e sì che ingrossarono i fiumi, guastarono le strade, rovinarono i ponti, impacci comuni a’ due eserciti , solamente dannosi a’ perdenti. 11 principe della Moskowa succeduto nel comando al duca di Reggio, combatte in Denneviz, e perdè; Blucher è sitila Sprea, Schwart- zemberg di nuovo a Pyrna : Buonaparte respinge or l’uno or l’altro, male forze nemiche si affol- lano intorno a Dresda, e tanto che i Francesi, non avendo spazio alle arti di guerra, abbando- nano la città. Pareva all’universale che quello esercito più vinto che vincitore dovesse ripiegare sopra Lipsia verso la sua base, ma l’aspetto offensivo si per- deva, non più in potestà di Buonaparte era il dar battaglia o evitarla/ le speranze di quella guerra m i 190 LIBRO SETTIMO — 1813 svanivano. Ed egli perciò disegnando nuove basi e nuove linee, incamminò 1 esercito verso Tor- gavia e Magdeburgo. Dell 7 impreveduto movimen- to furono maravigliati i nemici e gli stessi gene- rali di Buonaparle: quegli, dubbiosi, fermaronsi O volteggiavano; questi, scorati, biasimando in secreto 1 imperatore, pregandolo in aperto a mu- tar consiglio, palesarono ddlidanza ed opposizione a’ voleri del capo, la maggiore sventura fra le sven- ture degli eserciti. E quegli tollerava da impera- tore ciò che ne suoi primi anni avea disdegnato da capitano, tanto negli altri ed in lui era mutato co tempi e con le fortune il genio severo di Ar- cole cSan Giovanni d Acri. Ma il re di Napoli non era fra’ detrattori : lasciato con poca schiera, qua- rantamila snidali, contro gl immensi eserciti di Schvvartze.nberg e di Yittgenslein, valorosamente combattendo, abilmente volteggiando, dava tem- po a nuovi concetti di Buonaparle cd a ritardi che produceva la malnata discordia de capi. Se Lipsia fu serbala, se poi 1 esercito potè ritirarsi E er la più breve linea sul Reno, se n ebbe il de- ito a Gioacchino.. Adunalo in Lipsia l’ esercito e la guerra dive- nuta difensiva, mutarono in timor le speranze di Francia. Lipsia nel seguente giorno fu assalita F er gran battaglia, gloriosa e infelicissima ai- esercito francese, la quale non è mio debito il descrivere, come neppure altri fatti d armi con- temporanei e succedenti, ne’ quali Buonaparte, o vincitore o vinto, era di non altro sollecito che di ridurre le schiere dietro al Reno. Ma è mio debito rammentare che il re-di Napoli nelle uni- ' DigWzéè^^i ^ LIBRO SETTIMO — 1313 I9! versali sventure e disperazioni fu prode, infati, cabile, ansioso di bella fama, come se ne fusse ne suoi stato bisognoso; e che in Erfurt, finiti gl intoppi e i pericoli della ritirata, prese com- miato dall’ imperatore tra scambievoli fraterni ab- bracciamcnti, ultimo commiato e ultimi segni di amicizia e di afielto. Giunse in Napoli al finire dell anno 181 3 , quando negli stati di Europa, dopo il genio riformatore del passato secolo, e la tumultuosa mal sentita libertà di Francia, e la politica eguaglianza più goduta e più radicata, cominciò ne popoli e ne’ governi nuova tendenza, primo punto di altro circolo di sconvolgimenti e di miserie. E poiché la tendenza della quale io parlo agitò il resto del regno di Gioacchino, e dura e durerà lunga pezza, "'io ne dirò partita- mente 1 indole, le origini, l’incremento. LI. La facoltà di consultare armati gli affari pubblici era libertà o necessità delle prime o rozze tribù, ma i tempi progredendo, la forza cédè alla i agione, e fatti ipopoli più civili furono meno deliberativi gli eserciti, li quindi in Europa sotto governi mezzo barbari, mezzo civili, la potenza morale deile armi era frenata dal domina che la milizia obbedisce al suo capo, egli al sovrano. Così jjella disoiplina (che è verità, sustanza, ne- cessità di ogni milizia) fu radicata la massima sa- lutare : la natura degli eserciti essere passiva. E fi al tanto in quel) anno, 181 3 , avvennero in contrario i seguenti casi. I generali York e Mas- senbach da campi dell alleato esercita francese disertando con le loro genti si accordarono coi Russi. 11 re di Prussia, timoroso aucora della 192 LIBRO SETTIMO — 1813 Francia, riprovò l’ accordo, rivocò i (lue generali disertori, gli minacciò di pena, ma indi a poco tornarono premiati agli stipendii, e la tregua fer- mata per tradimento videsi legittimata e slargata in alleanza. Due reggimenti di ^ esfalia che sta- vano co’ Francesi alle difese di Dresda, viste le bandiere d’Austria e l’opportunità di fuggire, an- darono al nemico, ed assaltarono il campo che avevano debito di guardare, furono accolti ed onorati del nome di veri Alemanni. L’esempio si diffuse, tutto il contingente vesfalico a battaglioni disertò. Su le rive delfino, i Bavari e gli Au- striaci, nemici per legge, stavano uniti e spensie- rati come suole ne’ campi di comune esercizio. E poco appresso il generale bavaro de Wrede, capo di quelle schiere, stringe alleanza coll Au- stria, disobbedisce a’desiderii aperti del suo re, e frattanto n’è lodato, e in premio e memoria di tradimento e d’ingratitudine ottiene la conferma di ricchissimo dono in terre fattogli anni addie- tro dall’imperatore Napoleone. Raduna schiere maggiori, e dopo alcuni dì spera in Hanau chiu- dere il passo all’esercito francese che ritiravasi al Reno, la quale sollecitudine di opere e di sde- gno fu ammirata e chiamata eroica da’ principi alleati. Disertarono i battaglioni di Baden e di Wurtcmberg, per unirsi al nemico. A tante ribel- lioni mancava la suprema e si avverò in Lipsia: le sopradette erano seguite più spesso nella notte, mentre gli eserciti riposavano, la guerra era so- spesa, e le tenebre nascondevano la prima infa- mia del misfatto. Ma in Lipsia l’esercito sàssone stava in ordinanza al centro della prima linea t • Digitized by Goegle ( # LIBRO SETTIMO — 1813 193 )a!r$» if allei® tìiarb sda, visti i fi$r,» [ cupe» o ir» L’ irie^ illese» itìà iu c Ài aeinon 1 ffflfet ni J ® 5 uaifì» «e i* l'p&f i ea< 1 ' jlerile Ja# eri*'' W ijfr s francese, e solamente pochi battaglioni nella se- conda o in riserva;- il vecchio re di Sassonia, costante alla giurata fede, amico a Buonaparte, attendeva con la famiglia nel quartier generale francese; combattevano le due parti con fortuna incerta, quando furono visti i Sàssoni a pieno ionio, seguendo schierati in battaglia il generale ormann, avanzare con istraordinaria celexità verso il nemico, non a combatterlo, ma ad ingros- sarlo; e giunte, e girandosi, trovarsi in avan- guardia degli eserciti russo e svedese, e venir con essi per occupare ncmichevolmente il terreno lasciato vuoto per lo abbandono, se con maggior impeto non lo avesse innanzi occupato Murat, e 3 uei traditori combattere audacemente il resto ella battaglia, non rattenuti dal pensiero che ogni colpo poteva uccidere un Sàssone de : batta- glioni rimasti fidi, o Fistesso re di Sassonia. 11 capo dell’ artiglieria offrendosi disertore a Ber- nadotte, gli disse: « fio consumato metà delle « munizioni contro i vostri, or voi fate che io « consumi il resto contro iFi’anccsi E dalBer- nadotle fu applaudita fazione e l’argutezza di . 11 o 194 LIBRO SETTIMO — 1813 contro la Francia, dissimulando l 1 insita superbia, si volsero a’ popoli con lusinghiere promesse di civile libertà. Le costituzioni, le rappresentanze nazionali, il voto de’ cittadini alle spese dello sta- to, essendo formali assicurazioni ne’ loro editti, e promessa mercede agli sforzi de’ popoli, diven- nero il nuovo patto di società tra re e soggetti, lì più si fece da que’ governi. L’ Alemagna, per la natura pensosa a tacita delle sue genti, più atta alle società segrete, ne aveva di ogni rito, di ogni voto, di nome vario, ma tutte libere, ed al biso- gno feroci ed operose. A queste istesse, abborrite innanzi, si unirono i re, mossi in quel tempo dall’interesse più granile di opprimere in Buo- naparte (in un sol uomo) le monarchie militari, la civiltà moderna, tutto il nuovo del secolo; ma serbando in animo il proponimento d’ingannare, dopo il successo, settari e popoli. ri codesti popoli alemanni, inabili, come sono le moltitudini, a veder gli effetti lontani delle so- ciali istituzioni; stando da venti anni sotto il peso della guerra e dei tributi; travagliati, se amici a Buonaparte, dai pericoli e dalle fatiche delle non proprie conquiste; e, se nemici, vinti, oppressi, depredati più volte; ora gloriosi del- 1 esser cercati dai re e credersi strumento di vi- cina nazionale felicità, erano giustamenti contrarii della Francia. 1 settari, superbi del setteggiare coi monarchi; i dottrinari politici (perturbatori di ogni bene civile), oramai vicini alla desiderata caduta di quell’uomo, oppressore della libertà; la plebe fra le speranze di novità di stato. Fu dunque nelle genti germane in quell’anno tanto —Digitized by f - v LIBRO SETTIMO — 1813 195 moto e furore contro la Francia , che alla foga eli j guerra non bastavano l’ armi; e'vedevansi fanti stranamente vestiti colle fogge e i colori delle sètte, combattere con picca o mazza, e numerosi cavalieri, a modo barbaro, "con. arco e frecce. Stringerò in poco le cose dette, in men di un anno si viddero spezzate le più formali alleanze, sciolti i patti e i giuramenti, tradite le amicizie e le fedi, premiate le ribellioni, (gualche rara virtù castigata, niente di santo, di sacro, di rispettato innanzi, mantenuto. E tutto ciò dalla maggiore, prima nel mondo, adunanza di re, per non altri motivi che di dominio e vendetta, e l’alta diso- nestà coronata dalla fortuna ed applaudita dalle opinioni. Un grande esempio diviene principio e genio del secolo, al quale esempio, tlopo il suc- cesso, si dà nome di virtù; lo ammira il mondo, diviene persuasione delle menti comuni, e sino a che per uso e disinganno non cade, si fa ca- gione o pretesto alle novità di stato. Così la con- gerie dei fatti obbrobriosi che ho narrato si chia- mò amore d’indipendenza, ed ogni mancamento pubblico o privato, carità e zelo di patria. ?ù>i vedremo nel progresso di queste istorie come quella indipendenza legavasi alla legittimità, co- me dall’innesto derivava la voglia nei popoli e il bisogno delle moderne costituzioni, e come op- primere sforzatamene le costituzioni e la indi- pendenza è trionfo fallace, nocevole ai popoli ed ai re. # Imperciocchè la forza se impiegata per giu- stizie vere o credute dai popoli, conserva i go- verni; ma li distrugge se adoprasi per credule o vere ingiustizie. Digitized by Google 190 LIBRO SETTIMO — 1813 in essere nuovo nelle nazioni spuntò nel i8x3 in Alemagna; debolmente operò nel 1820 in Ca- dice, in Napoli, nel Piemonte; oggi avanza muto e pensoso, Se diverrà maturo, e se avrà fortune, 0 se morrà innanzi tempo di naturai morbo come le recenti repubbliche, o di guerra come i re nuovi, sono le dubbiezze del presente che gli av- venire chiariranno. LII. Le sventure dell’impero di Francia erano sentite da tutti i governi d’Italia, come i moti del- l’ Alemagna da tutti i popoli italiani, e maggior pericolo, maggiore esempio si ebbe in INapoli dalle vicine e fortunate rivoluzioni della Sicilia. Ho riferito in altro luogo di questo libro la ne- micizia per gl’inglesi della irrequieta regina Ca- rolina Borbone, e le sospettate pratiche di lei con Buonaparte e la tentata spedizione di Murat; ora soggiungo che rivelale quelle trame a lord Ben- tinck, reggitore del presidio inglese, e puniti per fin con la morte i più intimi nella congiura se- guaci della regina, il governo inglese disegnò di mutare il reggimento politico della Sicilia. ISel- 1 anno 18x1 Bentinck preparava i mutamenti; la regina le opposizioni, la vendetta. Bentinck pre- valse : il governo dispotico fu abbattuto e si diede a questo stato novella costituzione, mercedi al popolo, freno al sovrano, sicurezza ai presidii inglesi, esempio ed incitamento all’Italia. ISel 1813 1 atto fu composto, e nell’anno 18 13 praticato. Quella che prese nome di costituzione siciliana era la inglese, migliorata nel modo di elezione e nel numero e proporzioni de’ deputati delle co- muni. Ln difetto, torse a disegno, era nella siinu- Digitized by Googli LIBRO SETTIMO — 1813 197 lata abolizione della feudalità , die cessando nei diritti ed usi feudali rimaneva nei possessi. Tutte le altre basi della civiltà moderna quanto ai po- teri, ai tributi, alla stampa erano nello statuto. LUI. Le buone sorti di queir isola si magnifi- cavano in Napoli al cadere dell’anno i8i3, quan- do la setta dei carbonari, da tre anni venuta nel regno, erasi distesa in ogni luogo, in ogni ceto, nei disegni degli audaci, nelle credenze del vol- go, ed era suo volo una costituzione come là in- glese, sola cbe in quel .tempo le moltitudini te- nessero in concetto di libertà. 11 governo di Sici- lia ad esempio dei governi alemanni, e lord Bentinck per proprio ingegno, ordirono segrete corrispondenze coi settari di Napoli, mandarono i libri delle nuove leggi siciliane, esaltavano la mutata politica del re, promettevano egual costi- tuzione al Regno quando reggessero i Borboni; confronto vergognoso a Gioacchino, cbe aveva impedito per fino il vano statuto di Bajona. E perciò, scoperti i maneggi tra i carbonari e il ne- mico, il governo napoletano doppiò vigilanza e rigori, proscrisse la setta, fece decreti minacce- voli di asprissime punizioni. Maggior nerbo di Carboneria e corrispondenza più facile con la Sicilia era in Calabria, indi più grande la severità; pur questa volta affidata al generale Manhes. Per molte cure della Polizia, molte macchinazioni disvelate, formati i processi, ordinati i giudizii, le commissioni militari risorte S univano di morte i settari. Primo della setta, o ei primi era un tal Capobianco, giovine potente, audace, capitano delle milizie urbane nella sua Digitized by Google 198 LIBRO SETTIMO — 1813 terra, edificata come ròcca sopra monti asprissi- mi della prima Calabria; e perciò essendo diffi- cile arrestarlo, si faceva sembiante di non crederlo reo, mentre egli, sospettoso e scaltro, sfuggiva le secreto insidie. Ma un giorno il generale lan- nelli simulandogli amicizia lo invitò per lettere a convito eli’ egli ad occasione di pubblica ceri- monia dava in Cosenza, capo della provincia, dicendogli che avrebbe compagni altri ufTBziali del te milizie e le maggiori autorità civili ed ec- clesiastiche. Dubitò da prima il Capobianco: di- poi non temendo inganni nel viaggio per vie inusitate con buona guardia; nè temendo in Co- senza, perché proponevasi di giugnere all’ora appunto del convito, ed appena compiuto par- tirne; nè in casa del generale, perocché in pre- senza di tutte le autorità della provincia depositarie e garanti sì del potere, sì della mirale del gover- no, rendendo grazie al generale accettò l’invito. Vi si recò, fu accolto, desinò lietamente, e par- tiva; ma uscendo della stanza trattenuto dai gen- darmi, condotto in carcere, e nel dì seguente giudicato dalla commissione militare, e dannato a morte, fu nella pubblica piazza di Cosenza, sotto gli occhi delle genti inorridite, decapitato. E do- po ciò, alcuni (tanto la politica avea mutato la natura delle cose) fuggivano i pericoli e la ser- vitù del regno di Murat per andare in Sicilia a respirar libertà sotto i Borboni. Certo è che nella universale credenza molti vizii, che le istorie e la memoria degli uomini rammentavano di Fer- dinando, sembravano corretti; e molte qualità di Gioacchino (la bontà, la clemenza), per i suoi re- Digitized by • * LIBRO SETTIMO — 1813 199 - centi errori, scomparse. Le violenze e le asprezze poco innanzi adoperate contro il brigantaggio, non si poteva riadoperarle contro la setta de’ car- bonari, perocché il brigantaggio esercitava mi- sfatti, la setta chiedeva leggi; ed erano briganti i più tristi della società, carbonari gli onesti: la Carboneria si depravò col crescere, ma in quel tempo era innocente; venne richiesta o approvata dal governo, avea riti e voti benefici e civili. I più amici di Gioacchino, i più legati alla sua fortuna, non settari, non torbidi 5 lo pregavano a disarmare la Carboneria con gli usati modi di pubblicità e di lusinghe, come già in Francia e tra noi erasi pra- ticato per la Massoneria; ma lo sdegno, potente in lui, lo tenne saldo nel mal preso consiglio. CAPO QUARTO Il re di Napoli ferma alleanza con l’Austria, triegua con la Inghilterra; fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero di Fran- cia, provvede al suo regno. L1Y. Mentre i Napoletani cominciavano a disa- mare Gioacchino, e peggioravano le sorti di Fran- cia, l’imperatore d’Austria in nome de’ sovrani di Europa' gli offeriva amicizia. Di già ne’ campi di Ollendorf, su la riva dell’llm, fra tanti esempi d’incostanza, il conte di Mier commissario au- striaco aveva aperto a Gioacchino il pensiero del- l’alleanza, e n era stato inteso senza disdegno. Qui è il luogo di palesare che il re, per natura o { )er arte, proclive all’ astuzia, la chiamava politica, a. credeva necessità di regno, se ne vantava mae- - * < Digitized by Googie 200 LIBRO SETTIMO — 1813 stro, ed era, come al più spesso avviene a’ reggi- tori de’ piccoli stati, schernito dalle sue arti. Egli stesso, dubbioso dell’ avvenire, chiamò a consi- glio partilamcnte ad uno ad uno parecchi suoi mi- nistri o generali, de’ quali confidavasi per affettoed aveva in pregio il giudizio. Le opinioni si divisero in due opposte, delle quali riferirò i concetti in due discorsi pervenuti a mia certa notizia; e mi abbiano fede, benché i nomi degli oratori io na- sconda, i lettori di queste pagine. L’uno disse: . « Sire, se in V. M. le qualità varie di re di Napoli, «di cittadino francese, di congiunto dell’impe- « rator Buon aparte, e ciò ch’ella debbe alla sua « fama presente e quel che ne aspetta la poste- « rità, generassero doveri contrarii o differenti, si io in materia tanto difficile per lo esame, tanto sì grave per il fine, mi crederei incapace di dar sì giudizio ed attenderei nel silenzio timidamente ss le decisioni di V. M. e i decreti del fato. Ma gli ss interessi sono unici; la stessa cosa dimandano sì il re e’1 suo popolo, il cittadino francese, il co- ss gnato dell’imperatore, l’uomo destinatosi all’o- sì noie ed all’ istoria a La rivoluzione di Francia si fermò felicemente «nell’impero di Buonaparte: l’impero fondò in sì Europa altri regni della sua specie, e surse dallo sì insieme la civiltà moderna. Perciò rivoluzion sì francese, impero di Buonaparte, re nuovi, mo- » derna civiltà, si presentano con le stesse sem- sì bianze alla mente degli antichi re; le paci, i ss riconoscimenti, le alleanze, i pegni di amicizia, « i parentadi, sono per essi le transazioni della LIBRO SETTIMO — 1815 201 »? necessità, senza obbligo di fede o di coscienza. »? 11 vecchio ed il nuovo secolo si fanno guerra; »? ed oramai la vittoria non può essere particolare »? di uno stato o di un popolo; se trionfa il nuo- »? vo, tutte le società europee avranno in venti »? anni le basi della civiltà francese; e se Cantico, »? tutte si arresteranno, ma gli stati nuovi saranno »? retrospinti verso un’ odiata antichità. »?J)a queste verità altre ne discendono. ISon »? speri re nuovo di tenersi in trono se 1 im- »? pero di Francia è abbattuto: nè speri popolo di »? conservarsi le instituzioni novelle sotto antico »? re; che se oggi lo promette, mancherebbe do- »? po la vittoria; ed il primo atto della rivoluzione »? di Francia, come l'ultimo decreto di V. M. sa- »? rieno del pari abborriti e dannali. E perciò a »? me sembra aver pericoli ed interessi eguali la »? Francia, l'imperator Napoleone, il re Gioacchi* »? no e’ 1 popolo napoletano; cadere o reggere in- »? sieme tutti. »? ?ion le parlerò che brevemente della sua fama »? e della sua gloria. Ella deve il diadema alle sue »? virtù militari; ma istromenti della giustizia di Dio »? sono stati Buonaparte e la Francia. Chi mai sareb- »? he del suo nome, s’ella volgesse il dono contro i »? donatori? Moreau si cuopre della patita ingiuria; »? si cuopre Bernadolte degl interessi del suo re- »» gno e de’ voleri del padre. Ma Gioacchino che »? direbbe al mondo? E qui mi taccio, lasciando ?» al suo proprio senno ed al suo proprio onore, »? F uffizio del miglior consiglio. »? Tutto impone a V. M. il debito di restar fe- »? delé alla Francia. Trentamila soldati dell’eser- 202 LIBRO SETTIMO — 1813 n cito napoletano difendono il regno; e basteran- » no, se V- M. è con essi, contro le forze siciliane » ed inglesi, il cui maggior nerbo è sul Reno e 33 in Ispagna ; trenta altre migliaja si uniscano 35 alle schiere italo -franche; e così formando po- 55 dcroso esercito, portino in Alemagna ed a Yien- 35 na la guerra e la vendetta. L’Italia, eh’ è nel 35 mezzo fra due eserciti confederati, resterà ob- 33bedienle, e sarà larga d armi e danaro. L’ini- 35 mico, se fosse potentissimo, non potrebbe at- 35 taccare l’Italia che nelle due estreme fronti, 35 ossia negli stati di Napoli, facendo base la Si- 33 cilia, o negli stati del regno Italico, partendosi 35 dalla Germania. 1 due eserciti, di \. M. e del 33 viceré, comunicherebbero per linee interne; 33 l’uno nelle sventure piegherebbe sull’altro, e 53 saria più forte. La guerra d’Italia, che che mai 33 avvenisse sul Reno, starebbe da sé sola per gran- 33 dezza di scopo e di mole; ed a chi la maneggia 33 darebbe cagione ed opportunità di politiche 33 transazioni. A tale sono oggi le cose che Napoli 33 contro Francia, sarà tributaria d armi contro a 33 sé stessa, soggetta alla volontà di re avversi e 53 potenti; ma Napoli, se resterà alleata della Fran- 33 eia, si eleverà a nazione libera di sé stessa e del 35 proprio avanzamento. 33 h perciò restar fedele agli antichi patti, ac- 3; certame 1 impera tor de’ Francesi, concordarsi 33 col viceré d Italia su la idea della guerra co- 33 nume, questo è il mio voto. Io ne credo felice 53 il successo; ma se fussi dubbioso, vorrei pre- 33 pararmi nelle sventure la consolazione di poter 33 dire al mondo e a me stesso: tra difficili ’circo- Digitized by Google I I * 8 i *1 V E I# '•'i i^i i»’. m j# iti oà» 373* rei?» fif li'dflO’ LIBRO SETTIMO —.1813 203 jì stanze in cui l’umano giudizio si confonderlo « tolsi consiglio dall’ onore «. LV. Ed alfro oratore in altro tempo con più semplici e libere parole gli disse: « Quando mai delle nostre cose dovesse giu- » dicare il solo ingegno di Y. M., la decisione sa- »> rebbe certa, e Napoli si troverebbe già unita >i alla parte oggimai più potente e fortunata di » Europa , ma in questo giudizio hanno preso y> oltre gl’interessi, gli affetti, e al debito di re >•> contrastano gratitudine, fedeltà nelle sventure, >•> amor di patria e di famiglia. Chi dovrà vincere? »> la natura delle cose' lo dice. Ella tutto deve alla « Francia ed a Buonaparte; se la Francia le chiede » il braccio ed il valore, vada Gioacchino a com- » battere per lei e a morire, o se la vita delfina* >5 peratore è in pericolo, gli faccia scudo della « sua vita. Ma in servigio de’ suoi benefattori spin- w gere ai cimenti ed alla rovina il popolo eh’ ella « regge, egli è pagare il debito proprio co’ danni « altrui. * Sono freschi i nostri dolori. Pochi mesi ad- r> dietro la felicità d’Italia, messa dalla fortuna « in mano al re di Napoli ; cedè al desiderio che « V. M. aveva di rèndere all’imperatore de’Fran- « cesi personali servigi, mirabili, ma inutili; se « ella non partiva per Dresda, se l’accordo con « lord Bentinck si avverava, altra era la nostra r> sorte ora e per l’avvenire. Abbia fine una volta «il darsi vittima gl’italiani alla Francia, che se « le hanno debito di savie leggi e di benefiche « instituzioni , lo han pagato di tributi e di armi; « e se i Napoletani ebbero da : Y. M. grandezza c * l i * / $ V Digitized by Google 1 * 204 LIBRO SETTIMO — 1813 » fama, le meritarono per obbedienza e travagli. r Sieno alfine vicendevoli ed eguali per noi e per >•> voi gli obblighi e la gratitudine^ ed allora, o :■> sire, anticipando, il futuro, separandoci dalle passioni del presente, immaginandoci posterità, ?» fingiamo che in un libro d’istorie si legga: )ì Gioacchino agli effetti di congiunto, alla grati- si tudine sua per ricevuti bencficii, ed agl’ interessi si d’un paese che fu sua patria, sacrificò il popolo y> del quale era re. Ed in altro libro : Al popolo j» del quale era re, sacrificò Gioacchino tutti i a più teneri privati affetti. Or sia in potere di » V. M. che de’ due libri uno perisca, 1 altro resti » in eterno ; qual resterà? » fiè so valutare la grandezza degli ajuti che Na- » poli può dare alla Francia; diquarantacinquemi- » la, (e dico il più) combattenti del nostro esercito » venticinquemila almeno restar dovrebbero in. r difesa del Regno, ventimila si unirebbero alle r schiere italo- franche, si adunerebbe inLombar- » dia un esercito di sessanlamila soldati che avreb- 31 be a fronte altro esercito tedesco di arte uguale e 31 di ardimento maggiore , perchè ora in noi è timo- 31 re quanto in essi speranza; e perciò sessantami- 31 la Tedeschi basterebbero a contenere l’esercito 31 di Lombardia; e può la Germania, possono i 31 re alleati, senza menomare le schiere destinate 31 contro la Francia, volgere sopra Italia sessan- 31 tamila combattenti. Qual diversione sarà dun- 3i que per la guerra del Reno l’esercito italiano? 31 Che mai avran prodotto gli sforzi del re e del n regno di Napoli? » Nulla di Lene alla patria di V. M., tutto di Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1813 205 » male al suo popolo, avvegnaché noi avremo y> guerra esteriore ed interna. È noto a V. M. che «già vi si apprestano il re Ferdinando e gl’In- « glesi, il re presentandosi agl' immaginosi popoli « napoletani con in mano la costituzione data e « praticata in Sicilia, e Bentinck assicurandone « la durata con le sue schiere e in nome della « potente e libera Inghilterra. Ciò all' esterno. Nello « interno (soffra in questa presente estremità dei « nostri casi schiettezza estrema) le popolari scon- 33 tentezze sono gravi e molte; i rigori della po- « lizia a’ tempi del re Giuseppe, i furori diManhes « contro il brigantaggio, le attuali persecuzioni « ai carbonari, ogni error di governo, tutti i tra- « vagli, tutte le morti di otto anni di rivoluzione 35 risorgono nella memoria e nella vendetta della 35 più parte del popolo. Se ne sono palesati i 33 segni negli Abruzzi e nelle Calabrie; in Poli- 33 stena è stato eretto 1 oramai disusato albero di ss libertà, e bisognarono ad abbatterlo forza di 35 soldati e prudenza. L’esercito ha disciplina non 35 salda. Lo spavento che già si aveva del re Fer- j3 dinando, gran forza interna per il re Gioacchi- 33 no, dopo gli ultimi fatti della Sicilia è cessato 33 in molli, scemato in lutti, convertito a speranza 33 in alcuni. Ella, o sire, per ingegno e valore 33 trionferà de’ suoi nemici, ma con quanti danni 33 e quante morti per guerra, punizioni e vendette? 33 E se mai dal troppo numero di nemici esterni 33 e dalle troppe interne ribellioni fussimo vinti? 33 Rifuggo dalla immagine di un regno preso per « conquista dall antico re Ferdinando e dagli ■206 LIBRO SETTIMO — 1813 « E tanti pericoli e tanti travagli qual fine «avrebbero? 1/ imperator de’Francesi, avendo » oramai contrario il disperato coraggio di re, « di eserciti e di popoli infedeli, è favola o sogno «ch’egli vinca tutti e ritorni alla signoria del «mondo; avrà 1 impero tra l’Oceano e’1 Reno, « rinunzierà alla Spagna, alla Germania, alla Ita* « lia; decaderà in possanza. Ma V. M. cadrà affatto « dal trono; e noi, popolo vinto o ceduto, soggia- « cererno al flagello de nostri antichi re, viepiù « fieri al ritorno perchè animati da conquista e « da lunghi sdegni. Tutto il bene che i due re « francesi avran fatto al Regno sparirà in un gior- « no, e della rivoluzione non resterà documento, « fuorichè le liste delle vendette. L’interesse dei « INapoletani è dunque il conservarsi con V. M. « le instituzioni del suo regfno. « Il modo certo ed italiano per ottenerlo sa- « rebbe, accordandosi V. M. col viceré d’Italia per « un trattato comune co’ re alleati, patteggiare « (facil cosa se foste insieme ) la indipendenza «d’Italia. Ma il principe Eugenio, nè per pace « nè per guerra si legherà col re Murat, vorrà « singoiar merito di fedeltà cicca, non dipolitica, « e fama da scena non da istoria. Se l’abbia. Ma, « o sire, quanto grande esser debbe il dolore di » ogni uomo nato in Italia al vedere in questo «istante soldati prodi italiani negli eserciti francesi, « ed altri nello esercito del viceré, ed altri conV.M., » ed altri con gl’ Inglesi, altri col re di Sicilia; due- « centomila almeno dalle Alpi a Capo Noto, parlan- » do l’ idioma istesso d’ Italia, combattere per cause « varie e di altrui; disperdere inutilmente il valore LIMO SETTIMO — 1813 207 y> e la vita; e mentre nel braccio e nel senno prò- » prio slarebbe la italiana sicurezza, anelarla pre- }•> gancio, non esauditi? Non è dunque inerme o >» pigra la Italia, ma cagiou vera delle miserie sue è la divisione delle sue genti e de’ suoi reggitori. » Però che tale è voluta dal fato, V. M. ab- » bandonando le generali speranze, provvegga 33 almeno a questa ultima non infima nè ignobil « parte della penisola, e le dia certezza di civiltà 33 e di avvenire. 11 potrà fermando pace ed allean- 33 za coi re di Europa, tenendo unito l’esercito in 33 Italia, dando al suo popolo commercio libero 33 con la Inghilterra, migliorando le instituzioni 33 civili, rivocando le persecuzioni di polizia, ridu- 33 cencio in uno le parti divise dello stato; e non 33 sofferendo che un vecchio re, nato re, usato » agli errori di assoluta potenza, superi in civiltà 33 un re nuovo, surto da libera rivoluzione per 33 militare grandezza. •* Ed infine, io da’ ragionamenti passando alle >3 preghiere, la supplioo di prendere sollecita im- 33 mutabile sentehza, non cedendo al consiglio di 33 chi vago dell’ antica politica italiana chiama vit- 33 toria il guadagnar tempo, ed arti di governo simu- 33 la re e dissimulare' co’ nemici e gli amici. E sopra- ” tutto la prego a non prendersi di falsa specie di 33 gloria, ma credere che vi ha un sol mezzo da 33 serbar la sua fama; serbando il trono «. EVI. E mentre l’oratore parlava, Gioacchino, che pure usava di rompere il discorso, attenta- mente l’udiva. Mostrò talora disdegno, ma subito lo frenò perchè i liberi detti uscivano di labbro amico e devoto; due volte fu commosso, quando 203 * LIBRO SETTIMO — 1813-14 si figurò scudo alla vita di Buonaparte; c quando invitato a distruggere un libro delle sue istorie, pareva che dovesse distruggere quello de’ propri a fletti. Accomiatò l’oratore, e gli rese grazie; al- tri generali avevano parlato o dipoi parlarono nei 6ensi stessi: le cose di Francia peggioravano; la neutralità della Svizzera presso che Aiolata, gli eserciti tedeschi su l’ Adige, Venezia bloccata; cre- sceva nel suo reame la scontentezza, nell esercito la contumacia; alle lettere di lui e della regina, espositrici de’ pericoli del regno, 1 imperator Na* poleone per superbia o sospetto non rispondeva. Incalzavano il re gli avvenimenti; stava per unirsi all’Austria, quando giunse in ISapoli il duca d’0-, tranto Fouchè, già ministro mandato da Buona- parte a spiare in segreto 1 animo di Gioacchino, ed a mantenerlo nelle parti della Francia; ond e- gli, simulando la modestia e la collera di un di- sgraziato, dice\a esser venuto a diporto; ma in privato a Gioacchino, per amore e servizio di liti. Trattenutosi pochi dì, tornò a Boma. Restaro- no occulte le sue pratiche, ma dipoi osservate di Gioacchino Farti doppie e ingannevoli, fu cre- duto che derivassero, -oltra che dal proprio inge- gno, da’eonsigli del duca d’ Otranto, tal uomo nelle universali opinioni da disdegnare per fino i successi che non fossero frutto di rigiri e per- fidie. Lui partito, a mezzo dicembre del i8i3, A'enne il conte di Neipperg legato dall’Austria, e conA r enendo col duca del Gallo trattalore per le parti di Napoli, fermarono a’ dì 1 1 di gennaio del i8i4 lega fra i due stati. Scopo di essa, la continuazione della guerra contro la Francia per Digitized by LIBRO SETTIMO — 1814 209 lo ristabilimento in Europa dell’ equilibrio poli- tico: e mezzi ad ottenerlo, dalla parte d’Austria centocinquantamila soldati, de quali sessantamila in Italia ; dalla parte di Napoli trentamila ; e da ambe le parti nuove milizie, se bisognassero. Ca- 1 )0 delle schiere confederate il re di Napoli, e ui assente, il primo dell’esercito tedesco. Riconobbero : l’ imperatore d’Austria il dominio c la sovranità degli stati attualmente posseduti dal re di Napoli; il re di Napoli, le antiche ragioni dell’Austria su gli stati d Italia. Convennero non fermare altra pace o tregua se non comune. L’imperatore promise l’opera e gli officii per pacificare Napoli con la Inghilter- ra, e co’ potentati di Europa, confederati del- l’ Austria. Fin qui la parte pubblica del trattato. Per arti- coli secreti stabilivasi che l imperator d’Austria s’impegnerebbe ottenere dal re Ferdinando Bor- bone la cessione del trono di Napoli a prò di Gioac- chino Murat; il quale dalla sua parte rinunzie- rebbe alle pretensioni su la Sicilia, e coopererebbe, . nella pace generale co’ sovrani di Europa, ad in- dennizzare il re Ferdinando del ceduto trono di Napoli. Ed altro frutto dell’alleanza avrebbe Gioacchi- no , per lo accrescimento a’ suoi stati di tanto paese romano che alimentasse quattrocentomila abitanti. Le ratifiche al trattato pubblico e, secreto si promettevano, dall’ una e l'altra parte, sollecite. LYII. Altro trattato che dissero armistizio , tra Napoli e la Inghilterra, fermarono al 26 gennaio Collctta, T. III. 14 ■ 1 210 LIBRO SETTIMO — 1814 dell’ anno stesso il duca del Gallo e lord Ben- linck, convenendo immediata cessazione di osti- lità, libero commercio, accordo comune e con l’Austria su la vicina guerra d’Italia. E quando mai l’armistizio cessar dovesse, notificazione dal- l’una all’altra parte tre mesi avanti alle offese. Erano state insino allora occulte le pratiche; poi quegli accordi, pubblicati, apportarono al popolo vera gioia per il cessato timore di guerra, per i guadagni del commercio, per la creduta sicurez- za del futuro, per le speranze di reggimento più libero suscitale da’ discorsi di Gioacchino, e so- pratulto per quell’ impeto di sdegno che scop- piò in tutta Europa contro la Francia: giusto nei Bussi, Austriaci e Prussiani; scusabile negli altri popoli di Alemagna; ingrato e stolto in Italia.* LVHI. Intanto Gioacchino sin dal precedente novembre aveva mosso due legioni, preso i quar- tieri in Roma ed Ancona, apprestate altre schiere ed annunziato vicino il suo arrivo a Bologna: egli spinto a quei moti dal suo genio di operare e d’invadere, e dall’avvedimento di mostrarsi ar- mato agli amici e a’ conil a rii. Buonaparle, benché sospettoso di lui, non volendo dar motivo o pre- testo al temuto abbandono, nè precipitare la guer- ra, aveva prescritto a’ suoi luogotenenti che quelle legioni fossero tenute come alleate, e nei congressi di pace i suoi ambasciatori ponevano nella bi- lancia delle forze cinquantamila Napoletani a pso della Francia. Ma il generale Miollis governatore di Roma, e'1 generai Barbou di Ancona, insospet- titi de’ Napoletani, si tenevano vigili e in armi. Ed al tempo stesso molti Italiani, o per carico rice- • LIBRO SETTIMO — 1814 211 vutone da Gioacchino, o per proprio zelo, anda- vano drvolgando che il re di Napoli, scaltro, li- bero , fortemente armato, quando i nemici esterni tra loro combattessero avrebbe promulgata e so- stenuta la liberta d Italia. Di già que’ discorsi ec- citavano ne meno accorti speranze e moti, allor- ché i trattati con 1 Austria e 1 Inghdterra vennero ad accertare i sospetti de Francesi, ed a spegnere le ultime ansietà d italiana indipendenza. Gioacchino scriveva a Miollis, a Barbou, a Fouclaè sensi amichevoli: diceva che necessità di regno lo aveva spinto a quell’alleanza, ma che divoto ed amante della Francia renderebbe con- cordi gl’interessi di stato e gli affetti propri. Pro- teste non credute. Il generale Miollis con forte presidio acquartierò in Gastei Sant’Angelo; il ge- nerai Lasalcette in Civita \ ecchia con ciò che re- stava di soldati francesi; il generai Barbou voleva guardare in Ancona due castelli, ma i Napoletani - destreggiando sorpresero quel dei Cappuccini, si che i Francesi, milacinquecenlo fra soldati e im- piegaC civili, si’chiusero nella cittadella. Tutta la Komagna con le Marche restò abbandonala ai Napoletani, che dubbiosi per mancanza o con- tradizione di ordini, come dubbioso era il re per contrasto di affetti, non guerreggiavano, non amministravano quel paese; avevano le sollecitu- dini della guerra, il fastidio delle guernigioni, tutte le molestie, lutti i pericoli della incertezza. I generali scrivevano al re di quelle perplessità, ed avevano risposte nulle o varie; tal che surlo sospetto che ei macchinasse inganni, temevano o per sè medesimi o per le sorti di Napoli. >/5£l 2! 2 LIBRO SETTIMO — 1814 In qnel mese di gennaro Gioacchino andò a Roma, e non ottenne, come sperava, da Miollis Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia : passò ad Ancona, nè Barnoù volle cedere la cittadella. Vid- de in Scompiglio le amministrazioni interne, udì le protestazioni dei generali, le rimostranze dei magistrati, i lamenti del popolo: i ministri austriaci biasimavano la sua lentezza, chiaman- dola mancamento al trattato. Il più fingere ap- paiava danno e pericolo; ond’egli comandò, par- tendosi per Bologna, avanzarsi le schiere napo- letane per conginngerle alla legione tedesca retta dal generale ftugent; stringere in assedio Anco- na, Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia; ordinare le parti civili dei paesi occupati, impiegando il consiglio e l’ opere dei migliori ingegni napole- tani. Ma poiché sempre gli premeva il cuore il desiderio di non rompere a guerra con la Fran- cia, lasciò in avanguardia contro l’esercito del viceré la legion tedesca, e prescrisse che nelle comandate operazioni di assedio non fossero pri- mi i Napoletani ad accendere lo'artiglierie! Ordinò l’esercito. Lui stesso capo di tre legioni di fanti, una di cavalieri, venliduemila soldati, sessanta cannoni, attrezzi corrispondenti, nessuna provvisione, nessun tesoro, confidando nelle ric- chezze d’Italia. Erano agli slipendii napoletani al- cuni soldati francesi, molti uffiziali e colonnelli e generali. Gioacchino volendo ritenerli perchè ne pregiava il valore e l’ esperienza , e credeva di attenuare il suo mancamento alla Francia span- gran numero di Francesi, lodo; fingeva con essi che dendo l’esempio sopra gli lusingava in vario i LIBRO SETTIMO — 1814 213 era infingimento 1 alleanza con 1 Austria, sovra- poneva menzogne a menzogne, s’intrigava, scre- ditavasi. 1 generali napoletani dall’ opposta parte bramavano che quei Francesi partissero perchè in essi vedevano i sostenitori degli ondeggiamenti del re e gl’ inciampi alla pienezza della propria potenza ed ambizione; pregavano Gioacchino a sgomberarne l’esercito; mormoravano in dispar- te; generavano contumacia e scandalo, li quei Francesi, mossi da interessi contraaii, vacillarono lungo tempo; ed infine i più amanti di onore e di patria si partirono, altri rimasero vergognosi ed afilitti. Uei primi citerò un solo per la singo- larità dei suoi casi: il colonnello Ghevalier, caro a Murat, andò l’ultimo da disertore, lasciando un foglio nella notte e fuggendo. Ma il giugner tardi fu cagione di motteggi tra gli ufilziali del- l’opposto campo, ed egli, per mondarsi deHo in- dugio, chiese di combattere all’alba dello stesso giorno, e primo tra i primi attaccò i Tedeschi e cadde ucciso. L1X. Cominciarono gli assedii da quel di An- cona. Essendo troppo il presidio della cittadella (piccolo castello con pochi edilìzi, nessuno a pruova delle bombe ) bastavano i fuochi verticali a disperare la guemigione ed evitare agli assali- tori le lunghe fatiche di trincea e di breccia. Di- segnate a distanze varie ( la minore di mille me- tri ) poche batterie di cannoni, molte di mortari e di obici; impresi i lavori nella notte, durati nel giorno, compiuti i fortini ed armati; stavasi al punto di aprire i fuochi, e nessuno impedimento a noi veniva dalla cittadella: pareva che fossimo 21* LIBRO SETTIMO — 1814 ad esercizio negli assedii di scuola. Le artiglierie e munizioni abbondavano prese dai forti e ma- gazzini venuti in potere dei Napoletani, onde nulla mancava fuorché il segno di guerra. I cal- coli dell arte dimostravano che la cittadella so- stener potesse intorno a quarant’ore di fuoco. Le cure, sospese per Ancona, furono vòlte a Castel Sant’Angelo, indi a Civita Vecchia. Comin- ciarono le riconoscenze con la usata vigilanza; ma vista la pazienza del nemico, andavano gl’ in- gegneri scopertamente intorno al castello , se- gnando sul terreno le trincee e gli approcci. Fer- mata 1 idea dell’assedio, apprestando macchine ed armi, marciarono alcuni battaglioni sopra Ci- vita Vecchia; e sebbene accampassero nelle allure più vicine alla città, il presidio francese vedeva il campo e tollerava. Ma poi che scoprì il gene- rale Lavauguion governatore di Roma, e il ge- nerale Colletta direttore supremo del Genio , odiati entrambo, l'uno perchè francese e nemico, l’altro perchè noto instigatore di Gioacchino a quella guerra, lo sdegno vinse il comando o la prudenza , e le batterie della fortezza tirarono continuamente .sopra i Napoletani, e con maggior aggiustatezza dove i generali apparivano. Nulla ostante, continuando la riconoscenza e formato il disegno dell’assedio, quella schiera scemata di qualche uomo nella vegnente notte si partì. Qui dunque arabe le parti preparavano stru- menti ed armi, quando in Ancona il generale Barbou, consumati i viveri, e mirando afflitta da malattie la guernigione, stabilì rendere la citta- della; ma vergognando di farlo senza onore di LIBRO SETTIMO — 1814 215 f uerra, comandò tirare a disfida contro il campo ei Napoletani, benché seco stessero a pericoli l’amata moglie e tre teneri figliuoli. 1 Napoletani, che il generale Macdonald dirigeva, risposero alle offese, e combattendo 1 intero giorno e la notte, al levare del sole del dì seguente si vidde ban- diera di pace sul castello, che nel giorno istesso fu ceduto a patto che i presidii francesi avessero con gli usati onori sicuro passaggio in Francia. Ventiquattro ore durarono i fuochi, alquanto meno del prefisso tempo perchè la esplosione di una polveriera aggiunse alle rovine che produ- cevano le bombe, l’arte della città di Ancona sta tramezzo i Cappuccini, ch’era il campo dei Na- poletani e la cittadella; ma nessun danno soffrì, restando sicura sotto un arco di projetti e di fuo- co. Pochi Napoletani morirono, più Francesi, per falsa gloria del generale Barbou, a cui bastar do- veva Tesser giunto all’estremo della fame: tante false specie di onore deformano il mestiere del- l’arme. Le altre fortezze non furono assediate perchè in un trattalo fra il duca d’ Otranto per Trancia e’1 generai Lecchi per Napoli fu concordato che cedessero a patto di toi’nare in Francia i presidii liberi e sicuri. E dopo ciò i Napoletani, oltre An- cona, guardarono Civitavecchia, Castel Sant An- gelo, i forti di Firenze, Livorno e Ferrara. Li- vorno, giorni innanzi, era stato minacciato da un’ armata anglo-sicula, guidata da lord Bentinck; e poiché il presidio, tuttavia francese, stava pre- { tarato alla guerra, Tarmata ristette aspettando àvorevole occasione a sbarcare le genti Le quali V 2IG LIBRO SETTIMO— 1814 apparenze, mantenute anche dopo la cessione della città, spiacquero a Gioacchino, che ordinò fusse posta in stato di difesa, confidando all’orecchio «lei generale del Genio ch’egli sospettava degli Inglesi. LX. Poco appresso lord Bentinck con mostre di amicizia sbarcò dal naviglio schiere inglesi e siciliane, sotto insegna che portava scritto: «Li- bertà e indipendenza italica 5 », e le incamminò sopra Genova. Conferì per lettere con Gioacchino e col generale Bellegarde i concertati disegni tra scambievoli sospetti. Allora lo stato delle cose della guerra in Italia era il seguente. Bellegarde con quarantacinquemila Austriaci campeggiava la sponda sinistra del Mincio; il re di Napoli con venliduemila de’ suoi, toccando il Po e guardan- do il F errarese, il Bolognese, gli stati di Roma e la 1 oscana, . avanzava gli avanguardi sino a Reggio e Modena: e Nugent sotto lui con otto- mila Tedeschi accampava. Bentinck con quattor- dicimila Anglo-Siculi stava sopra i monti di Sar- zana. Comunicavano Bellegarde e Gioacchino per - Ravenna a Ferrara, Gioacchino e Bentinck ave- vano tra mezzo gli Apennini. E dalla opposta parte il viceré con cinquantamila Italo-Franchi teneva i campi nella sponda destra del Mincio, custodiva un ponte sul Po a Borgoforte, potente per opere e per presidii, occupava Piacenza. Poca guernigione francese guardava Genova. Così le forze, le idee differivano. 11 generale Bellegarde voleva che Gioacchino procedefse so- pra Piacenza, a fin di spostare il viceré dalla riva del Mincio, e prometteva diversioni ed ajuti. 11 Digitized by Google LIBRO SETTIMO — 1814 2t7 re diceva che trovandosi diviso da Bentinck, il . quale operava nella opposta pendice de’ monti, nè legato altrimenti con Bellegarde che per le difficili e lunghe strade di Ravenna e Ferrara, il nemico a suo talento poteva sboccare da Borgo- forte, assaltare i Napoletani sulle terre di Modena o di Reggio, e rientrare nelle sue linee prima che gli alleali inglesi o tedeschi avessero solamente notizia di quei fatti; ch’egli perciò faceva afforzar Modena di un campo, ed aveva così ordinate le sue schiere che al primo apparire del nemico volgessero tutte incontro al Po; che dunque il più inoltrarsi sopra Piacenza sarebbe stata occa- sione ed invito al viceré di assaltare alle spalle i Napoletani, separarli dalla loro base, romperli e ritornare a suoi campi per le vie di Piacenza e Borgoforte. Frale due opposte sentenze Bentinck, solamente inteso ad espugnar Genova, si mo- strava dell’avviso di Bellegarde, non più per proprio ingegno che per diffidanza e avversione a Gioacchino. La ragion militare stava dallaf parte di Murai; ma stavano contro lui le apparenze e i sospetti, e perciò le opinioni rimanevano divise, gli eser- citi immobili. In quella guerra si palesarono tutti gli errori e i vizi delle alleanze. Bellegarde poteva comunicare con Gioacchino per vie più brevi che di Ravenna o Ferrara, costruendo altri ponti sul Po; ma noi faceva, temendo che le nuove strade aperte a’ soccorsi, servissero al tradimento. Pote- va Gioacchino attaccare Piacenza, se veramente ajutato da Bellegarde e da Bentinck, ma sospet- tava clie lo spronassero a quella impresa per nuo- lift LIBRO SETTIMO — 1814 cere al suo esercito ed alla sua fama. Cosi Ben- tinck," alleato del re di Napoli, permetteva che dai Siciliani seco disbarcati si spargesse nell’ esercito napoletano un editto del re Ferdinando, che, rammentando le sue ragioni, eccitava i sudditi a ribellar da Gioacchino. E cosi più in alto l’im- peratore d’Austria, che avea promesso sollecite ratifiche al trattato con Napoli, lasciava correre i mesi senza che il ratificasse; e dall’altra parte il re Murat, alleato dell’Austria e della Inghil- terra, desiderava il trionfo della Francia, ed at- tendeva o sperava l'opportunità di ricongiungersi a lei. Lo stalo d’Italia in quel tempo non era di guerra, ma di politica e d’inganno armato; in ogni atto, in ogni intenzione de’ reggitori de’ regni e degli eserciti o traspariva o si nascondeva un mancamento di fede: i peccati erano universali; ma incerto, la fortuna chi premierebbe. I popoli, cauti, obbedivano non operavano. Gioacchino facendo direessergiuntoil momento in cui gl Italiani si unirebbero sotto la stessa insegna, dava agli stati occupati forma ed ordini comuni di governo. Bellegarde, al tempo stesso, avvertiva gl Italiani essere proponimento de’ re confederati, restituire gli antichi stati al re di Sardegna, alla casa d Este, al gran duca di Toscana ed al papa. 11 viceré su 1 altra sponda del Mincio bandiva le vittorie dell’ imperatore Napoleone a Nangis, a Monterau, ed accertava i popoli che le sorti d’Ita- lia stavano in inano alla Francia. E questa Italia in tanti modi insidiata, scontenta del presente, certa di servitù per lo avvenire, tenevasi inquieta, ma tacita. Solamente in Napoli, al mutar di po- LIBRO SETTIMO— I8U 219 litica , al vedere i porti e i mercati abbondare di merci inglesi, rare e desiderate per otto anni, cambiarle co’ prodotti della terra che quasi senza prezzo marcivano, andare in Sicilia e venirne senza pena o pericolo, sentire il proprio re e le proprie schiere potenti e posseditrici di varii re- gni, il popolo tra maraviglie, guadagni e gran- dezze, rallegra vasi e sperava. LXI. Da varie parti, quasi al giorno istesso tre F 'avi sventure vennero ad affliggere Gioacchino. generali del suo campo dimandarono con riso- lutezza, di essere intesi negli affari di quella guerra. 11 papa, liberato da Buonaparte, incam- minato verso Roma, era già sul contine di Parma. In Abruzzo i carbonari, mossi a ribellione, som- movendo parecchi paesi, avevano alzata bandiera borbonica. De’ quali avvenimenti dirò più a lungo. I generali di Gioacchino erano dell’esercito la miglior parte per servigi, virtù di guerra ed ingegno; giovani di età, partigiani dell’ idee nuo- ve, ed amanti ab antico di patria e d’Italia, divoti a Gioacchino per gratitudine ed ambizione, ma esperti ed abusatot i de’ principali suoi difetti, premiar troppo, punir giammai, e sì che nello esercito si ambivano le azioni di merito, guerra, fatiche, cimenti, e poco temevansi le ribalderie e le colpe. Or quei generali, seguaci del re nelle prime controversie con Buonaparte, alcuni par- tecipi e consiglieri delle conferenze di Ponza, la più parte instigatori alla lega con l’Austria, e tutti solleciti dell’onore dell esercito e del capo, vedendo che politica falsa e cangiante menava il re ed il Regno a irreparabile rovina, parlan- 220 LIBRO SETTIMO — 1814 dosi 1 un l’altro e rattristandosi, sperarono in- durre Murat a proponimento migliore. Con foglio sottoscritto da due, che per più lunghi servigi erano primi, chiesero che in quelle circostanze gravissime il re, convocando un consiglio per la guerra, sentisse il volo de’ suoi generali. Parve quel foglio, ed era, deliberazione del- l’esercito, detrazione all’imperio del capo, no- vella specie di ribellione, colpa degna di pena. Se Gioacchino avesse avuto animo a punire, non prorompevano i maggiori dell’esercito a quella estrema baldanza; ma il re che perdonava fino agl’infimi dell'esercito, non punirebbe i primi carissimi a lui, e solamente colpevoli di troppo zelo. La disciplina (l’ho detto altrove e ad ogni nuovo esempio vo’ ripeterlo) non è merito de’ sog- getti, è virtù del capo; e ben dico virtù, se costa sforzi magnanimi ad esercitarla, severità di co- stumi, giustizia continua, inflessibilità, e mentre il sentimento più naturale ad uomini che vivono in travagli e pericoli comuni sarebbe il vicende- vole amore, sopprimerlo nel suo cuore, non aspettarlo da sottoposti, e desiderare in essi ti- more, ammirazione, rispetto, sentimenti che si imprimono per propria fatica ed amaritudini. 11 re a sedare l’ audacia de’ suoi generali adoperò le minacce, poi le seduzioni, ma non furono da quelle arti spaventati nè presi. Potè l’ affetto. In quel mezzo annunziato barrivo di Bentinck, che superbo e da nemico, benché fusse alleato, ve- niva a chiedere al re la cessione di Livorno ed altre non minori cose, Gioacchino disse: « Egli ** giunge in mal tempo per me, che mai gli dirò? Digitized by Googte LIBRO SETTIMO — 1811 221 « dove troverò forza da sostenere il decoro di re » e di capo dell’esercito, or che questo esercito » ed i miei generali sono contro me ribellati? » Due di loro, presenti, sentirono tenerezza e ver- gogna, comunicarono quegli affetti agli altri, che nel giorno medesimo adunati andarono al re con atti di sommissione e promessa di piena obbe- dienza. Finì quel moto nel campo, ma ne rima- sero la memoria e l’esempio; la disciplina peg- giorò, i cieli maturavano la catastrofe dell’anno ' seguente. LXII. Intanto il papa giungeva al Taro, e Gioacchino in Bologna noi sapeva che dal grido pubblico. Fu primo pensiero il non riceverlo, ma con quali armi contrasterebbe, con quali inciam- pi ritarderebbe l’ uomo che procedeva sicuro por- tato irresistibilmente dalle opinioni e dal popolo? 11 generale Nugent, senz’ aspettare gli ordini del re, che pur era suo capo, lo aveva ricevuto sul confine, e con riverente pompa militare lo scon- tava sino allò rive dell’ Enza, che i Napoletani guernivano. Mancava il tempo a’dubbii e al con- siglio. 11 re sfrisse al generale Carascosa, coman- dante dell’avanguardia, di andare incontro al pontefice, e con tutti i mezzi di persuasione o d’industria trattenerlo sul cammino o in Reggio. Non appena il generale giunto al fiume, vi giun- geva dall’altra sponda Pio VII, con seco popolo innumerabile e devoto, ed una scorta magnifica di cavalieri tedeschi, che benedetti e ringraziati tornarono a Parma, mentre il popolo accresciuto di altre genti proseguiva col papa verso Reggia E poiché le carrozze non si arrestarono, il Car- 112 LIBRO SETTIMO — 1814 rascosa non entrò a parlamento e seguì la calca. Non andava scorta ordinata di milizia napoletana, ma soldati ed uflìziali confusi volontariamente nella folla, ingrandivano la riverenza e le mara- viglie dello spettacolo. Molti de’ popolani spinge- vano la carrozza dov’era il papa, nè già per bi. sogno, ma in segno di bassa servitù; e tra quelli si scorgevano più zelanti e devoti alcuni ufbziali di Napoli con abito militare. In Reggio, il generai Carascosa, subito am- messo alla presenza diPio, dopo atti di riverenza ch’egli fece ossequiosamente, e l’altro accolse con benignissimo aspetto (offrendo al primo incontro la mano a baciarla, per allontanare il sospetto di maggior culto), il generale dimandò qual fosse il disegno di Sua Santità, ed egli: proseguire il cammino verso Bologna Ma Sua Maestà il re di Napoli ignora l’ arrivo della Santità Vostra, nulla è preparato al ricevimento E nulla, risponde, io desidero dalla Maestà Sua alla quale spero i divini favori I cavalli delle poste sono impiegati al militar servizio, e senza gli an- ticipati provvedimenti potrebbe \ostra Santità non trovarne che bastassero al suo viaggio .... Gli chiederò alla carità di questi devoti cristiani • che mi circondano Ma già. da lungo tempo i cavalli de’ privati sono addetti all’ esercito Proseguirò a piede. Iddio me ne darà la forza. E dopo breve silenzio il generale dimandandogli a quali gradi della milizia, e quando accorderebbe l’onore della sua presenza; egli rispose, che vor- rebbe veder tutti, ma incalzato dal tempo avreb- be visto i soli generali domani alle nove ore LIBRO SETTIMO — 1814 223 della mattina. 11 Carascosa ribaciò la mano, e con egual riverenza si accomiatò; riferì al re, motto a motto il discorso, e lo pregò di cedere all impero delle opinioni. Al dì seguente all ora stabilita, presentati al pontefice i generali del- l’esercito, gli accolse con cortese semplicità, oflrì la mano ad ognuno, s intrattenne in discorsi di indizia, lodando la bellezza delle vedute schiere; nè diede licenza, prima che di ognuno non ebbe udito il dimandare o il rispondere. E subito si partì. 11 re in Bologna dopo avere ondeggiato fra pensieri varii e rigettato il buon consiglio di due suoi ministri, di parteggiare coi popoli per il papa, scelse il peggior avviso, il mezzano, onorare il pontefice per corteggi, non- dargli ajuti. Giunto quegli a Bologna e ristoratosi dalle fatiche del viaggio, fece, egli primo, visita al re intrattenendosi non breve tempo; dopo al- cune ore la visita fu resa e più lunga. Toccarono la restituzione degli stati della Chiesa, e 1 imo tutto volendo, l’altro concedendo stentatamente, fu concordato (senza scritto perchè ognuna delle due parti voleva serbare intere le sue ragioni ) rendere al pontefice Roma e ’ 1 patrimonio di San Pietro, il re di INapoli tenere il resto. Altra di- scordanza era nel proseguimento del viaggio, il papa indicando la strada Emilia; e Gioacchino, a fine di trattenere i moti e gli affetti de popoli die rimanevano a lui soggetti, bramando che proseguisse per la 1 oscana. Ma Pio piu torte di Gioacchino, nella scelta del cammino vinse per risolutezza; posi come nella divisione de’ domimi, conoscendo sè più debole perchè disarmato ©d ff I 1 Mmm 224 * LIBRO SETTIMO — 1814 ancora solo, aveva tollerato ch’egli tenesse la maggior parte degli antichi suoi stali. L indomani seguitò per la strada Emilia, e lentamente giunse a Cesena sua patria, dove lunga pezza, sino a che le guerre di Francia e d’Italia ebbero fine, restò; e dipoi come in trionfo entrò in Roma il dì 24 di maggio di quell’anno ibi 4- Al dì vegnente le milizie di Napoli ne partirono, nè i ministri di lui vollero consegnato da’ ministri del re d go- verno della città e delle ricuperale province, pre- ferendo le perdite e 1 disordini al fastidio ed al riconoscimento del passato dominio. Eia la super- bia spuntava. LX1II. 1 carbonari della Calabria erano conci- tati dalla Sicilia; quelli di Abruzzo, daLissa, isola dell’ Adriatico, che fatta emporio di commercio e di contrabando era dagl Inglesi fortemente guar- data. I Calabresi, sperimentati ai rigori del gene- rale Manlies, macchinavano segretamente; ma gli, , altri inesperti ratto si mossero, così che al dì fis- sato la rivoluzione proruppe simultanea e gene- rale nella provincia di Tèramo, confine del regno. Era disegno dei carbonari adunarsi armati nella campagna, entrare nelle città, togliere di officio i magistrati, e mutargli in altri, gridare caduto l’impero di Murat e risorto quello di Ferdinando Borbone, re costituzionale; correre le vicine pro- vince, e avanzare nel Regno con gli ajuti di altri settari e della fortuna. La più parte dei desiderii si avverò : tutta intera quella estrema provincia, fuorché la città capitale, fu ribellata; e procedeva il cambiamento nel vicino distretto di Chieli, se i provvedimenti dell intendente Montejasi, ed il LIBRO SETTIMO — 18 W 225 sollecito muovere di alcune squadre di gendarmi non avessero impedito ai rivoltosi di Teramo il passaggio del fiume di Pescara. Sedizione sì vasta non aveva costato nè delitti, nè fatiche: i magi- strati di Gioacchino nella ribellata provincia era- no usciti di ptisto chetamente; i novelli esercita- vano senza vendette o superbia; le leggi erano mantenute; la mutazione d’impero e di ministri era avvenuta in un giorno: indizi tutti di univer- sale consentimento, pericolo maggiore al gover- no. Così stavano le cose in Abruzzo quando il barone Tulli, fuggitore, venne nunzio a Gioac- chino. Essendo nell’esercito molti soldati abruzzesi, uniti a reggimento, fu prima cura del re nascon- dere tjuei casi. Dipoi consigliando i rimedii, chi dei ministri inchinava al rigore, chi alle .blandi- zie; il re, esacerbato, stava coi primi, ma il peri- colo, a vederlo, era tanto grande che si adopera- rono al tempo stesso perdoni e pene, premii e minacce. Un decreto agguagliando le adunanze di Carboneria a cospirazioni contro lo stato, pu- niva di morte gli antichi carbonari èhe si adu- nassero, come i nuovi che si ascrivessero alla set- ta. La reggente mandava in Abruzzo le più fide squadre, e due signori abruzzesi accreditati per bella fama di politiche virtù, il cavaliere Dèlfico e il barone Nolli, mentre il re inviava dal campo il generale Florestano Pepe, autorevole per gra- do, benigno per indole, Ma quella sedizione senza nerbo di forze in- terne o esteriori, impeto primo e sconsigliato di accesi ingegni, da sè stessa indeboliva e cadeva. Collctta, T . III . 15 I 22G LIBRO SETTIMO — 1814 Gli antichi magistrati di Murat ripigliavano le sedi senza contrasto cedute; gl’intrusi le ricedevano più facilmente, le squadre mandate di Napoli vi giunsero dopo la calma; il Dèlfico, grave di anni, si arrestò; ed al generai Pepe fu surrogato il ge- nerale Montigny francese , violento , maligno. Avvegnaché intesa da Gioacchino la improvvisa vicenda, non più temendo dei ribelli, volle ad esempio aspramente punirli; rivocò le blandizie, afforzò il rigore, e molte morti, molte pene, la- crime cd afllizioni furono il fine di quel fanciul- lesco rivolgimento. LXIY. Dalle cose d’Italia erano quelle di Fran- cia assai «liverse; qua politica molta e poca guer- ra, là politica quasi nessuna e guerra grandissi- ma; i congressi europei oramai sciolti, i destini del mondo in mano alla fortuna dell’ armi. In un tempo che questa si mostrò lusinghiera a Buona- 5 arte l’ imperato r d’Austria scrisse a Gioacchino i suo pugno per accertarlo delle ratifiche alla fermata alleanza; e l’imperatore di Russia spedi suo legato il conte Balachef a trattar pace col re di Napoli. Mentre lord Bentinck venuto a chieder la cessione di Livorno e Pisa onde formarne base di guerra contro Genova, per i discorsi del conte Mier e di altri ministri dei re alleati, abbandonò quelle pretensioni , e temperando 1’ alterigia si mostrò al re amico e riverente. Le quali cose por- tavano in Gioacchino la certezza delle vittorie di Buonaparte, raccontate nei bullettini, esagerate dai Francesi che gli erano intorno, ed accreditate dal conosciuto genio del capitano grandissimo e dalle proprie speranze. Fece prova per l’ultima % LIBRO SETTIMO — 1814 volta di legarsi col viceré; ma questi più incitato alla nemicizia dalle fortune di Buonaparte, -che erano a Murat stimoli di concordia, rigettò le of- ferte, scacciò V ambasciatore, e perchè giovava alla vendetta ed alle difese sparger odio e diffi- danza fra suoi nemici, trovo maniera di palesare quelle pratiche ai commissari dei re alleati presso Gioacchino. E intanto il generale Grenier con quattordici mila Italo-Francesi, valicato il Po a Piacenza, ne austriaca rètta dal generale Nugent, e s schiere per il ponte di Borgoforle assaltavano Guastalla. In ambo i luoghi i Tedeschi vinti e scacciati lasciarono sul campo quattrocento tra morti e feriti, duemila e più prigionieri, due can- noni, molti arnesi di guerra; e Grenier, messa guemigione in Parma e Reggio, tornando alle 6ue linee per Borgoforte, abbandonò Guastalla: INugent, riordinatosi dietro *i campi napoletani, si trovò in riservarla legione del generale Carra- scosa in avanguardia; quella del generale Am- brosio nel centro. Per il movimento di Grenier una compagnia napoletana, avviluppata fra bat- taglioni francesi», fu prigioniera; ma nel giorno istesso rilasciata con amichevoli dimostrazioni e con armi: dono astuto e fallace. E queste apparenze, e il non aver soccorso opportunamente la legione tedesca da forze mag- giori assalita, e i ritardi e le pratiche e gli scon- sigliati discorsi del re, diedero tanto sospetto di inganni che oramai gli alleati temevano di lui come di nemico; i commissari apertamente si que* attaccò nei campi della Nura e di P arma la le 228 LIBRO SETTIMO — 18R relavano; Balaclief sospese le conferenze di pace, e Gioacchino allora per accorrere al maggior pe- ricolo (come usano gli uomini di animo incerto, chiamando scaltrezza o bisogno la continua inco- stanza) stabili di assaltar Reggio e ricondurre la legione tedesca ai suoi campi di Parma e della 3\ura. Al dì seguente le preparate schiere ed al- cuni battaglioni austriaci che il generale Nugent, a ristoro di onore ed a vendetta, volle in avan- guardia, scontraronsi col nemico sul ponte di San Maurizio presso a Reggio, c si venne all' armi. Il ponte chiuso con alberi abbattuti era difeso da soldati c cannoni, e la sponda sinistra del fiume da fanti, cavalieri e artiglierie. Cominciato il com- battimento, il fiume valicato più in su del ponte dai Napoletani guidati daL generale Guglielmo Pepe, le barricale scomposte, allontanati i difen- sori e le artiglierie, il ponte preso e preso il campo: i nemici, ordinati ma solleciti, ripararono in Reggio. Le due parti combatterono con forze, animo cd arte uguale; il generale Severoli ita- liano, capo degli Itali-Francesi, cadde come estin- to troncatagli una gamba da palla di cannone, altri cinquecento dei suoi furono morti o. feriti, seicento prigioni, e degli Austro^Napoletani quat- trocento tra feriti e morti. Il re giunse al campo quando già la vittoria era per noi; e però se ne debbe l’onore ai generali Carrascosa e Nugent Chiuso in Reggio il nemico, valicato il canale del naviglio dai Napoletani, già nostra la strada di Parma e debolissime le mura di Reggio si poteva con poca altra guerra espugnare la città e tener prigioni quei presidii: ma il re concesse libera LIBRO SETTIMO — 181* 229 ritirata, concordandone i patti i generali Livron e Rambourg, l’uno per la nostra parte e l’altro per la conti-aria, ambo Francesi. E così quel ine- rito di alleanza del mattino fu perduto al cader del giorno, e rimasero interi o accresciuti i so- spetti e le querele. LXV. Ed intanto cadute in peggio le cose di Francia i commissari presso dei re divennero più baldanzosi, Balaclief più schivo alla pace, ogni cosa più contraria alle affezioni ed agl’interessi di Gioacchino. Ed egli abbandonando come che tardi le dubbiezze, volle congresso con Bellegar- de, e concertarono le operazioni di guerra, con- temporanee de' Napoletani sul Taro, de’ Tedeschi sul Mincio, obhietto de’ primi Piacenza, de’ se- condi Milano. Sì che- a’ 1 3 di aprile effettuati i convenuti movimenti, il re con novemila soldati passò il Taro, difeso da sei in settemila Italo-F ran- chi; altra legione napoletana osservava il passaggio di Borgoforte, ed altre squadre dello stesso eser- cito ed austriache stavano in riserva; mentre che in Sacca si faceva finta di gettare un ponte sul Po per minacciare l’ala diritta del nemico, e così giovare a Bellegarde che operava contro il centro e la sinistra. Fu combattuto sul Mincio senza effetto, non si scontrarono a Borgoforte; il ponte a Sacca venne contrastato e impedito da forze sei volte maggiori; restò la riserva inope- rosa. Il Taro; combattendo, fu valicato; quattro- cento de’ nostri morti o feriti; altretanti de’ con- trarii e cinquecento prigioni. Il generale Gobert austriaco, guidando schiere tedesche, lentamente operò sul fianco destro del nemico sì che questi 230 LIBRO SETTIMO — 1814 Ì >olè ritirarsi, ed il re in argomento di zelo ne lece pubblica lamentanza. 11 generale Mancune, reggitore della contraria parte, ordinatamente si raccolse al cadere del giorno in Sandonnino, e nella notte a Firenzuola. I Napoletani pernottaro- no sul campo, ed alla prima luce del vegnente giorno traversarono Sandonnino, vuoto di guar- die, procederono a Firenzuola, scontrarono il nemico e lo spinsero con poca guerra oltre la IXura, e sol dalla notte non dal fortificato con- vento di San Lazzaro furono trattenuti. Lo in- domani dopo caldo ma breve combattimento quel posto e quel campo furono presi, il nemico riparò in Piacenza, noi al di fuori disegnavamo i modi di espugnar la città. LXVI. E si era appena al meriggio del i5 di aprile del i8i 4, quando un foglio del generale Bellegarde, riportando la presa di Parigi, an- nunziava sospesa in Italia la guerra, ed aperte le conferenze di pace col viceré. Al tempo stesso per la via di Piacenza, non più chiusa, giunse messaggero un uffiziale di Francia, e tutte riferì le infe Ilei sorti dell’ Impero, le sventure dell’ armi, il tradimento di alcuni capi, la fellonia di un ministro, la macchinazione di alcuni più conti e più ambiziosi fra i liberali, gli atti e ’1 decreto del senato, la fuga di Giuseppe Buonaparte, le capitolazioni di Parigi, l’abdicazione dell impe- ratore, il ritorno de’ Borboni al trono, e quel tu- multo di consentimenti e di adulazioni che in Francia (vergogna ed ostacolo alla vera grandezza di un popolo) più che altrove subitamente •si ma- nifesta a prò del potere e della fortuna. Stava Gioac- LIBRO SETTIMO — 1814 2H chino a passeggiare sul prato eli piccola casa di campagna, quasi alle mura della città, ed io seco ragionando delle fortificazioni di Piacenza e del moelo di espugnarle, quando giunsero que due messi. Leggendo i fogli impallidì, e tacito per alcun tempo ed agitato passeggiava in disordine: ma poscia a pochi che gli stavano intorno disse mestamente ed in breve i casi della 1 rancia, co- mandò che la guerra fosse sospesa, e subito tornò a Firenzuola, indi a Bologna. Nè cessò la mesti- zia, che anzi per parecchi giorni andava crescen-' do, pensando alla grandezza del rovinato impero, ed a’ passati travagli per innalzarlo, ed a' suoi presenti pericoli ed aBuonaparte, non piu in sua mente despota e superbo, ma congiunto, bene- fattore e infelice. LXY 1 I. Pochi dì appresso il viceré fece accordi con Bellegarde e con Gioacchino: stabilirono che dell’esercito italo-franco i Francesi ritornassero in patria, gl’ Italiani serbassero il paese che allora occupavano, ed era quanto è racchiuso tra il piede dell’ Alpi, il Po ed il Mincio ; i Napoletani prendessero le stanze prefisse ne’ trattati della confederazione; le fortezze' oltre il Mincio, an- cora guardate da’ Francesi, fossero cedute a re- deschi di Bellegarde. Mentre Genóva investita dagli Anglo-Siculi, e fatta consapevole degli av- venimenti di Francia, erasi data per capitolazione a lord Bentinck, e questi con la usata foga (leg- gerezza che pareva inganno) la ordinava a repub- blica, e ristabiliva leggi e magistrati a modo del 1797. In tutta Italia finì la guerra. Se non che in que’ giorni stessi altra peggiore, 232 LIBRO SETTIMO — 1814 perchè civile, arse in Milano. Pure in quella cittì! più favorita in Italia ila’ Francesi, il genio ingrato e nemico della Francia trovò numerosi e potenti partigiani. Cosicché, scomparse appena le milizie, il popolo della città cresciuto di genti del contado, a disegno raccolte ed armate, proruppe tumul- tuosamente, abbassò, disfece tutte le insegne del passato dominio, dispregiò l’autorità de’ magi- strati, ucciso spietatamente il ministro Prina, e, sconoscendo il viceré, nominò una reggenza fra 'cittadini; e questa inesperta e presuntuosa, spe- rando libertà da’ sovrani del Word, mandò am- basciatori a chiedere libera costituzione della quale segnò i termini. Il principe Beauharnais offeso nello impero, minaccialo nella persona, non tornò a Milano, andò in Baviera presso il re suo congiunto; governavano la città capo del re- gno italico reggenti nuovi, alzati da’ moti tumul- tuosi del popolo; nulla restò dell’antico, cliè i re alleati per naturale riverenza alle passate gran- dezze, o per prudente consiglio sino allora rispet- tavano; e perciò Bellegarde, trasgredendo i patti, spinse le schiere sino a Milano, ed il nome di quel regno e le ultime speranze di quegl’italiani disparvero. Disegni mal ponderati de’ liberali fran- cesi avevano nociuto alla Francia, disegni simili di egual gente nocquero all’Italia; e quelle im- S ruilenze discendevano da’desiderii d’indipen- enza surti P anno innanzi tra’ popoli. Ma poiché le alleanze europee contro Buona- parte ebbero pieno trionfo, gli spazii lasciati dal nuovo invadeva l’antico, modesto agli atti, super- bissimo ne’ proponimenti. 11 papaPioVII, posses- LIBRO SETTIMO — I8T4 233 sore di Roma e delle province che dicevano Pa- trimonio della Chiesa, aveva rivocale tulle le leggi dell' impero francese, e ristabilite le antiche, lin la tortura. Vittorio Emanuele, appena tornato al trono del Piemonte, avea prescritto esser leggi e costituzione dello stato quelle del 1770; Ferdi- nando HI, ricondotto dalle armi del re Gioacchi- no al trono della Toscana, avea richiamate le maraviglioee per il passato secolo, non baste\oli al nuovo, leggi di Leopoldo; ed un suo luogote- nente che il precedette, abborrendo ogni cosa francese, chiudeva le nuove scuole, aboliva le case di arti e di pietà. Tutto il già regno Italico, Parma, Modena, Lucca, le tre Legazioni, e le ter- re chiamate Prcsidii della Toscana, erano occu- pale da’ Tedeschi, e governate senza leggi certe, ad occasione ed a modo di militar comando. Quei Presidii, utili in pace a’ re di Napoli, non poca forza ' nelle guerre d Italia, e possesso di tre secoli, per- duti per la rivoluzione di Francia, furono obliati ne trattati tra Fouchè e Lecchi, e poi alla conse- gna toscana fra Roccaromana e Rospigliosi; co- sicché due dimenticanze disperderono il frutto di tre guerre di Alfonso I di Aragona e di 1 * ilip- po IV, e la continua prudenza de re successori. Genova , vaneggiando di libertà , obbediva alle vecchie sue leggi. Le Marche presidiale 6 coman- dale da milizie napoletane, tolleravano governo misto, altiero e bene spesso assoluto. 1 croio la civiltà nuova, che poco fa copriva la quasi intera Europa, serbava immagine di sé nel solo regno di Napoli. . LX\ 111 . Gioacchino, riparale come poteva le 234 LIBRO SETTIMO — 1814 sue cose d’Italia, e lasciate nelle Marche due le- gioni sotto l’impero del generai Carrascosa go- vernatore di quelle province, tornò in Napoli. Furono grandi le feste, talune prescritte, altre suggerite dall’ adulazione, tutte ingannevoli; pe- rocché la caduta di Buonaparte e l’impeto del vecchio sopra il nuovo, lasciando Gioacchino iso- lato e straniero alla politica del tempo, suscitava ne’ popoli sospetto che le sorti del regno sareb- bero in breve mutate. Ed indi a poco, in confer- ma di tali dubbiezze si lessero gli editti del ge- nerai Bellegarde, nunzii del ritorno dell’antica Lombardia all’impero d’Austria; e i trattati di pace fermati a Parigi il 3o di maggio, ne’ quali, non facendo motto del re di Napoli, si convocava congresso di ambasciatori a Vienna per i casi dubbii di dominio. Pompeggiava intanto ne’ di- scorsi e negli editti de’ più potenti re la legitti- mila, parola ne’ primi tempi variamente intesa; ma poiché fu da principi deffinita la distruttrice delle male opere di cinque lustri, conservatrice delle buone, e sopra le vaste rovine della rivolu- zione restauratrice benigna delle precedenti cose e persone, era parola e principio pericoloso e con- trario a Gioacchino. Egli nominò suoi ambascia- tori nel congresso il duca di Campochiaro ed il principe di Cariati; e ad occasione vi spediva ge- nerali ed altri personaggi di fama e d’ingegno. Ma volse i suoi maggiori pensieri alle cose in- terne ; reputando che più de’ maneggi e de’ discorsi valer gli dovesse il voto de’ soggetti e la forza del- 1 esercito, in tempi ne’ quali menavasi vanto del- 1 amore de’ popoli e della pace. Raccolse in quattro LIBRO SETTIMO — 1814 235 adunanze i migliori ingegni napoletani , e lor disse che per gli ultimi avvenimenti acquistata da noi piena indipendenza politica, era suivdebito rior- dinare il regno senza o soggezione o simiglianza o gratitudine ad altro stato; così adombrando le tollerate catene per nove anni. Chiamava in ajulo il consiglio de’ più sapienti e più'amanli di patua, che intendessero a riformare i codici, la finanza, l’ amministrazione, l’esercito. Pregava di non cor- rere ciecamente con la fortuna verso il passato, ma considerare che le civili instituzioni della 1 i- voluzione di Francia e dell Impero erano fiulto in gran parte della sapienza de secoli. E prima che il consiglio per la finanza propo- nesse la riforma di alcun tributo, egli di parec- chi più gravi alleviò il peso. Per nuove ordinanze giovò al commercio esterno, così aggradendo ai suoi popoli cd agli Inglesi, che soli liafiicavano ne’ nostri porti; fece libero coll abolizione elei cabottaggio (tal era il nome di un sistema ino e» stissimo di dogana marittima) il commercio in- terno; fece libera la uscita delle granaglie; tolse alcuni dazi di entrata, altri scemò; non osava ban- dire l’ assoluta libertà commerciale , impedito dalla poca sua scienza nella pubblica ecconomia e dal mal esempio della Francia e dell Inghilterra. LXIX. Era stata per nove anni invidia e lamento de’ Napoletani veder nel regno i Francesi primi agli onori e a’ guadagni; e perciò il re, oggi in- teso di piacere a’ suoi popoli, prescrisse concedei si le cariche dello stato a soli Napoletani, o a.que gli stranieri divenuti per legge cittadini; e non essere cittadino se non a’ termini dello statuto eli 236 LIBRO SÈTTIMO — 1814 Bajona; e doversi chiedere la cittadinanza fra un mese; e non chiesta, o non concessa, uscir di uf- fizio. Quanti erano stranieri nel regno dimanda- rono la cittadinanza napoletana; ed aperto l’esa- me nel consiglio di Stato, pochi de’ consiglieri mostravansi severi, molti facili; ma coll’andare de’ giorni la severità prevaleva. E ciò visto, i Fran- cesi, per disperazione fatti audaci, dicevano al re. « Da voi pregati, lusingati da voi (rammen- tando i tempi, i luoghi, le parole) siamo rimasti con voi, nemico alla Francia; ed ora voi stesso, felice in trono, discacciate noi senza patria infe- licissimi, poveri, e solamente colpevoli della vo- stra colpa r>. Rimproveri acerbi perchè veri. L’animo del re tu commosso; clièad ogn’istante al mal preso partito d’infingere e d’ingannare egli pagava larghissimo tributo di dolori e di danni. Venne in consiglio di Stato preparato a difendere gli stranieri col renderne facile la citta- dinanza, e disse: « Io parlo a voi questa volta >■> come re a’ consiglieri, e come padre a’ figli; per- v> ciocché nella quistione che proporrò, trovan- 55 dosi confusi interessi ed affetti, si competono i 55 giudizi della mente e del cuore. Da che le for- 55 tune di Francia mutarono, e giovò al regno 55 Tesser nemico di quell’impero, io benché fran- 5» cese, congiunto di sangue e debitore del trono 55 all’imperator Napoleone, seguendo il vostro in- 55 teressc e i consigli vostri, mi legai in guerra 55 co’ nemici della mia patria e della mia famiglia. 55 11 mio cuore, non vo’ nascondere il vero, è stato 55 assalito da contrarii affetti; ha combattuto in se- 55 greto per molti mesi, e combatte; i doveri di LIBRO SETTIMO — 1814 • 237 « re hanno sempre vinto e vinceranno. E benché « la quistione che or ora proporrò sia dentro me « stesso decisa, se voi sarete contrarii al mio voto, 35 io non userò del sovrano potere , ma tolleran- 33 do questo nuovo dolore, seconderò il vostro 33 avviso. . ; 33 De' molti Francesi che in guerra o negli offii 33 cii di pace han servito tra noi , e che a mal grado 33 dispongonsi all’ andare, io a picciol numero, a 33 soli ventisei qui registrati (mostrò un foglio) ho ss promesso che voi concederete la dimandata citi 33 tadinanza. Sono gli stessi che volendo partirsi 33 mesi addietro, io, travagliato sul Po, trattenni 33 con preghiere e lusinghe.» Non troverebbero in 3i Francia nè patria che da nemici abbandona- 33 rono, nè stima pubblica, nè la stessa misera 33 quiete dell’oscurità, giacché troppo noti per 33 fama ed opere.-Or io vi dimando per essi la 33 cittadinanza ; il concederla fia premio a’ servigi 33 che han reso alla nostra patria, pietà del loro 33 stato, condiscendenza alle mie promesse 33. E ciò con amorevole gesto proferito, più altieramente soggiunse: « È libero ad ognuno il rispondere 3?, Il qual discorso avrebbe ottenuto pieno e soli lecito effetto, se il continuo simulare del re non avesse scemata fede a’ suoi detti, e se la quistione di cittadinanza non legavasi all’altra maggiore della costituzione, che aveva tra’ consiglieri non pochi sostenitori, e contrarii i Francesi amici del re, i nomi dei quali non dubitavasi che fossero nel novero de’ ventisei. Due consiglieri più ani- mosi sommessamente risposero, che, non essendo in facoltà del consiglio mutare lo statuto di Bar 238 • LIBRO SETTIMO — 1814 jona, si tratterebbe della cittadinanza de’ventisei per le vie di legge ; che intanto pregavano il re con figliale rispetto ed amore a riflettere ch’egli aveva non solamente promesso ma giurato a cin- que milioni di soggetti il mantenimento dello statuto; che in quei tempi di politica difficilissi- ma rivocare i giuramenti e le promesse era troppa fidanza nella rassegnazione dei popoli , e che do- po dolori tanto vivi al suo cuore quanto profitte- voli al regno, non volesse perderne il frutto, e adombrarne il merito per fievoli cagioni. Uno dei ministri per la opposta parte, in sostegno de vo- leri del re, lungamente parlò, ed ebbe vivaci ri- sposte; Taccesa disputa si prolungava, ma il re la interruppe, dicendo: « Oramai le varie sen- » tenze sono manifeste; si dicano i voti >\ Di ven- totto consiglieri^ ventitré furono per la sentenza del re, gli altri cinque per la opposta; e questi, mal veduti dal principe , erano dal pubblico laudati. Vittorioso il re, propose di concedere cittadi- nanza ad ogni straniero che avesse militato nel nostro esercito; ed un suo ministro aggiungeva che per merito d’ armi ogni stato diviene patria a’ guerrieri. I due consiglieri, sfortunati nel pri- mo arringo, opponevano che passato il tempo della sgherreria militare, e le armi stesse dive- nute civili, il più onorevole officio era servir la S atria combattendo; ma il più vergognoso ven- ere altrui, o per oro o per falsa gloria, la vita. Eppure in quell’ adunanza di cittadini e di onesti, non per sentimento ma per servitù, il voto del re fu secondato da’ ventitré medesimi della prima LIBRO SETTIMO — 1814 239 sentenza. E passando a’ nomi degli ammessi , la lista de’ventisei fu trovata di trentotto, e quindi estesa a piacimento; l’altra de’ militari, lunghis- sima; non partirono che i volontari e i più miseri: il re, che in consiglio era entrato modesto, ne uscì altiero; e que’ fatti, divolgati, accrescevano desiderio di porre alcun modo al supremo potere. LXX. Le riforme proposte per lo esercito non furono seguite, che ben altro in quel tempo era il J iensiero e’1 bisogno di Gioacchino che diminuire a, sua potenza. Egli scortamente Tacerebbe, chia- mando nuovi coscritti, componendo nuovi reg- gimenti di fanti e cavalieri, e meglio ordinando tutte le parti della milizia. Fra i reggimenti uno se ne volea comporre de’ militari che nati in Napoli, tuttora al servizio della Sicilia, erano in- vitati a tornare in patria, or che la pace europea (diceva il decreto) rende ad ognuno le ragioni e gli obblighi di cittadino. Ma nè quello invito, nè H minacciato esilio a’ ripugnanti, potè vincere la giurata fede a Ferdinando; così lo sperato reggi- mento non fu mai composto. Abbonda il secolo di tristi esempi e buoni. Già da un anno eransi meglio ordinate le milizie civili, e prescritta per la città di Napoli un^guardia detta di sicurezza, che trovò molti ostacoli vinti dal costante volere del re; erano dodicimila almeno, in sei batta- glioni di fanti, ed uno squadrone di cavalieri, con vesti, armi e fogge militari; possidenti e mer- catanti i più ricchi, e professori di scienze, e magistrati di ogni grado e di ogni età, abili o inabili alla guerra; perciocché quella adunanza valeva, non per forza d’armi, ma per rispetto 240 LIBRO SETTIMO — 1814 pubblieoe per esempio. Ed a viepiù confermarne la memoria ed il gradimento, fu instituita e con- ceduta a’ più meritevoli una medaglia di oro smal- tato bianco, girata di un ramo di quercia, tra- versala da due aste sostenitrici delle nazionali insegne e della corona regia; la qual medaglia da una faccia con la effigie del re, dall’altra col motto: Onore e fedeltà, rètta da un nastro ama- ranto, portavasi appesa al petto per segno e fregio. LXXI. Ed il re ostentando altra forza più conforme alla civiltà del tempo, perchè di po- polo, praticò l’usato mezzo degli indirizzi. Agli impiegati più alti e più dipendenti si chiesero in segreto e se ne pattuirono da’ ministri del rei sensi eie parole; 1 esempio si propagò ne’ minori, cosicché le milizie, i magistrati e le amministra- zioni, le comunità, il clero, le accademie e tutte insomma le corporazioni dello stato, con fogli che a disegno pubblicavano nelle gazzette, lo- dando di alcuna virtù il re o il suo governo, fa- cevano voti di durabilità ed offerta delle proprie sustanze e della vita. Erano sensi veraci in parte, e in parte suggeriti da adulazione, da esempio, e supralutto, ne’ più veggenti, dal confronto del go- verno Muratliano, misto dimeni c mali, col Bor- bonico, del quale la cattività era sola e sperimen- tata. Una molo sì grande di desiderii privati pareva desiderio pubblico, e benché gl’ indirizzi provocati fossero ormai usalo divisamente, pure nel congresso di ^ ienna se ne tirò argomento a prò di Gioacchino, sia che ogni molto nella mente degli uomini ha possanza, sia che non supponevasi tutta intera la napoletana società menzognera e corrotta. 241 LIB110 SETTIMO — 1814 Tra numero sì grande d’ indirizzi due primeg- giavano, l’uno dell’esercito stanziato nelle Mar- che, l’altro della nobiltà; perchè due ceti così potenti, soggetti e vicini alla monarchia, chiede- vano i voti col dimandare al re, palesemente o sotto velo, una libera costituzione; altri ordini avevano adombrato il desiderio istesso. Ed al certo de' mille e mille indirizzi, tra sentimenti valsi e lusinghieri, uno prevaleva, ed era il vero: conservare di Gioacchino la stirpe ed il governo, ma frenati da leggi, e perciò il re ne’ discorsi e negli atti prometteva di appagare quella brama pubblica, e con ciò profondamente persuadeva all’universale il bisogno di più libero reggimento. LXXIJ. Ed altro segno di potenza fu creduto il lusso della reggia, al quale inclinavano per propria alterezza il re e la regina, per costume il secolo, e per naturale imbecillità tutta la plebe della umana specie; perciò continue in corte fe- ste, cacce, tornei, ecf al campo di Marte militari esercizi che mostrassero agli osservatori l’ esercito ognor crescente di numero e di bellezza. Magni- fica cerimonia fra tutte, al ritorno dall’ Alemagna delle schiere napoletane, fece l’esercito stanziato in città, che festeggiava que’ ritornati, tra’ quali il generale d’ Ambrosio ferito nella battaglia di Bautzen, il generale Macdonald in Lutzen, i ge- nerali de’ Gennaro e Florestano Pepe feriti in Danzica. r i L’Italia intanto, aperta dopo diecianni a’ viag- giatori , era piena d’ Inglesi e di personaggi di altre nazioni, venuti curiosi, o mandati ad esaminare lo stato de’ popoli e de governi, e sopralutto di OoiLETTAj T. IH. *16 ? 242 LIBRO SETTIMO — 1814 Napoli, acuì gareggiavano due re. Ogni forestiero di fama o grado era ammesso alla reggia, ed ivi per le delizie del luogo e la cortesia de’ principi e le studiate blandizie de’ ministri della corte, (comunque vi giungesse indifferente o nemico) pigliava affetto a Gioacchino ed alla sua causa. Ne’ diporti delle cacce e delle ville era prescritto a’ cortigiani abito uniforme, con segni della casa Murat, e'però di domestica servitù; e frattanto i liberi e superbi Inglesi, i nobili Alemanni, i più caldi sprezzatoli de’ re nuovi, io ho visti, e tutti, non costretti, non incitati, ornarsi di quelle ve- sti e menarne vanto e superbia. La regina d’In- ghilterra, allora principessa di Galles, venne in Napoli e fu accolta nella reggia come si conve- niva al grado di lei*ed alle speranze che Gioac- chino avea poste nella politica inglese. E colei rendendole ricevute grazie, mostravasi riverente a’ sovrani del luogo. LXX1II. Ad una di cotali feste, in Portici, negli appartamenti della regina Murat, giunse da Vien- na l’annunzio, che la regina di Sicilia Carolina d’Austria era morta nel castello di Hetzendorf la sera del 7 di settembre di quell’anno i 8 i 4 5 cosi all’ improvviso, che le mancarono gli ajuti del- l’arte e gli argomenti di religione; perocché fu trovata morta, sola, mal seduta sopra seggiola, in posizione sforzata e terribile, con la bocca in atto di profferir parola, e la mano stesa verso il laccio di un campanello a cui non giungeva; e si che a vederla dicevasi che non le fosse bastata la forza e la voce a chiamar soccorso. Fu creduto che ella morisse di dolore, perchè in quel tempo ì — ?— ? LIBRO SETTIMO — 1814 243 le sorli di Gioacchino erano, nel congresso, più delle sue fortunate; e’1 giorno innanzi i ministri di lei rammentando le ragioni della casa Borbo- nica al trono di Napoli, ne avevano avuto in risposta l’ acerbo ricordo delle esercitate crudeltà del 99; ed a lei, poche ore innanzi del morire, indiscreto cortigiano avea riferito (vero o falso, ma in Vienna divolgato) il motto dell’ imperatore di Russia: u non potersi, or che si curava dei popoli, rendere al trono di Napoli un re carne- fice (Ferdinando) ». Visse quella regina anni più che sessantadue, de’ quali quarantasei sul trono. Di lei rammenta la istoria atti di grandezza e di crudeltà, avendo per natura animo eccelso e ti- rannico; onorata nelle reggie straniere, superba nella propria reggia, splendida, ingegnosa, fu ne’ primi anni di regno ammirata da’ soggetti; ma dipoi, per le rivoluzioni di Francia, destati in lei sensi di vendetta e di timore, divenne ingiu- sta, spietata, persecutrice di virtù, incitatrice e sostegno alle più turpi azioni che giovassero al dispotismo. Ella suscitò nel marito i primi so- spetti contro i sudditi; ella compose lo spionag- f io, la polizia, i tribunali di stato; per consiglio i lei le ingiuste guerre, le finte paci, giuramenti e spergiuri; da lei gran parte delle crudeltà del 99, da lei traevano principio ed alimento le di- scordie civili che per otto anni travagliarono il Regno; in lei trovavano speranza e adempimento le ambizioni di tra Diavolo, Canosa, Guarriglia ed altri tristi. Perciò di vita colpevole fu la fine non pianta; e poiché morì in mezzo al congresso de re, l’imperatore d’Austria, non volendo anneb- Digitized by Googte »'i\ LIBRO SETTIMO — 1814 biareJo splendore c la gioia della città, vietò il • bruno, e la fortuna negò alla sua memoria per fino le apparenze del dolore. Ma nella reggia di Murat, la sua dignità non comportando che la sentita allegrezza per la morte della nemica tra- sparisse, i due sovrani si ritirarono, e la festa si sciolse. Altri più prosperi annunzi pervennero a Gioac- chino. In certe nuove condizioni di alleanza fer- male a Troye prima che Buonaparte cadesse, l’Austria, la Russia, la Prussia e la Inghilterra pattovirono di dare in Italia al re Ferdinando di Sicilia il controcambio dei perduti domimi di Na- poli. In altro atto di quei potentati, conchiuso più tardi in Chaumont, erano confermati i patti del- l’alleanza dell’Austria con Gioacchino. E poi nel congresso di Vienna, contrastando quei re su la Polonia, stando per una sentenza Russia e Prus- sia, per l’altra l’Austria, Francia ed Inghilterra; e le due parli lusingando i potentati stranieri per aversegli amici, il re di Napoli chiesto di lega dalla Russia per ambasciata, dall’ Austria per let- tere di Francesco I, temporeggiando con l una rispondeva all’ altro concordandosi alla sua po- litica. LXXIV. Ma presto le fortune mutarono. Cessate nel congresso le contese, accusato il re Gioacchi- no di mancamenti nella guerra d’Italia, sospettato di nuove trame ed ambizioni, perseguito dal mi- nistro di Francia Talleyrand, che ai doveri della sua imbasciata univa lo zelo di purgar con l’odio i prestati servigi a Napoleone ed ai napoleonici, e sentiva cupidigia di ricevere dal re Ferdinando LIBRO SETTIMO — 1814 243 un milione di franchi per pattovito premio del trono di Napoli: Gioacchino, in tanti modi trava- gliato, non più confidava nella alleanza austriaca; udiva i suoi ministri a Vienna male accetti, i mi- nistri del re contrario ammessi alle conferenze del congresso; il principe di Mettermeli accenna- re le compensazioni, per dare a lui non più come innanzi al suo rivate ^ il re di Francia preparare armi in sostegno del legittimo re delle Sicilie; i principi italiani esagerare il timore di un vicino come Murat, potente, ambizioso, usato alla guer- ra ed a rivolgimenti. Ridotto perciò a confidare nelle proprie forze, volle accrescerle, e diè ca- f ione a nuovi sospetti e querele. E frattanto la rancia e la Italia, semprepiù scontente dei no- velli reggitori, per moti e minacce- davano ap- prensione al congresso. L’imperatore d'Austria chiese a Gioacchino di restituire al papa le Mar- che, e quegli rispondendo rammentò i patti se- greti della lega, a (Forzò di maggiori presidii quelle province, ed attese ad accrescere le fortificazioni di Ancona. L’imperatore nei suoi stati di Milano e \enezia puniva i cospiratori o i contumaci, e il re accoglieva i fuggiaschi e i disertori, gli or- dinava a reggimento. 11 papa dolevasi dei secreti maneggi di un console napoletano, cavaliere Zuc- cheri, che il re scusava; e quando, palesate le trame, il papa minacciò il console, venne di peg- gio minaccialo dal re, che mosse altre schiere verso la frontiera romana e spedì nelle Marche un Maghella suo ministro a concitare, coi segreti modi della polizia e delle sètte, i popoli contro il pontefice. E dall’isola d’Elba Buonaparle, de- w 246 LIBRO SETTIMO — 1814 ]>osta l ira, comunicava amichevolmente col co- gnato e con la sorella; e la principessa Paolina Borghese veniva in Napoli e quindi tornava al- l’Elha, ed altri men chiari ma più arditi perso- naggi giungevano da Longone e Parigi alla reg- gia di Murat trasfigurati, ma sospetti agli amba- sciatori dei re alleati : essi non credendo a’ ministri di Napoli, che in va rii modi male onestavano quelle pratiche- Perciò il congresso di Vienna,, informato di ogni cosa, semprepiù diffidava di Gioacchino, e Gioacchino del congresso. LXXV. Così nella reggia, lieto in viso, agi- tato nell’animo, infaticabilmente operoso, passò Gioacchino alcuni mesi, nel mezzo de’ quali si udì che Ferdinando di Sicilia avea tolta per mo- glie una sua soggetta Lucia Migliaccio, vedova del principe di Partanna, madre di molli figli, di nobile stirpe, di volgare ingegno, e per anti- che libidini famosa. Ella moglie di altrui piacque a Ferdinando di altra donna marito, ed oggi, per fortuna vedovi entrambo, placar vollero i rimorsi della coscienza con matrimonio tardivo. Lo sa- crarono privatamente come in segreto nella cap- pella della reggia, cinquanta giorni poi che fu nota la morte di Carolina d’Austria, duranti an- cora nelle chiese dell’isola ed in» qualcuna della città per la defunta regina gli uflicii funerei. Eri altre cose sapevansi della Sicilia. Il re Fer- dinando avea ripigliato il governo de’ popoli, giurata la costituzione dell’anno ia, aperto, di- scòfilo, riaperto il parlamento, ragionando da re benigno, risoluto ad osservare e sostenere quel novello politico reggimento. Delle quali cose ral- Digitized by GoogU LIBRO SETTIMO — 1814-15 247 legravasi la Sicilia, e la fama narrando ed esa- gerando viepiù accendeva i nostri desiderii e la speranza di governo migliore. I carbonari tumul- tuavano, c Gioacchino temendo che opinioni così numerose, a lui contrarie, distruggessero la im- magine della unanimità ostentata con gl’indirizzi, ammollì o finse di ammollire lo sdegno, propose accomodamenti alla sella, la inanimì, la fece au- dace. Lo stato morale delle due Sicilie nuoceva in doppio modo a Murat, che qui decadeva la sua potenza e’1 suo credito, là il credito e la po- tenza del nemico cresceva. Perciò egli che un. mese avanti aveva bandito libero il commercio con quell’isola, ora, vedendo le sperate insidie convertirsi in pericoli, per novelli decreti lo im- pedì. 11 re Ferdinando imitò F esempio, i due stati tornarono come nemici. CAPO QUINTO .Fugge dall’Elba l’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove guerra in Italia; vinto da' Tedeschi abbandona il~ Regno. Ferdinando Borbone ascende al trono di Napoli. LXX VI. Le feste in corte al cominciar dell’ anno i8i5 furono di tutte le precedenti più splendide, meno liete, perchè in Gioacchino ì sembianti di sicurezza non velavano abbastanza le agitazioni dell’animo, nè l’apparente riverenza de’ ministri stranieri copriva la loro segreta avversione, e fra le allegrezze della reggia trasparivano le incer- tezze del futuro e le inquietudini. Gli apparecchi di guerra a comune maraviglia crescevano, i 243 LIBRO SETTIMO — 1815 moti nella casa erano più grandi e più concitati, 10 spedir de’ corrieri continuo, l’arrivo, la par- tenza de’ forestieri frequente quanto non mai. Ed ecco, dopo alcuni giorni di straordinario com- movimento, giungfe nuova che l' imperatore Na- poleone, imbarcato il dì 26 di febbraio a Porlo Ferraio, con mille soldati veleggiava verso Fran- cia. 11 messo che a Gioacchino recava l’avviso della partenza, perocché il disegno gli era noto, giunse in Napoli nella sera del 4 di marzo, men- tre ne’privali appartamenti della regina, con po- chi cortigiani, ministri ed ambasciatori stranieri, stava il re a diporto. Andò con la moglie, chia- mati ad altra stanza, ed indi a poco tornando riferì con allegrezza la ricevuta notizia e sciolse 11 circolo. Al dì seguente mandò lettere per solleciti messi alle corti d’Austria e d’Inghilterra, dichiarando che^ felici o sventurate le future sorti dell’ impc- rator Napoleone, egli, stabile nella sua politica non mancherebbe alle formale alleanze; le quali, dichiarazioni erano inganni, però che sensi con- trarii chiudeva in cuore. Sconfidava dell’ Austria e del congresso, c ne ricordava i mancamenti e le minacce; riposava nella" fortuna di Buona- parte, e già sembra vagli di vederlo sul trono, { >otente e primo in Europa; gli premeva il cuore a memoria delle recenti offese fatte alla Francia per la guerra d’Italia, e sperava di ammendarle per opere che giovassero all’ardita impresa del cognato. Ed in mezzo a questi pensieri spuntava l’ambiziosa voglia d’impadronirsi della Italia; e prendere quel destro a farsi grandissimo, per poi Digitized by Gc LIBRO SETTIMO — 1815. 2» patteggiare dopo gli eventi con l’ Austria o con la Francia, qualunque restasse vincitrice. Sorpren- deva i Tedeschi, non temeva per lo armistizio gl’inglesi, nè gli alleati, solamente rivolti alla guerra di Francia. Ciò che mancava a’ suoi dise- gni lo sperava dalla fortuna, ed a tutte le obbie- zioni del proprio senno rispondeva co’ ricordi della sua vita. Ma trattenevano il proponimento i ministri, i consiglieri, gli amici, la moglie; il qual contrasto lo indusse a convocare un consiglio, non per se- guirne le sentenze, ma sperando di sedurre le altrui opinioni, persuader tutti alla guerra, spe- gnere le contrarietà , muovere all’ impresa per una- nime sentimento. Palesò allora per la prima volta, e forse amplificò i suoi timori dal congresso, le speranze e i maneggi nel! Italia-; rappresentò l’ e- sercito di ottantamila soldati, e quattordici bat- taglioni di milizie provinciali, quattromila guar- die doganiere, duemila forestieri, ed una milizia civile numerosissima : tutto il regno levato in ar- mi. Disse l’ Italia intorno al Po preparata e som- mossa in suo favore, citò inorai de’ partigiani e le forze; un di questi accertava avere assoldati dodici reggimenti, e tener pronti dodicimila ar- chibugi; altro in distanza del primo nutrir quattro reggimenti armati; un terzo, di cui taceva il no- me, personaggio alto .e potente, trarre seco il maggior nerbo del già esercito italiano ed unirlo a’ISapoletani per la comune causa della indipen- denza; soccorsi che i partigiani di Gioacchino, millantando, avevano esagerati; ed erano creduti in parte da lui, nulla o minimamente dal con- siglio. > i » I Digitized by Google 250 LIBRO SETTIMO — 1815 Il re proseguendo diceva, che negli attuali moti di Europa nè si doveva scemare l’ esercito nè con le entrate pubbliche di Napoli si poteva man- tenerlo; o dunque abbisognavano nuove taglie, 0 farlo vivere sopra altre terre ed altre genti. Poi ragionando della politica europea rappresentava 1 pericoli della civiltà, non solo temuti ma speri- mentati, e rassegnava in argomento tutti gli stati d’Italia; il retrocedere del Piemonte, la ingan- nata e oppressa repubblica genovese ,* il regno italico disciolto, i Lombardi abbieltati, tutta l'an- tica Romagna minacciala della barbarie papale, ed in Roma la tortura rialzata. Si poteva confe- derarsi a’ nemici di Buonaparle, sospirando ei diceva, quando accertavano voler la Francia fre- nata non oppressa, e le sorti de’ popoli migliorate, e gli antichi re ammansiti, e non perduto il fruito de travagli di trent anni, e de’ pensieri di due secoli; ma che oggi, vista scopertamente la poli- tica del congresso, il combattere per quelle parti saria misfatto di offesa civiltà. Eppure tante ragioni e speranze non lusingavano il consiglio, il quale componendosi di Napoletani e Francesi, vedendo nella guerra pericoli per la Francia, pericoli maggiori per Napoli, ed in Gioac- chino passione più che senno ed ambizione, non politica di re italiano, concluse: che si attendes- sero le risposte da Vienna e Londra alle lettere del 5, si scoprissero dell’Austria (or che il tempo e gli avvenimenti la stringevano) le vere inten- zioni sul trono di Napoli; si aspettasse la fine della impresa di Buonaparte; e la decisione del con- gresso europeo su le cose di'Francia. A questo. Iloogtó LIBRO SETTIMO — 1815 251 il consiglio si sciolse ; ma nel re non scemò il pro- f ioni mento di guerra; gli apparecchi incalzavano, e nuove leggi riformatrici del regno cadevano, la speranza di costituzione mancava, tutti gli at- tesi benefizi pubblici erano spenti o allentati, ed un gran pericolo soprastava. Manifestato il pen- siero del re, le opposizioni furono maggiori, pub- bliche, vane; già i destini di Murat si compivano: a’ dì i5 marzo i8i5 palesò la guerra. LXXVII. La idea che oggi dicono piano di guer- ra, tenuta occulta da Gioacchino, si mostrò com- battendo. L’esercito destinato all impresa, ben- ché per grido di cinquantaduemila soldati, era nel fatto di trentacinquemila, e cinquemila ca- valli e sessanta cannoni. Si esagerava il vero per gli usati inganni, e per rassicurare i popoli d’I- talia che si speravano partigiani. Nè maggiore poter essere, perchè abbisognavano molte schiere nel Regno a difenderlo da’ temuti assalti e maneg- gi del re di Sicilia; e perchè la milizia napoletana non era veramente così poderosa come Gioacchino affermava, nè tutta buona alla guerra. Il quale esercito attivo era diviso in due parti, guardia e linea; quella componendosi di due legioni, una di fanti, altra di cavalieri (seimila soldati); que- sta di quattro legioni, una di cavalieri, tre di fanti (ventino vernila combattenti): comandava- no le legioni della guardia i generali Pigna- telli, Stróngoli e Livron; quelle della linea i ge- nerali Carrascosa, d’ Ambrosio, Lecchi e Rossetti; il generale Millet era capo dello stato -maggiore, dirigeva il Genio il generale Colletta, l’ artiglieria il generale Pedrinelli; teneva il comando supre- 252 LIBRO SETTIMO —, 1815 mo il re. L’artiglieria, i zappatori, la cavalleria, armi che richieggono studio d’arte e lungo uso di guerra, erano meno buone della infanteria. De’ fanti tre reggimenti venivano dagli uomini
  • . Accorse il re valicando per il ponte con quanti aveva fanti e cavalli} ed allora il nemico già me- nomato per morti, e scorato dall’impetuoso come che infelice assalto di piccol numero di cavalieri, sonando a raccolta, imprese a ritirarsi} i batta- glioni Napoletani restati lungo tempo a difesa su la sponda del fiume, e ’l generale Carrascosa con altri pochi, ritornati con più vigore ad offendere. Uccisero al nemico molti uomini, molti presero} impedirono al generale tedesco Stefanini, già fe- rito, di unirsi co’ suoi battaglioni al grosso del- l’esercito, e ’1 prendevano se avessero avuti cavalli meno stanchi o più giorno a combattere. I Tede- schi, fuggendo , traversarono Modena } i Napoletani vi entrarono e ristettero. In quella battaglia lenta, male ordinata, il nemico perdè mille soldati morti o feriti o prigioni} noi settecento: reggeva i Te- deschi il generai Bianchi*, i Napoletani, il re. Del generale Filangieri il dubbio ai morte ed il non più combattere in quella guerra furono all’eser- cito napoletano cordoglio e danno. LXXXI. Nello stesso giorno e ne’ due seguenti, la seconda legione napoletana prese Ferrara , mille Tedeschi che presidiavano la città ripararono nella cittadella} la terza guernì Cento e San Gio- vanni} la prima occupò senza contrasto Reggio, Carpi e tutto il paese tra il Panaro e, la Secchia. A 5 dì 7, appena chiaro il giorno, la legione secon- CoLLETTA, T. III. 17 258 LIBRO SETTIMO— 1815 da investì il ponte di Occhiobello, forte per mu- nimcnti e soldati; riuscì vano l’assalto, nè dal combattere di un giorno derivò benefizio a’ Na- poletani fuorché spingere il nemico nella testa- di-ponte. Al dì vegnente fu visto che bisognavano per espugnarla le artiglierie di maggior calibro, non bastando quelle di campo; ma l’indole ira* petuosa del re ed il bisogno di sollecite vittorie non soflerendo «ritardi, e sperando che il nemico mal difendesse quel posto, sei volte la legione assaltò, ed altretante respinta, perdè non pochi soldati, molti uffiziali furon feriti, il re sempre esposto a’ pericoli; e la fama andò per la Italia divolgando ed amplificando, col nessuno succes- so, i danni e i rischi di que’due giorni. La legione accampò dove aveva combattuto, aspettando le più grosse artiglierie, il re tornò a Bologna per gravi cure di guerra e di governo. LXXXlI. Ivi alfin seppe i casi delle due le- gioni della Guardia mandate in Toscana sotto i generali Pignatelli-Stròngoli e Livron, pari di grado, pari di autorità, senza che l’uno avesse impero su l’altro, tal che operarono per accordi non per comando, bizzarra e nuova composizione di esercito. Giunsero quelle schiere (seimila tra fanti e cavalieri) nei dì 7 ed 8 di aprile in Fi- renze, avendo per fallato cammino perduto un giorno, ritardo grave nelle sollecitudini di quella r erra. Dovevano traversare la Toscana, e con presenza e i discorsi sommoverla a prò nostro, impegnare le sue milizie ad unirsi a noi per la causa d’Italia, combattere e vincere pochi Tede- schi rètti dal generai Nugent, e così accresciute LIBRO SETTIMO — 1815 239 di grido e di soldati recarsi per Pistoia e Mo- dena. All’entrare in Firenze de’ primi squadroni napoletani, il gran duca Ferdinando III si riparò a Pisa, ed il generale Nugent a Pistoia con tre- mila soldati, de’ quali mille e più Toscani, che non di proprio grado ma per obbedienza segui- vano i Tedeschi. Frattanto a Livorno erano ap- parecchiate per ultimo scampo le navi, non spe- rando il generai Nugent di resistere a schiere due volte più forti. I Napoletani, perduto in Firenze un altro giorno, e mossi il di 9 verso Pistoia, affronta- rono a Campi piccola mano di Tedeschi e la fu- S arono; numero maggiore ne stava a Prato, che opo breve resistenza ordinatamente si ritirò: i Napoletani diedero due giorni al piccolo cammino di dieci miglia toscane. La mattina del dì 1 1 le legioni avanzavano sopra Pistoia. Pistoia è delle antiche città d’Italia cinte di mura, ma, per molti originari difetti e per lo abbandono che deriva da lunga pace, inabile a resisterei i Tedeschi vi stavano a ricovero non a difesa, presti ad abban- donar la città quando le vedette avvisassero l’ap- pressamento de’ Napoletani. Ma questi, dopo sei miglia di cammino, inopinatamente si arrestarono per aspettare le mosse del nemico e i rapporti delle genti mandate a scoperta. E mentre 1 rede- schi non muovono avendo a felicità quel loro insperato riposo, voci vaghe e bugiarde dicevano che si affaticassero a novelle /orticazioni ; e che, lasciato in città bastevole presidio e buona riserva in Pescia, marciassero con due squadre nume- rose e gagliarde alle spalle de’ nostr i, per Poggio 2(50 LIBRO SETTIMO — 1815 a Caiano e Fucecchio. Onde i due generali, cre- duli a quelle nuove, levato il campo da Prato, si raccolsero a Firenze. Narrerò a suo luogo i loro fatti nel resto della guerra. LXXXI11. Tali cose in Bologna seppe Gioac- chino, e vidde che al maggior uopo gli mancava la Guardia, riserva dell’esercito. Pochi giorni avanti, quando stava sul Fo assaltando Occhio- bello, avea ricevuto un foglio di lord Bentinck, scritto da Torino il 5 aprile, nel quale l’altiero Inglese diceva: « Che per i patti della confedera- si zione europea e per la guerra mossa dal re si all’ Austria, senza motivo, senza cartello, egli, s> tenendo rollo l’armistizio tra Napoli eia Inghil- si terra, con tutte le sue forze di terra e di mare s> ajuterebbe l’Austria ». Minacce terribili a Gioac- chino, pensando allo stato interno del Regno ed agli apparecchi ostili del re di Sicilia. Le speranze ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse svanite, perocché gli editti e i discorsi del re non altro avean prodotto che voti, applausi, rime pubbli- cate, orazioni al popolo, ma non armi c non opere; ossia molti per lo avvenire cimenti di po- lizia, nessuno di guerra. I dodici e i quattro reg- gimenti promessi, erano per vanto, non veri; si aprì registro di volontari e restò quasi vuoto; i tenuti in prigione da’ Tedeschi per colpe o so- spetti di stato, fatti liberi da noi, tornavano quieti alle case, ammaestrali non irritati dal carcere; la lìdanza che le milizie italiane si unissero alle no- stre era allatto perduta, da che un reggimento modenese afforzava i Tedeschi di Bianchi, e due di Toscana i Tedeschi di Nugent; nè quelle al- 261 LIBRO SETTIMO — 1815 leanze^ nè la nemicizia per i Napoletani erano volontarie, ma le sforzava condizione de’ tempi e calcolata misura de’ pericoli e de’ successi:- con- sigliataci benevoli di vivere modesto e riposato, ma contrarie alle imprese ed a’ rivolgimenti. Per- ciò i tumulti italiani del i8i4j che per lo passato avevano servilo a precipitare i consigli di Gioac- chino, nel presente operavano scandalo e danno comune. Sì che meno infelici sarebbero le no- stre genti se avessero il cuore libero come il lab- bro, o servo il labbro ed il cuore Considerazioni sì gravi ed inattese indussero il re a radunare in consiglio i suoi ministri ed i primi de' generali: essendo antico fallo nelle av- versità di fortuna dimandare consiglio a’ minori; ossia attenuare in questi le persuasioni e l’obbe- dienza quando si vorrebbero e maggiori e più cieca; ed eccitare in parecchi, per la inevitabile varietà delle sentenze, il desiderio quasi direi di alcun danno, per poi menar vanto del proprio ingegno a biasimo de’ contraditori. Espose il re al consiglio i primi disegni, rammentò le prime venture, e dipoi la mancata spedizione della To- scana, la tregua rotta dall’Inghilterra, eie tradite promesse de’ popoli e partigiani d’Italia, proseguì discorrendo il numero e le posizioni del proprio esercito, ciò che sapeva de’ Tedeschi, gli appa- recchi ostili del re di Sicilia, ed i moti interni del Regno; dimandò libero consiglio: e i consi- glieri osservando l’esercito spicciolato tra Reggio, Carpi e Ravenna (cento miglia italiane), senza seconda linea, senza riserva, di modo che un impeto ed una fortuna potea decidere della guer- •f>2 LIBRO SETTIMO — 1815 1 ra , e vedendo le forze e le posizioni nemiche assai più potenti delle proprie, deliberarono di tenere i luoghi attualmente occupati, solo per aver tem- po da mandare indietro gli ospedali e i bagagli; , e che, non deposta la prima speranza, si cercas- sero altri campi e terreno più adatto a combat- tere schiere maggiori. Allo sciogliere dell'adunanza il re ordinò: che i le tre legioni fortificandosi ne' campi, ristessero dall' assaltare il nemico, o, assalile, il trattenes- sero volteggiando, non combattendo; che fusse di Toscana richiamata la inoperosa Guardia per le vie più brevi di Arezzo e San Sepolcro; si sce- gliessero nuovi campi dove i monti Apennini, accostando al mare Adriatico, con le ultime pen- dici toccano il lido; e si raccogl ‘lessero in Ancona tutti gl’impedimenti dell'esercito. LXXXIV. I Tedeschi su la riva sinistra del Po li crescevano di nuove schiere spedite con gran ce- | Ieri là dall’ Alemagna, sì che i ventiquattro mila i combattenti del cominciar della guerra in tre set- timane doppiarono;, aumentarono i presidii e i provvedimenti di tutte le fortezze transpadane, Venezia si affaticava alle difese; e di tante solle- citudini erano motivo la troppo temuta dall’ Au- stria, come già troppo sperata da Gioacchino, ita- liana rivoluzione. Quindi maravigliava della nostra lentezza 1 esercito tedesco; ma dipoi, sapute le ra- gioni, assaltò Carpi guernito da tremila ÌNapole- tani che il generale Guglielmo Pepe reggeva. Il primo impelo andato a vuoto, i Tedeschi acci e* sciuti di numero e tornati alla città, la espugna- rono; fecero prigioni quattrocento de nostri, altri Digitized by Google LIBRO SETTIMO— 1815 263 cento ne uccisero ; perderono de’ suoi quasi altre- tanli, ed inseguirono per lungo spazio il generai Pepe che disordinatamente si ridusse a Modena. 11 campo napoletano di Reggio per la caduta di Carpi stava in pericolo; ma il re facendo muovere sopra Mirandola la legione ch’era in Cento, il nemico, minacciato sul banco, si arrestò; e le schie- re di Reggio unite alle altre di Modena, insieme ritirandosi accamparono dietro al Panaro. La le- gione terza, abbandonata Mirandola, tornò alle an- tiche stanze; e il nemico rincorato dal riacquisto di molte terre, attendendo ad ordinarsi a guerra offensiva, passarono cinque giorni senza com- battere. j Ma il i5 di aprile un reggimento napoletano e piccolo squadrone di cavalleria, accampati a Spilimperto con mala guardia, furono attaccati così alf impensata che mancando tempo al consi- glio di resistere o trarsi addietro, fuggendo e la- sciando pochi prigioni, ripararono confusamente dietro alla prima legione a Sant’ Ambrogio. Col cadere di Spilimperto venendo in dominio del nemico le due sponde del Panaro, non più quel fiume era difesa per l’esercito napoletano; e frat- tanto finiti i movimenti ordinati per il consiglio di Bologna, vuotati gli ospedali e i magazzini, e indietro apparecchiati viveri e campi, u re pre- scrisse che la prima legione accampasse dietro al Reno, la seconda marciasse per Budrio e Lugo sopra Ravenna, la terza per Cotignola sopra Forlì. £ d’altra parte i Tedeschi, baldanzosi per i facili successi del mattino, assaltarono nel mezzo gior- no la prima legione sul Reno. Di questa facendo 264 LIBRO SETTIMO — 1815 parie i soldati fugati a-Spilimperto, dimandarono tumultuosamente di combattere; e’1 generai Car- rascosa, viepiù concitando il generoso rossore , gli mosse contro il nemico, e lo vinsero. Ma quello indi a poco venne più forte, sì cbe metà della legione schierò a battaglia tra 1 nemico ed il fiu- me, e metà come in riserva nell’ altra sponda. Tre volte i fanti Tedeschi assaltarono, tre volte re- spinti, una quarta' più impetuosamente i cavalli ungheresi, e furono ancor essi trattenuti e fugali. Dopo tre ore di combattimento, i Napoletani man- tennero il campo, i Tedeschi se ne scostarono di alcune miglia: cinquanta de’ primi, duecento e più de’ secondi vi furono morti. La notte, il re andò ad Imola; e tutto l’esercito, abbandonata Bologna, marciò in ritirata, senza che il nemico disturbasse il cammino. LXXXV. 11 re fermatosi un giorno ad Imola, intese cbe l'oste intera tedesca destinata alla guer- ra offensiva contro noi, e se felice alla conquista del regno, componevasi di quarantaseimila sol- dati in due eserciti, l’un de’ quali (trentamila uo- mini) guidava il generai Bianchi per la via di Fi- renze, l'altro (sedicimila) sotto al comando del generai Neipperg seguiva il nostro cammino per la strada Emilia , e cbe reggitore supremo di quella guerra era non più Frimont ma Bianchi. Questi avvisi bastavano a palesare la mente del nemico; il quale, credendo che Gioacchino ritirasse l’eser- cito e disperato cercasse non più combattimenti ma salvezza, disegnava di ritardarlo con le schiere di Neipperg, precederlo sul Tronto con quelle di Bianchi, stringerlo nel mezzo, ed averlo prigione o romperlo combattendo. Digitized by Googl LIBRO SETTIMO — 1815 265 Ma dall opposta parte il re si rallegrò vedendo separati i due eserciti nemici dalla catena degli Apennini; e sè poco men forte di Bianchi, assai più forte di INeipperg, e quei due raggirarsi fra linee esteriori, stando nel mezzo l’esercito napo- letano intero e libero di affrontare or l’uno or 1 altro. Ma per farsi maggior profitto di quegli errori del nemico, bisognava combattere i due eserciti quando erano tra loro a maggior distan- za; e venire a giornata prima con Bianchi che con Aeipperg. Le quali condizioni si avveravano a dintornidiMacerata, allora Bianchi trovandosi al- lo scender de’monti verso T olentino, Neipperg alle opposte pianure del Cesano, e noi nelle forti po- sizioni del mezzo, con Ancona nostra sul fianco. Si trascuravano i monti, gagliardi alle difese, di Colfìorito e Camerino, perchè il disegno di quella guerra consisteva non già nel trattenere il nemi- co, ma vincerlo, essendo l'indugio contrario a noi; e perchè se quei monti erano presi da noi, tornava intero l’esercito tedesco, e rimaneva lon- tana ed inabile a soccorrerci Ancona. Era dunque in Macerata il fine della guerra; ma per giungervi facean d’uopo a’ Napoletani venti giorni di cammino e di travagli. 11 re tenne chiusi quei pensieri; fuorché (comandato prima il segreto) al generale del Genio, del quale abbi- sognava per riconoscere i campi opportuni al combattere, ed il terreno da percorrere; condi- zioni necessarie a governare il cammino dell’e- sercito, cosi da farlo giungerla Macerata, quan- do Bianchi appena era in Tolentino, ed appena Neipperg al Cesano; chè il più tardi come il più 266 LIBRO SETTIMO — 1815 presto distruggeva la pienezza de’ suoi disegni. \ alevasi in quelle mosse geometrica misura, e tal si tenne di modo che la ritirata dal Po, o^tù oscura o schernita, si citerebbe ad esempio di strategia se fosse stata fortunata quanto saggia. * LXXX\ 1. Marciò l’esercito da Imola aTaenza, indi a Forlì, indi a Cesena, senza fatti di guerra, perchè IVeipperg osservava quei movimenti e gli seguiva in distanza. Della Guardia sapevasi che viaggiava verso Foligno, dapoichè i suoi generali sempre più creduli alle false voci ed alle appa- renze di guerra, che il generai INugent scolta- mente simulava, abbandonarono Firenze; e‘J pre- cipitoso partire fu cagione che lettere del re ed un u/hziale della sua casa che le recava cades- sero in mano al nemico. Ritornavano quelle due legioni per Arezzo e Perugia, a gran giornate, senza Fonor di alcun fatto d’arme, o di fortuna odi sventure; e dell onta de capi vergognose. Per attenderle, e per dare al generai Bianchi tempo convenevole al suo lungo cammino, il re fermò 1 esercito dietro al Ronco, accampando l’avan- guardo a Forlimpopoli, il centro tra Bertinoro ed il Savio, la riserva in Cesena e Cesenatico. Così per due giorni. Al mattino del terzo, ISeip- perg smascherò dodici cannoni messi in batteria 6U la sponda del Ronco, e fece guadare il fiume da due battaglioni di fanti ed uno squadrone di cavalleria; che tosto assalito da schiere maggiori, lasciando sulla nostra sponda quaranta morti o feriti, trenta prigioni, si ritirarono. Poi a notte bruna, o in ora tarda, ed a poca distanza del cam- po napoletano, guadavano lentamente sette bat- LIBRO-SETTIMO — 1815 267 taglioni tedeschi e due squadroni di cavalli} il primo battaglione che giunse al lido si ordinò in quadrato, gli altri sei lo seguivano: i cavalieri ar- rivando spiegavansi a battaglia. Una pattuglia del campo gli scoprì; ed allora il comandante de’ Na- poletani, maggiore Malchevski, polacco a nostri stipendii, animoso ed esperto alla guerra, fece disegno d’ingannare nelle tenebre il nemico ve- nuto ad ingannarlo; condusse un de’ suoi batta- glioni chetamente sul fianco diretto de’ Tedeschi, e lo schierò a martello nel fiume; con un secon- do battaglione e trecento cavalli, e grida, spari e batter d armi gli assaltò nella fronte trovandoli in parte ordinati e parte in cammino. Eglino ben- ché sorpresi combattevano; ma non vedendo per la oscurità nè la nostra linea nè la propria, ed avendo perduta la forma e la idea delle ordinan- ze, sentivano il combattimento cosi di fronte come alle spalle ed a’ fianchi, e parevano colpi del ne- mico i colpi propri. Si ruppero infine, e disordi- natamente rivalicarono il fiume; ma poiché com- battendo e perdendo eransi arrestati, s imbatte- rono sotto la linea del battaglione napoletano messo ad agguato nell’acqua; al quale, credulo amico, confidentemente avvicinandosi e dando voce di riconoscimento, scoperti tedeschi, ebbero in risposta più offese, più morti e più danni. Cin- quecento morirono, e appena cinquanta dalla no- stra parte; erano quattromila i perdenti, mila e quattrocento i vincitori: del maraviglioso suc- cesso cagioni la notte, e l’ ardila pruova del Mal- chevski. 11 re avvisato di quello ardire, nuovo alla pru- SG8 LIBRO SETTIMO — 1815 «lenza «li Neipperg, immaginando che necessità 10 spingesse a combattere, sperò battaglia per il jlì vegnente. Egli non poteva cercare il nemico ne’ suoi campi, perocché quello ritirandosi lo avrebbe menato lontano dalla frontiera del Regno, e dato tempo ed agevolezza alle opere di Bianchi, degl’inglesi e «lei re di Sicilia, ma desiderava di essere attaccalo dal i\eipperg,conlidando, mer- cè il maggior numero di combattenti e la mag- gior arte di vincerlo. Perciò nella notte stessa levò 11 campo della sponda del Ronco, sguarnì For- limpopoli, retrocedè, e sebbene ordinato a batta- glia, parte delle sue schiere mostrò, parte nascose. Dalle quali apparenze non adescato il Tedesco fece passare quietamente l’intero giorno della sperata guerra. Al dechinare del sole il re mandò a Neip- perg un suo ulliziale, che, sotto specie di chieder pace o tregua, espiasse ne’ campi la cagione delle ardite mosse della notte e del troppo senno del giorno. L’ufKziale subito accolto e trattenuto ne- gli alloggiamenti del generale tedesco, nulla sco- prì e recò a Gioacchino risposte cortesi ma con- trarie agli accorili. LXXXVII. L esercito napoletano, già impove- rita Cesena di vettovaglie, passò a Rimini. Gli or- dini furono mutati: la legione prima andò in re- troguardia, la terza al centro, però che il capo di «piesta, generai Lecchi, si mostrava scorato, e, come avviene, trasfondeva ne’ soggetti il mal con- cepito terrore; era il Lecchi bresciano, chiaro nelle guerre d Italia e «li Spagna, ma col mutar di età e di fortuna mutò di animo. La retroguardia «lo- vea sola trattenere tutto l’esercito del Neipperg LIBRO SETTIMO — 1815 289 quanto il resto delle schiere napoletane si affron- terebbe con Bianchi ; e perciò abbisognavano squa- dre obbedienti a buon reggitore. Restammo a Ri- mini due giorni; nel qual tempo il generai Napo- letani lasciato a Cesenatico con mille e ottocento • soldati tra fanti e cavalieri, sorpreso da forze mi- nori e caccialo dagli alloggiamenti, riordinò i fug- gitivi a distanza del nemico; e, ritornando agii assalti, ripigliò le perdute posizioni, con perdita di non pochi morti o feritie trecento prigioni- 11 ge- nerale senz’abito, ma che aveva del suo grado le armi c ’l cappello, incontratosi nelle anguste vie del villaggio ad un capitano di cavalleria unghe- rese, l’un 1 altro, scoperti appena, s intimarono di arrendersi; passarono dalle voci al combattere: e il generale a piede uccise il nemico a cavallo. Le sue schiere nella notte sloggiarono; e ritiran- dosi dietro al Rubicone, accamparono presso Ri- mini. Tutto l’esercito di Napoli, marciando' o arre- standosi, come esigevano le strettezze del vivere o T avvicinarsi del generai Bianchi, passò da Ri- mini a Pesaro, indi a Fano, a Sinigaglia, ed il 2 y aprile ad Ancona: il re, il 3o andò a Macerata dov’ erano arrivate il giorno innanzi le due legioni della Guardia, le quali da lunge per le sue fogge scoprendolo, si posero a mostra, e con voci fe- stive lo accolsero; sperando, lui capo, riscattare le vergogne de’ non propri falli in Toscana. Lo atteso in sin da Imola giorno di Macerata essendo giunto, era vicina la battaglia; ma prima di rap- presentarla, uopo è che io descriva i campi, e rassegni le schiere combattenti, e dica delle due parti le ragionevoli speranze e i timori. 270 LIBRO SETTIMO — 1 8 1 5 LXXXVIII. L’esercito del generale Bianchi era così diviso: sedicimila soldati accampav;yio in Ca- merino e Tolentino; quattromila correvano Ma- telica, Fabriano e tutto il paese che dagli Apen- nini scende a Monte-Milone; altri cinquemila in tre squadre, sotto il comando del generai Nugent, mostravansi a Rieti, a Ceperano ed a Terracina, lungo la frontiera del Regno, per imprese non di guerra ma civili sperando nella incostanza dei n ioli e nella debolezza de' governi nuovi. 1 generale Neipperg con tredicimila u guardava il corso del Metauro, occupava Pergola poderosamente , correva la pendice de’ monti , spingeva i suoi posti sino al Cesano. I resti del Bianchi e del ÌNeipperg, mossi dal Po, stavano per le comunicazioni o agli ospedali. Quegli eserciti alemanni avevano basi diver- f enti: ì due quartieri-generali a Tolentino ed a ano disiavano fra quattro giorni di faticoso cam- mino; Sconcerti si praticavano per Sasso-ferrato, sopra strade alpestri; punto obbiettivo di Bianchi era Macerata, di ÌNeipperg lesi: speranza comune chiudere nel mezzo T esercito napoletano , ed averlo prigione o romperlo. La disciplina in tutte quelle schiere ammirabile, l’obbedienza cieca, il sentimento ancora incerto ne’ capi, ma certo di vittoria ne minori. LXXXIX. L’esercito napoletano campeggiava liberamente tra i Cesano ed il Chienti: la prima legione tratteneva JNeipperg; altre quattro erano a Macerata; aveva Ancona pochi presidii; tutta T o- ste era forte di ventiquattro mila soldati. La di- sciplina debole, necessario effetto de’ passati di- Digitized by Google 4 ** LIBRO SETTIMO — 1815 271 sordini e del comandar molle del re; l’ allupo ab- battuto, non essendo bastato a sollevarlo l’arringa scritta del dì 29, nella quale il re diceva clie la desiderata battaglia era vicina; che insino alloca le mosse dell’esercito, benché apparissero di ri- tirata, erano state a disegno; che il nemico più forte di numero sul Po era menomato camminan- _ do, così che il vincerlo era certo e facile. Gran parte rivelava de’ proponimenti e delle speranze, ma senza frutto perchè non creduto. Incontro alle partite di Nugent stavano il ge- nerale Montigny con tremila soldati negli Abruz- zi, ed i generali Manhes e Pignatelli-Cerchiara con la quarta legione, di cinquemila uomini, nel resto della frontiera: le fortezze del Regno erano, sebben debolmente, presidiate; le milizie civili ordinate; le intenzioni del popolo non ben salde, ma, poiché incerte, prudenti. Del re e de’ primi dell’esercito non erano gli animi abbattuti, nè temerarie le speranze : il re disegnava con quattro legioni (sedicimila soldati) affrontare Bianchi e romperlo; dietro alle vinte schiere spingere due legioni; unire le altre due a quella del Carrascosa, attaccare ISeipperg e disfarlo; avviluppare le co- lonne vaganti nella pendice degli Apennini; e dagli eventi prendere consiglio per il resto della guerra : nel primo combattimento con Bianchi egli era di egual forza, in tutti gli altri maggiore. Quale oggi intorno a Macerata, tali un dì furono le or- dinanze dell’esercito austriaco e del piemontese, rotti in Millesimo; e de’ due eserciti di Vurmser 'disfatti intorno a Mantova; e de’ quattro, sì famosi nella storia, contrastali e vinti dal solo esercito s Digitized by Googte t ' 172 LIBRO SETTIMO — 1815 del Gran Federico in Boemia. Ma diversi daino* stri erano i fati. XC. l’asso il x.°di maggio in riconoscimento e pfovvidenze. A’ a , le legioni d’ Ambrosio e Livron mossero da Macerala verso il nemico; la legione l’ignatelli-Slróngoli restò di riserva in città; la legione Lecchi vi arrivava da Filottrano; Carra- scosa fronteggiava Neipperg sul Cesano. Alcuni Tedeschi di Bianchi allo sbocco delle nostre le- gioni si ripararono da’ dintorni di Macerata nei campi diMonte-Milone, tra 1 Potenza e TChienti; e di là furono, dopo non poca zuffa, discacciati. Ma, ordinati a scaloni, retrocedendo ingrossavano; sì che i Napoletani, avanzando, incontravano mag- gior pericolo e fatica. Uno de’ nostri reggimenti, il terzo-leggero, assalì di fronte una posizione forte, fortemente guernita, e fu respinto; vi ac- corre il re, incoraggia i soldati, dietro di lui gli riconduce al nemico: e, perditore, si arretra: il generale d’ Ambrosio è ferito; il posto non espu- gnato di fronte, è subito raggirato, e preso. Pro- cederono le schiere napoletane per nuovi felici fatti d’armi sino a vista di Tolentino; ma poiché il giorno mancava, posero il campo dov’era stata la guerra. 1 Tedeschi, che avevano combattuto validamente nelleprime ore, debolmente nel resto della giornata, perderono seicento uomini, metà morti o feriti, metà prigioni; ebbero i Napoletani cento feriti o morti: le forze combattenti erano eguali, ottomila soldati da ogni parte. Parve au- gurio felice: andarono corrieri a Napoli per dar quelle nuove amplificandole, ed al generale Car- rascosa per dirgli di tenersi in punto di attaccar LIBRO SETTIMO — 1815 273* Neippcrg. Il qual INeipperg, ignorando per le di- sianze i fatti di Macerata , nulla operava per aju- lare l’esercito compagno. Fu lunga l'alba del 3, coperta da nebbia den- sissima che nascondeva i due eserciti. Nella notte nuove schiere tedesche vennero a Tolentino; e per la opposta parte la legion Stróngoli giunse al cam- po, quella di Lecchi restò in Macerata per la spe- ranza di volgerla contro INeipperg, bastando tre legioni, nella mente del re, a vincer Bianchi. Ma, diradata la caligine, fu visto fortissimo il nemico (sedici mila uomini almeno) schierati sopra i colli che fan cortina alla città, poggiando il fianco de- stro al Chienti, il sinistro ad un monte aspro e difficile, ed avendo innanzi al centro due poggi, quasi sporgenti nelle nostre linee. Le quali, obli- quamente ordinate dirimpetto al nemico, appog- giavano anch’esse la sinistra al fiume, la diritta al monte; dodicimila soldati. E frattanto il re non } >erduta speranza di vincere il nemico più forte asciò in Macerala la terza legione; ed egli primo cominciò le offese. Comandò che da’ poggi più vicini fusse cac- cialo il nemico, e la Guardia speditamente lo di- scacciò. Le due ale della nostra linea mossero per meglio ordinarsi col centro, e Bianchi a quelle viste chiamò dall'ala diritta parecchi battaglioni a rinforzare il suo fianco sinistro minacciato e men forte, il quale passaggio fu creduto da Gioac- chino principio di ritirata, ma presto conobbe ch’era novella ordinanza minaccevole a noi. Le foruiazioni de’ Tedeschi erano più a difesa che ad offendere, e le nostre in contrario; ma Gioac- Cou.etta, T. III. 18 za 274 LIBRO SETTLMO — 1815 chino, indebolitala presunzione del mattino, non osava di affrontar la pugna e per due ore i due eserciti rimasero guardinghi e inoperosi. Alfine mosse il Tedesco ed assaltò quei poggi medesimi debolmente difesi poco innanzi: fiala destra se- condò vigorosamente gli assalti, la sinistra, per- no di forze, restò ferma; poiché il nemico dise- gnava cambiar fronte, gettar noi nelle valli del Potenza, impadronirsi della grande strada, ta- gliarci da Macerata, da Ancona, dagli Abruzzi. Ma i nostri battaglioni della Guardia combatte- vano valorosamente, e si che tre volte si rifecero le colonne degli assalitori, tre volte de’nostri. Guerreggiavano nella sottoposta pianura con pro- dezza eguale e con fortuna poco varia e vicen- devole, ed ivi tra' molti Napoletani fu ferito il generale Campana, che in quel giorno e nel pre- cedente avea bravamente combattuto. Le condi- zioni de’ due eserciti erano mutate da che i Te- deschi, deposto il pensiero, e’1 bisogno di difen- dersi, assalivano. In mezzo al combattimento il re spedì ordine al generale Lecchi in Macerata di far marciare metà della sua legione per la sponda diritta del Chienti onde afforzare il nostro fianco sinistro, minacciare il destro al nemico ed occupar To- lentino; ma Lecchi ritardò il partire, e’1 generale Maio, capo delle schiere che alfine mossero, ti- mido ed inesperto, lento al cammino, con lo sperato soccorso non giungeva. Il generale di Aquino, che dopo la ferita del prode in guerra generai d’ Ambrosio guidava la seconda legione, diffidando della impresa, o contumace per indole. ite LIBRO SETTIMO — 1815' 275 disobbediva al comando di avanzare i suoi reg- gimenti, sino a che minacciato ubbidì; e benché andasse in terreno montuoso, difficile a’ fanti} impossibile a’ cavalli, formò le sue genti a qua- drati, e distaccò spicciolate su la fronte del cam- po tre compagnie leggere; le quali avanzando fino al piano, non richiamate, nè sostenute, op- presse da’ cavalieri nemici, furono senza contrasto prigioni. Yidde il re quelle perdite, e corse con più impeto che senno alla vendetta; mentre ai precedenti disordini, che area pur visti , era stato paziente e trascurato. Ordinò che la legione di Aquino assaltasse il fortissimo fianco sinistro del nemico; ed Aquino, marciando in quadrati per quei terreni alpestri ed impediti, giunse al piano con le sue genti disordinate e confuse. Lo conob- be il nemico ed andò ad assaltarle, lo conobbero le assalite schiere, e trepidarono; il primo qua- drato dopo breve contrasto si scompose, e, senza comando di ritirarsi, sparpagliato e ribelle tornò alla collina; un secondo quadrato seguì l’esempio, gli altri due eh’ erano a mezza costa furono con ordine richiamate. Tutte quelle schiere sostenute da poderosa batteria di cannoni si ricomposero, il nemico ritornò intero al suo campo, noi per- demmo di morti e feriti pochi uomini, tra’ (piali ucciso il duca Caspoli ordinanza del re, adulto appena, bello della persona, animoso in guerra, caro alle squadre. Ma nostro danno maggiore fu l’ esempio a due eserciti della temenza e contu- macia di una legione, '■tal che il nemico Se inse- guiva i fuggiaschi avrebbe presa o dispersa l’ala diritta della nostra linea, disfatto il resto, e per 27 G LIBRO SETTIMO — 1815 arti ed armi finita in quel giorno la guerra. Ma il destino negava ogni gloria a' Tedeschi e ser- bava a’ Napoletani altri dolori e vergogne. Gli Alemanni irresoluti, inostri discorati, san- guinoso il combattere ma inutile, due mila delle due parli giacenti sul campo morti o moribondi, cadente il giorno, stanchi i soldati, cessarono 6enza accordo ma per comune bisogno le offese, e i due capitani ordivano per il dì vegnenté nuova guerra. Quando il re scoperta su le alture di 1 e- triola la mezza legione del generai Maio, andan- dole incontro per disegnare il campo, vidde in lontananza due corrieri frettolosi. Gli aspettò, e seppe che gl inviava, 1 uno dagli Abruzzi il ge- nerai Montigny, l’ altro da Napoli il ministro della guerra, portatori di lettere da consegnare nelle sue inani. Montigny riferiva le sventure di Abruz- zo, presa Antrodoco da dodicimila Tedeschi, da- tasi l’Aquila, ceduta a patti la cittadella, sciolte le milizie civili, sommossi i popoli per la parte de’Borboni, voltato de’ magistrati lo zelo ed il giuramento, e lui con pochi respinto a Popoli. Riferiva il ministro la comparsa del nemico sul Liri, lo sbigottimento de popoli, i tumulti di al- , cuni paesi della Calabria. Alle quali nuove Gioac- chino smarrì il senno j e credendo il regno vicino a perdersi , stabilì di accorrere al maggior peri- colo, e (con improvvido, ma suo consiglio) riti- rar l’esercito nelle proprie terre. Dispose la ritirata. Il generale Millet scrisse al generai Pignatelli di subito ridurre la sua legione a Monte-Olmo, ed indi a poco, riconosciuto 1 er- rore del subito , lo avvertì a voce per altro mes- Dtgt!i2etf by Google LIBRO SETTIMO — 1815 277 ?o di non muovere innanzi della notte. Ma vo- lendo il Pignalelli seguir l 1 ordine scritto e primo, il capo del suo stato-maggiore, un colonnello della Guardia, altri uffiziali di grado e di espe- rienza, lo pregavano a non dicampare scoperta- mente, a fronte di nemico più forte e felice; pen- sasse che la sua legione era il perno del campo, riguardasse le altre star ferme, ed il re colà presso, che richiesto, direbbe quale de’ due comandi fosse il vero. Ma quei consigli, quei prieghi, la ragion militarcela prudenza, nulla poterono; e di chiaro giorno, a tamburi battenti, la fortissima posizione mal difesa allo spuntare del sole, disputala al meriggio, cagione di morte a tanti prodi, fu, al tramontare abbandonata da noi, occupata dal ne- mico senza guerra. Divennero allora i nostri pe- ricoli gravi ed urgenti: la linea divisa nel centro, ogni ala presa di fianco, la ritirata delle altre legioni non preparala, la prigionia dell’esercito cel ta e vicina se il nemico andasse celere agli assalti, o lento il re ai rimedii. Ma questi, animato dalla grandezza del caso, spedì molti ordini, comparve in tutti i luoghi, capitano e soldato infaticabile, comandò, eseguì, ed in brevissimo tempo tutte le sue squadre ordinate a scacchiera, combattendo., riconduceva. Egli, ultimo sbarrò di sue mani, con alberi tagliali, l'entrala di una stretta, mentre uno squadrone di cavalleria ne- mica facea sopra lui e di pochi suoi seguaci fuoco vivissima E fu così vicino il pericolo e così visto, che il generale Bianchi punì il capo dello squa- drone di non aver preso il re. Era già notte, riposarono i Tedeschi ne’ felici campi della vitto- ria, andavano i Napoletani a Macerata. .1 278 LIBRO SETTIMO — 1815 XCI. Superato il più imminente pericolo, di- segnati i campi per la notte e le mosse del ve- gnente giorno, Gioacclnno alloggiò in Macerata. É mentre stava pensieroso ed affli Ito, un a j utante di campo del generale Aquino in quel punto ar- rivato, ansio di parlare al re, gli disse ch’egli veniva nunzio della morte o prigionia del suo generale, e del generai Medici, non che del dis- facimento dell’intiera legione seconda nel com- battimento poco innanzi accaduto. Era un nuovo scontro co’ Tedeschi inatteso, e per le posizioni di quelle schiere non credibile, sicché il re ma- ravigliato dimandava le particolarità del successo; allorché giunsero i generali Aquino e Medici che Ungendo aver per la notte smarrita la diritta via, imbattutisi nel campo nemico avevano perduti molti soldati mefrti o feriti, più prigioni, disperso il resto. Rè quel racconto era compiuto, che giun- sero Pignatelli e Lecchi, e l’uno disse che la sua legione era sbandata, l’altro che il generai Maio tornava disordinatamente, avendo abbandonato il prefissogli campo di Petriola, perocché della intera terza legione era l’animo abbattuto e con- trario. Pareva ribalderia concertata, ma era co- mune indisciplina, palesata nel pericolo, fatta sicura dalle avversità e da’ disordini.. 11 re adunò consiglio. Esaminate le particolarità di quei racconti, apparve chiaro che i soldati af- faticati e male usati all’obbedienza, sparsi per le campagne e i villaggi, andavano in cerca di vitto, di ricovero c di guadagno; e che i generali, scon- tenti e stanchi di quella guerra, mentivano il proprio difetto nel guidarli. Era frattanto verta*» Digitized by Cìoogle LIBRO SETTIMO — 1815 279 simo che, disertali i campi e confuse le ordinanze, *i destini di quella moltitudine stavano in potestà della fortuna. Si sperava col giorno adunare gli sbandati, ricomporli e menarli al Tronto; e per lo abbandono diPetriola si volea nella notte spe- dire a Mont-Olmo la metà della terza legione; ma il capo di lei, generai Lecchi, diffidava che ella obbedisse, e se il re volgeva il pensiero alle legioni seconda o della Guardia, i due generali rammentavano di esserne stati abbandonati, e che pochi soldati chea stento adunerebbero nella notte andrieno disuguali e svogliati alla guerra. Allora il re, fastidito di quelle tristizie, comandò che la brigata Carafa della terza legione subita- mente marciasse, e quella ( a mentita e scorno de’ detrattori) tacita ed obbediente si partì. Col giorno, che indi a poco spuntò, palesati della notte i mendaci racconti e i timori, fu visto che la seconda legione non aveva smarrita la strada, non incontrato il nemico; che la Guardia era stata spicciolata, confusa, non fuggitiva; che la terza legione si teneva unita, che la cavalleria era rimasta all’assegnato campo, che gli artiglieri e gli zappatori serbavano piena ordinanza; e che infine il nemico, riposato ne’ campi di Tolentino, veniva, formato a colonne, sopra Macerata. Invero del nostro esercito era perduto l’ordine, l’animo, le speranze, e fra tanti esempi di ribalderia im- punita, si vedevano rotti gli ultimi freni della obbedienza. Ma (dicasi la verità tutta intera) la corruzione scendeva da’ capi agl' infimi. XC1I. Tali quali erano quelle schiere si forma- rono in due colonne, che per la sponda sinistra 280 LIBRO SETTIMO — 1815 del Olienti, sopra due strade parallele al Ru me, marciar dovessero per Civita e Fermo; mentre la" brigata Carafa anderebbe sull’ altra sponda per Mont-Olmo e Santa Giusta. Al generai Carrascosa erasi scritto il giorno innanzi, fra gl’infortuni di Tolentino, di lasciare un reggimento in presi- dio della fortezza di Ancona, e col resto della le- gione accelerare il cammino così che giungesse nella sera del 4 a porto di Civita. Qui r esercito si unirebbe, e fisserebbonsi gli ordini di ritirala per la frontiera del Regno. Cominciò il movimento da Macerala: era il re nella colonna del centro, che, giunta al piano, trovò impedita la strada da ottocento fanti tedeschi, con tre cannoni e seicento cavalli disposti a battaglia, mentre che squadre S iù numerose assaltavano la città per le vie di lonte-Milone e Tolentino. 11 re per disgombrare il cammino fece due volte caricare il nemico dalla cavalleria della Guardia, che fu respinta; i Tede- schi di ognintorno avanzavano; la brigata Cara- fa, che «accampata a Mont-Olmo dominava alle spalle del nemico, tenevasi questa invisibile, non desta dal vicino romore di guerra, e come incu- riosa de’ successi; il tempo stringeva, era per noi necessità aprire un varco, o ceder l’armi. 11 re pose incontro a’ Tedeschi un battaglione del sesto reggimento (fra le indiscipline della terza legione disciplinato), ed alcuni cavalli della Guardia, con lui stesso a sostenere le offese del nemico; e die- tro quella linea fece sboccare la intera colonna, e l’altra che da Macerala incalzata di fronte ap- pena usciva. Furono morti alcun de nostri, e più feriti, tra' quali il colonnello Russo prode in guer- ra: l’esercito fu salvo. Digitized by Guoglc LIBRO SETTIMO — 1815 281 Andavamo sicuri quando fu visto con maravi- glia uscir di Mont-Olmo, a guerra finita, il ge- nerale Carafa con la sua brigata di tremila uomini; ed. allora il re con fogli e per nunzi gli prescrisse di fermare in Santa Giusta dove troverebbe viveri e campi. Le altre due colonne giunsero a porto di Civita, e s’incontrarono alla legione Carrasco- sa, che ordinatamente veniva di Ancona. In Ma- cerata alloggiò 1 esercito di Bianchi. INeipperg, non più trattenuto gli si congiunse per lesi e Filotrano. Quei due generali tornali sopra una stessa base, mutatoobhielto, geometrizzavano nuo- ve linee, e davano, loro mal grado, tempo a noi di ristorare i danni ed afforzarci, se non avessi- mo avute in noi stessi le cagioni ognora crescenti della mina. La Guardia , che dovea per Comando accampare a porto di Civita, scomposta proseguì verso Fermo e si disperse; la seconda e terza le- gione alloggiarono confusamente e ribellanti; la brigala del generai Carafa. per timidezza di lui, non arrestatasi a Santa Giusta, andò inattesa a fer- mo; mancò di viverle di campo; le mormorazioni, sino allora sommesse di alcuni capi, divennero più forti e più estese. Si voleva in tanta estremità di casi e di pericolo estrema rigidezza d’ impero e di pene; ma cento falli vecchi e nuovi, e gli usi, 1 animo, il cuore di Gioacchino, sopprime- vano i concetti arditi, o ne impedivano l’adem- pimento. A’ descritti mali si. aggiunse notte, per copiosa S loggia ed aspro gelo, sì cruda, che non pareva i primavera e d Italia, ma dell orrido verno della Svizzera:le diserzioni furono assai; i torrenti, fatti 282 LIBRO SETTIMO — 1815 inguadabili, trattennero per alcune ore l’esercito; e l’impedimento fu pretesto a scompigli e fughe maggiori. La cavalleria, gli artiglieri, i zappatori peccarono ancor essi d'indisciplina; la stessa pri- ma legione vacillò, si tenne per sola virtù del capo all’obbedienza. Andavamo per bande a Pe- scara, dove confidavamo rincorare gli animi die- tro i ripari della fortezza; ma i danni furono mag- inanimiva le diserzioni. XCIli. Il re giungendo in Abruzzo chiarì i fatti del generai Montigny. Egli che doveva difendere con mila e seicento soldati le fortissime strette di Antrodoco, il dì i.° maggio, all’avviso che il ne- micoavauzava,le abbandonò riparandosi all 1 Aqui- la. La inattesa fuga del generale ingrandì la comune idea del pericolo e la prudenza inseparabile dei magistrati civili; la qual prudenza, chiamata da lui tcadimenlo al governo di Murat, accrebbe i suoi timori; così che all' avvicinare *del nemico abbandonò la città, e solamente piccola non de- bole cittadella fu preparata all assedio. 11 Tedesco maravigliando credeva che il favore del popolo S ii spianasse il cammino, spedì al comandante el forte ambasciate di cedere; e quegli a nemici non visti, e certamente privi di mezzi di assedio, perocché le strade che percorrevano sono impos- sibili alle artiglierie, diede la cittadella provvista d’uomini, d armi e di viveri, a solo patto di vita e di alcune ridicole pompe, che sotto il nome di militari onori sono vergogne. Montigny, sul cam- mino di Popoli informato di quei casi, scrisse al LIBRO SETTIMO — 1815 283 re il foglio del 2 maggio, che al cadere del 3 giun- se intempestivo a Tolentino. I Tedeschi entrati nepli Abruzzi erano intorno a mille. Tante sapute viltà, tante vergogne scossero l’a- nimo inacerbito di Gioacchino, e pose in -giudi- zio Montigny, il maggiore Patrizio comandante del forte. Ma fu tardo il rigore, perciocché i su- biti cambiamenti politici impedirono gli effetti: restò ilMaggiore impunito, e 1 altro, avendo brut- tata del suo nome la lista de’ forestieri eh’ erano a’ nostri stipendii, si partì dal regno con Pheil, Malchevski, Michel, Dreuse, Palma, Lajaille ed altri prodi de’ quali vorrei celebrare le geste se il tolto stile lo comportasse, ed io, cacciato dal lungo tema, non dovessi sovente trasandare al- cuni fatti non importanti alla storia, sebben cari al mio cuore. Ma se a’ disegni basterà la vita, re- f istrerò in altre carte, a maggiore chiarezza e ocumento de’ miei dieci libri , le particolarità della napoletana mdizia di Parlo IH a Francesco I; e trarrò, Dio concedente, dalla universale meri- tata vergogna non pochi nomi degni di buona fama e di gloria; i quali frattanto confusi a tristi, creduti rei, sbattuti in vita, oltraggiali nella me- moria, patiscono il supplicio di tempi ed eserciti corrotti. Po ritorno a racconti. XC1V. 11 generale Manhes con la quarta legio- ne (cinquemila soldati) difendeva la frontiera del Liti. Avuta notizia sul finire di aprile che il nemico per la valle del Sacco avanzava verso il Regno, condusse a ’ 2 maggio le sue schiere a Ce- perano, e poiché alcuni sbirri del papa, chiuse le porle, tirarono poche archibugiate conlro i 1 284 LIBRO SETTIMO — 1815 . nostri, la città fu mal trattata, messe a sacco molte case, e tre più grandi e più belle bruciate: asprez- ze del Manhes. Quelle squadre divise in due bri- gate occuparono Yeroli e F cosinone: ed a 6, sa- pute le sventure di Tolentino, furono sollecita- mente ritratte a Ceperano, e dipoi senza respiro (bruciando il ponte) a Roccasecca, Arce,* Isola e San Germano; il corso del Liri e parte del Gari- gliano, linea difensiva del Regno, perduta senza aver visto il nemico, Portella e Fondi abbando- nati; Itri era ben guardato dal dodicesimo reggi- mento. Pochi soldati di Nugent campeggiavano tutta la frontiera dall’Àquila a Fondi; le schiere di Bianchi e di INeipperg ordinate ad esercito avan- zavano contro il -Tronto ed il Liri. Gl Inglesi, operando da nemici, predarono una-nostra nave caricata di attrezzi per Gaeta. Poderosa armata con soldati da sbarco stava in Sicilia sul punto di levar l’ àncore. Nello interno, la Carboneria au- dacissima, i popoli ribellati, i partigiani del go- verno timorosi o cauti, nello esterno cadutele speranze di pace, rifiutata ogni offerta, ogni cor- riere impedito. 11 principe di Cariati ambasciatore del re nel congresso, arrivato allora di Vienna, gli riferì lo sdegno de re alleati, ed il proponi- mento di nessuno accordo; lo stesso imperatore de’ Francesi biasimava la sconsigliata guerra, e per lettere la indicava principio e forse cagione alla rovina dell’Impero. Queste cose si schiera- rono alla mente del re stando egli in Pescara. XCV. Allora volgendosi alle civili istituzioni, mandò in Napoli per essere pubblicata una costi- tuzione politica, delle fogge comuni. Re, due ca- LIBRO SETTIMO — 1815 ... mere, consiglio di ministri, consiglio di stato- U proposte dal re, esaminale dalle camere- le Cle ,e deJ1 e coraunitaj la stampa liberi ■ ?,> L ^.Proprietà sicure; le ù gTiaienligie usate in quelle cartp II ir i-r ss :!r™ StSESn-S ■ data n° '? gUerra -r 'talia'^'a nel 'empoS éX ta, qualunque parlamento avrebbeoperato a dan no essendo natura delle adunanze mettersi con ■ foituna; ed i pochi (che la storia rammenta in nonni 1 - - ei '° IC1 P ro P 0uiin enti si partono da d g ° lf ° dÌ Na P° U ^ «Pedi amba- latore alla reggente per dirle che avrebbe tirati am, s l,a,a razzi sulla città se non gli fo S se ro 2ìè a riscatto di guerra, le navi e tutti ali attrezzi di manna oli erano negli arsenali regi! La reggente chiamò a consiglio i ministri ed fienai dE! JÌ f- U - l ° ' ma S* st| ati, espose mmistro di polizia denunziava che già 286 LIBRO SETTIMO — 1815 sparse nella città le minacce del commodoro e per timore e malizia amplificati i pericoli, a primi as- salti sarebbe certo , e forse irreparabile un tumulto di popolo; l’intendente pregava pace. Uno de’ con- siglieri, generale allora allora venuto dall’ esercito, dimostrò la superiorità de’ nostri mezzi di guerra; soggiunse che il Campbell o non avrebbe osato di avvicinarsi, o sarebbe stato offeso a dieci doppii dalle batterie della costa; e che la temeraria di- manda essendo fidata al nostro timore, a noi im- portava rigettarla. Altri seguivano 1’animosa sen- tenza; ma la reggente disse: u Che sebben vano il pericolo era vero il ti- >*more della città; che bisognava non accrescere >*il numero de’ nemici, e togliere a INapoli occa- » sione di agitarsi; che Campbell ed il suo go- >» verno (se questi approvasse le offese) si avessero » in faccia al mondo, dopo la taccia di aver man- »calo alla giurata tregua, l’altra di abusare dei >» terrori di un popolo per frodargli navi ed at- trezzi, e clic solo ed ultimo ricovero contro la » ingiustizia potente è la istoria ». Così ella disse; ma nascose il desiderio di patteggiare col com- modoro il ritorno in Francia di lei, e della sua famiglia sopra vascello inglese. Diede carico dell’ accordo al principe di Cariati, che seguace nel consiglio dell' avviso più forte, andò a mal grado a trattar pace coll’insolente In- glese; ma buon per noi eh’ egli andasse, perocché al primo incontro rivelò il parere del consiglio, e 1 avversario in quei detti riconoscendo il vero, fu ne’ patti cauto e discreto. Fermarono: Che fossero consegnati al commodoro i legn N* LIBRO SETTIMO — 1813 287 da guerra napoletani; e tenuto ne' magazzini regi» in deposito ogni attrezzo di marina; che sì degli uni come degli altri si disponesse da’ due governi napoletano ed inglese, finita la guerra d Italia: Che la regina con la famiglia, persone e rohe di sua scelta, avesse imbarco e sicurezza sopra un vascello di Campbell: Ch’ella potesse mandar messo o negoziatore in Inghilterra a trattar pace: Che la guerra tra Tarmata inglese e Napoli ces- sasse alle ratifiche dell’ accordo. Le quali subito date, rassicurarono la città; potè la regina attendere alle estreme cure dello stato. XCVII. Ella consigliera non gradita di pace, la- sciata reggente, fu sollecita per le cose di guerra; providde all'esercito che combatteva nelle Mar- che, providde alle fortezze interne, afforzò lo impaurilo*Monligny de’ numerosi e prodi coraz- zieri della Guardia; afforzò Manhes de’ granatieri; spedì alla frontiera i gendarmi; ie poche schiere «li deposito, le stesse guardie della reggia. E fra le milizie urbane conversando con assai maggior animo che di donna, ne accresceva lo zelo, e se- dava del popolo i timori e i sospetti, fàcili e fre- quenti tra guerre di terra e mare, in città popo- losa e molle. Stavano nella reggia la sorella Pao- lina, lo zio Cardinal Teseli , e la madre Letizia, a’ quali allo approssimar de’ pericoli la regina ap- prestava imbarco per Francia; e a’ quattro teneri figliuoli di lei per Gaeta: già vinto ed inseguito Gioacchino, rotto e disperso l’esercito, le fortune del regno infime ed irreparabili, caduta ogni spe- ranza, ogni lusinga svanita. E quando (presenti I 288 LIBRO SETTIMO — 1815 me cd il principe di Cariati) l'afflitta famiglia venne a lei per congedo, ella mesta sì ma serena, gli racconsolava di consigli e di speranze simidate a conforto loro. Partirono. Ella dopo silenzio bre- j vissimo tornò alle faccende di governo; e trattan- dosi di surrogare a Manlies altro generale di mag- gior senno e valore, che respingendo i Tedeschi oltre il Liri lasciasse al re libera ritirata dagli Abruzzi, ella scelse il generai Macdonald napo- letano, e ministro in quel tempo della guerra. Ed ecco in quel mezzo presentarsi a lei il duca di Santa 'feodora, che assistente alla partenza dei principi, riferendone le particolarità, di tenerezza piangeva; e la regina: « 0 trattenete il pianto, gli r disse, o andate, vi prego, a sfogare il dolore in >* altro luogo; chè il mio stato non abbisogna di • * pietosi spettacoli >\ Sensi cd opere degni del grado e del sangue. • k XCYHI. Il Macdonald giunto al comando della quarta legione, mosse contro il nemico; e per pic- coli fatti d’armi lo cacciò oltre la Melfa; avvegna- ché i Tedeschi in quella guerra, cauti ad assalire, solleciti al ritirarsi, manifestavano di aspettar vit- toria meno dalla propria virtù che da’ falli del no- stro esercito e dalle scontentezze de’ popoli. Ed intanto il re proseguiva a ritirarsi per fa via di Abruzzo, avendo messe contro il nemico in re- troguardia le schiere meglio ordinate della prima legione, accresciute di pochi resti del decimo reg- gimento, e di un battaglione italiano di nuova leva. 11 qual battaglione, quattrocento uomini, fu. il solo ajuto che per la indipendenza d’Italia des- sero gl’italiani all’esercito di Napoli: lo coman— 289 LIBRO SETTIMO — 1815 dava il generai Negri, nato sul basso Pò, presen- tatosi al ie in 1 errara da colonnello del già regno Italico, accolto e fatto generale; prode in guerra, partigiano zelosissimò di libertà, millantatore di seguaci che non aveva. La retroguardia, guidata dal generai Carrascosa , si arrestò alle rive del Sangro per aspettare l’esito de’ movimenti di Mac- tlonald; ed in quel tempo, assalita, volteggiò abil- mente, e sì che uccise molti de’ nemici, altri prese: gli spinse confusamente nella città di Castel di Sangro; e più faceva se per novello comando non avesse dovuto sospendere il combattimento, e ri- tirarsi. Quelli furono gli ultimi favori della sorte alla bandiere di Napoli. 11 re sperava congiungere le schiere che seco menava dalle Marche alle altre del generai Macdo- nald, riordinarle in Capua, trarre dalle province nuovi armati, e lasciando presidiate Ancona,Pe- scara, Gaeta e Capua, radunare quindicimila sol- dati dietro la linea difensiva del V olturno, muo- verli, combattere,, temporeggiare, e se ai cieli piacesse, ripigliare animo e fortuna. Perciò cau- tamente ritiravasi, evitando gli scontri, e tenendo le schiere sempre in linea onde giungessero con- temporanee per le vie del Garigliano, di San Germano e degli Abruzzi. E difatti a’ dì 16 il de granatieri della guardia accampa- va in Sessa, la quarta legione in Mignàno, la prima a V enafro, le altre squadre spicciolate en- travano nella fortezza. Ma in quella notte è as- salito il campo di Mignano, dove la quarta legione, mal guardandosi, aveva le ordinanze più di cam- mino che di battaglia. Di fianco investita da sopra Colletta, T . III , 19 290 LIBRO SETTIMO — 1815 i monti di San Pietro, infine il retroguardo si scompigliò, e disordinatamente ritiravasi. 11 ge- nerale lo soccorse di un reggimento di cavalleria, che offeso dall’alto, dove i cavalli non giungeva- no, retrocedè a briglia sciolta, e le schiere ac- I campate in Mignano, al calpestio crescente e | vicino, sbalordite dalla notte, da’ fuggiaschi e j dalle passate avversità, travedendo nemici nei compagni, tirarono ciecamente sopra loro. E que- gli alle offese rendevano offese non per inganno nè per vendetta, ma perchè, raddoppiato il pe- ricolo, volevano far libera la fuga. Confusione { orrenda, irreparabile: la voce de capi non intesa, non viste le bandiere, non obbeditoci comando. Chi si crede sorpreso e chi tradito, s intrigano le schiere, ogni ordine si scompone, abbandonano il campo e fuggono. 11 reggimento ch’era in re- troguardia, incalzato alle spalle dal nemico, sen- tendo innanzi romor di guerra, camminava so- spettoso^ guardingo, e però giunto dove già stava il campo, vistolo deserto e con segni di recente guerra e di fuga, si scompose aneli esso e fuggì. Della iutera legione (seimila uomini) pochi restarono, e così alla notte del Ronco contrapose la notte di Mignano la fortuna, che ogni parzia- lità o conforto negava alle armi di Napoli. Saputa nel mattino del 17 la rotta di Mignano, il generai Carrascosa che veniva di Abruzzo ac- celerò il cammino, ma ([nella rapidità fu cagione di novelle diserzioni. 11 re si recò a San Leucio, regia villa presso Caserta , ed ivi attese le rasse- gne de’ soldati, e i rapporti sullo stato del Regno. Intese che cinquemila fanti e duemila cavalieri. Digitized by Google LIBRO SETTIMO— 1815 291 gli uni e gli altri sbalorditi e svogliati, erano in Capua; molte artiglierie per abbandono perdute; ogni disciplina sciolta. D altra parte i Tedeschi, in numero e in fortuna, intorno a Capua; il prin- cipe reale don Leopoldo Borbone andar con essi, pubblicando sentenze di giustizia e di modestia; - sei province (tre Abruzzi, Molise, Capitanata e Terra di Lavoro) già obbedire a’Borboni, le altre non contrarie a questi nè dubbiose, ma espetta- trici* gl’ Inglesi aver doppiate le forze navali- nel golfo di Napoli, ed il re di Sicilia starsi a Messina sul punto 'di passare il Faro con poderose ar- mate di mare e terra. Ne’ popoli, ne magistrati, ne’ cortigiani, ne’ ministri, in sè stesso, le spe- ranze cadute, l’impero dechinante, il ritorno dei Borboni certo e vicino. E perciò deponendo le cure di capitano e di re, pensò alla salvezza sua e della famiglia; sapeva il trattato con Campbell, e di scontentissimo che n era innanzi ne divenne lieto; credeva che i Borboni e i Tedeschi lo vo- lessero prigioniero, gli uni a vendetta, gli altri per impedire gli ultimi temuti sforzi ne’ Princi- pati e nelle Calabrie, e per togliere a Buonaparte, imperatore in Francia, sperimentato e grande istroinento di guerra; temeva inganni e tradi- menti nella città e nella reggia. Ed a tanti bisogni e sospetti cautamente providde. Delegato il comando dell’esercito al generai Carrascosa venne in Napoli privatamente e sul cadere del giorno, ma dal popolo scoperto e sa- lutato come re e come ancora felice. Andò alla reggia negli appartamenti della regina, e giunto a lei, l’abbracciò, e con voce ferma disse: « La T 292 LIBRO SETTIMO— 1815 fortuna ci lia tradito, tutto è perduto ». «Ma non tutto (ella replicò ) se conserveremo l’ onore e la costanza ». Prepararono insieme segretamente la partenza ; furono ammessi a strettissimo circolo di corte i più fidi e i più cari, e dopo breve di- scorso congedati. Egli providde co' ministri a mol- te cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; fu sereno, discreto, confortatore della mestizia de’ circostanti, ed a’ Francesi che partivano ed ai servi che lasciava liberale così come principe . che ascende al trono. XCIX. Fissate le sue sorti, volle dar termine • con la pace.a 1 travagli del già suo regno, ed elesse negoziatori i generali Carrascosa e Colletta. Disse al primo, trattassero per lo interesse non più di lui, ma dello stato e dell’esercito, e patteggias- sero il mantenimento delle vendite, e dei doni, di tutto ciò che lasciavagli fama di buon re ed affettuosa memoria ne’ Napoletani. Al Colletta che richiedevagli quali cose concederebbe al nemico, rispose: tutto fuorché l’onore dell’esercito e la quiete de’ popoli; della fortuna contraria io vo- glio sopra di me tutto il peso. A’ 20 di maggio i negoziatori sopradetti co’ generali Bianchi e Neip- perg, e, per le parti dell Inghilterra, lord Bur- ghersh, convennero in una piccola casa, tre mi- glia lontano da Capua, del proprietario Lanza, e di là il trattato che pòi si conchiuse prese data e nome di Casalanza. Dopo lunghe, agitate e ta- lora vicine a rompersi conferenze, fermarono i seguenti patti: Pace fra i due eserciti. La fortezza di Capila cedersi nel dì 2 1 ; la città di Napoli co’ suoi ca- Digitized by Googte LIBRO SETTIMO — 1815 293 stelli nel 2 3 , quindi il resto del Regno, ma non comprese le tre fortezze di Gaeta, Pescara ed Ancona; i presidii napoletani che uscivano dai luoghi forti avere gli onori convenuti. E dipoi il debito pubblico garentito, mantenute le vendite de' beni dello Stato, conservata la nuo- va nobiltà con l’antica, confermali ne’ gradi, onori e pensioni i militari che, giurata fedeltà a Ferdi- nando IV, passassero volontari a suoi stipendii. Qui finiva il trattalo, ma il Tedesco vi aggiunse die il re Ferdinando concedeva perdono ad ogni opera politica de passati tempi, comunque -fatta a prò de’ nemici, o contro i Borboni; e ohe, obliate le trascorse vicende, ogni Napoletano aspi- rar potesse agli offizii civili o militari del regno. Le quali cose i negoziatori napoletani non ricer- cavano per non trasformare in concessione e fa- vore i titoli della giustizia, e dare sospetto ch’ei credessero colpa ne’ soggetti l’aver servito a go- verno necessario, riconosciuto, e per diritto pub- blico di qpei tempi legittimo. » L’ imperatore d Austria (stava scritto) avva- » lorava il trattato con la sua formale garanzia ri. 11 qual nuovo pegno di fede si bramava da Na- poletani, essendo ancor viva e dolorosa la memo- ria de mancali giuramenti del 99. 0 . Nella sera dello stesso giorno, dopo che il re ebbe contezza del trattalo, partì sconosciuto verso Pozzuoli; e di là, sopra piccola nave passò ad Ischia, ove rimase un giorno veneralo eia re; e il dì 22 sopra legno più grande con poco seguito di cortigiani c di servi, senza pompa, senza lus- so, senza le stesse comodità della vita, si partì 204 LIBRO SETTIMO — 1815 per Francia. Ed intanto fatte note in Napoli, le concordie di Casalanza, la città mandò ambascia- tori al principe Borbone, ch’era in Teano, pre- cursore delV allegrezza ed obbedienza pubblica; il qual alto, benché segreto, fu a caso rivelato alla regina Murat, che stava ancora nella reggia, reggente del regno. In Capua, all’ uscire della pri- ma legione napoletana per dar comode stanze al Tedesco, la plebe non vedendo soldati che alle porte, si alzò a tumulto, ruppe le prigioni, e prorompeva in peggiori disordini se da pochi generali ed ufBziali non fusse stata repressa. La stessa prima legione, sino a quel punto, discipli- nata e ubbidiente, fuori appena della fortezza, sorda agl’ inviti ed alle minacce de’ capi, per molte vie si disperse. In Napoli la plebaglia sotto pretesto di alle- grezza tumultuava, e sebbene la guardia di sicu- rezza trattenesse que’ primi moti, chiaro appariva che in breve non basterebbe. Cosicché la regina pregando per lettere l’ammiraglio inglese a spe- dire in città qualche schiera a sostegno degli or- dini civili, n’ebbe trecento Inglesi, per li quali sbigottirono i tumultuanti, tornò la quiete. Ed ella in quel mezzo imbarcò sopra vascello inglese con alcuni della sua corte; e tre già ministri, Agar, Zurlo, Macdonald, e pochi altri personaggi, che, non confidando nelle promesse di Casalanza, fug- givano la temuta vendetta de’ Borboni. Non più re, non reggente, non reggenza, la plebe accresciuta de’ fuggitivi di Capua, che spe- rando prede arrivavano a torme nella città, i pri- gioni di Napoli tumultuosi, e le porte delle car- Digitized by Google 295 . LIBRO SETTIMO— 1815 ceri non ancora abbattute ma scosse; la guardia di sicurezza già stanca; gl’inglesi pochi, i disor- dini maggiori, e, ciò che accresceva pericolo, vi- cina la notte. Si era sul punto che la plebaglia prevalesse, quando esortati da messi e lettere della municipalità, giunsero al dechinare del giorno alcuni squadroni austriaci, che uniti alle guardie urbane, girando per la città, e gastigando quegli che avessero di ribelli armi o segni, soppressero i tumulti e le inique speranze. Fu così grande ma necessario il rigore che cento, almeno, di quel- F infimo volgo perirono; ed altri mille, feriti, an- darono agli ospedali o si nascosero. In quella notte e nel seguente giorno furono in città luminarie, tripudii, e grida di popolo; e nel porto tutte le navi, lo stesso vascello che al- bergava la regina, ornato a festa. A’ a3, com’era prescritto, fecero ingresso le schiere tedesche, le quali con suoni e segni di vittoria seguivano il principe reale don Leopoldo Borbone, che a ca- vallo, con ricca numerosa corte, allegro rendeva i popolari saluti. E poiché per corrieri, per tele- grafi, per fama, gli avvenimenti di Gasalanza e di Napoli furono in quei giorni medesimi divol- gati, ed il mutato governo in ogni luogo ricono- sciuto e festeggiato, tutte le apparenze scompar- vero del segno di Gioacchino, nomi, immagini, insegne; solamente la regina prigioniera sul va- scello stava ancora nel porto, spettacolo e spetta- trice delle sue miserie. Fine del Tomo III «PBPBBBare giarr; 9730705 ■* — SOMMÀRIO DELLE MATERIE CONTENUTE JN QUESTO VOLUME LIBRO SESTO Quale era il legno al 1806. CAPO PRIMO. * Godici . • P a 8- o Finanze • • • • • . 99 4 Amministrazione 99 6 Esercito . - • ' • 99 7 Civiltà • • • • . _9 CAPO SBCOHDO. Arrivo in .Napoli dell’ esercito francese, poi di Giuseppe Buonaparte ... Fatti varii di guerra e di regno •. 99 99 IO . * ivi N Primo editto . • , 99 13 Combattimento di Campotanese. Ordini interni . 99 J5 Giuseppe assente, inasprisce il governo; prime di- scordie ........ 99 17 Giuseppe è re. Provvedimenti di governo. Battaglia di 1 Maida e tristezze di stato . ,, 99 19 i Digitized by Google 298 SOMMARIO CAPO TERZO. Riordinamenti del ministero e delle amministrazioni. Nuove discordie civili. Patti di guerra . pag. 25 Tavoliere di Puglia .... » 30 Il brigantaggio imperversa . 99 31 Le Calabrie in stato di guerra 99 37 Nuove leggi ..... \ 99 41 La feudalità abolita .... n 45 Conventi sciolti ... . . . 99 46 Nuovo processo criminale t 99 48 Istruzion pubblica . 99 50 Tristizie nel regno ..... 99 53 Stato di Europa al 1806 • . . , 99 55 CAPO QCARTO. Nuovi provvedimenti e nuovi codici, molti beni di stato» 60 Il re visita le province . * . » 99 62 Leggi per le cerimonie . e # 99 63 Prudenze e fortune di governo . . • * 99 64 Rovina il palazzo di Saliceti • 99 68 Ordine cavalleresco delle due Sicilie e 99 72 Reggio e Scilla espugnate dai Francesi # 99 73 Nuovi codici . ^ . - "JV* * 99 75 CAPO gPWTO , ■ràt :'4ÉS Partenza del re. Ultimi tempi del ano regno . . » 82 Statuto costituzionale detto di Bajona . « ivi Partenza della casa del re . . . . . • » 84 Carattere del r* Giuseppe. Stato del regno al suo par- tirne . t -, m~VJ Digitized by Go SOMMARIO 299 LIBRO SETTIMO Regno di Gioacchino Murai. — Anno 1808 a 1815. CAPO PRIMO. Arrivo io Napoli del re e della regina. Feste. Prowe- dimenti di guerra e di regno . . . . pag. 90 Spedizione contro 1* isola di Capri . .• « 93 Varie benefiche leggi . . . . . .. » 99 Spedizione anglo-sicula contro il regno . . » 113 Brigantaggio e suoi effetti ..... » 119 Festa del 15 agosto 1809 ...... » 123 Provvedimento di stato ... . . . » 124 Partenza del re, della regina. Ritorni. Provvidenze ed avvenimenti .... » 128 CAPO SECONDO. Fatti di guerra e di brigantaggio, poi distrutto. La feu- dal ita abolita Sdegni nella regia famigli» . » 111 Nuova partenza del re e ritorno .... » Ìli Distruzione del brigantaggio .... « 132 La feudalità abolita , le terre divise » IM Baronie. Provvedimenti. Primi sdegni tra Gioacchino e Napoleone » 159 Provvedimenti interni » 162 CAPO TERZO. Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta T anione d’ Italia. Parte per nuova guerra in Germa - nia, e tornatone provvede al regno , . , » . 167 300 SOMMARIO Tentala Unione d’Italia , . . . ‘ . pag 179 Gioacchino parte per nuova guerra; suol fatti, suo ri - torno . . . , . . x 184 Influenza della costituzione di Sicilia sulle coae di Na - poli . . w 196 • CAPO QUARTO. 4 » * li re ferma alleanza coll’ Austria , tregùa coll’ Inghil- terra. Fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero <11 Frau- da, provvede al trono ed al regno . . , . >> 199 Si discute dell’alleanza «e con Francia O con Austria » iti Incertezza del re; dipoi stringe alleanza coll’Austria, tregua coll’ Inghilterra . . ■ . » 208 Primi moti di guerra in Italia , » 210 Assedii di Ancona, Castel-Sant’Angelo e Civitavecchia » 213 Discordie tra confederati sull’idea di quella guerra >» 216 Amarezze di Gioacchino . » 219 Dopo novelli intrighi di politica Gioacchino combatte » 223 Si ha notizia della caduta delTitnpero di Francia, cessa in Italia la guerra , < ■ ■ • * 230 Ritorna in Napoli. Gioacchino, e provvede al regno » 234 Sventure di Murai Avvenimenti yarii di Sicilia e Napoli a 244 CAPO QUINTO* Fogge dall’Elba l’imperatore Napoleone. Gioacchino . muove guerra in Italia: vinto da’Tedeschi , abban - dona il regno Ferdinando Borbone ascende al trono di Napoli - . ..... . . ,>247 F uga dell’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove guerra all’ Austria , w ivi Si compone 1* esercito per la guerra „ 231 Cominciano le ostilità. Battaglia di Panaro . . >, 234 I . I Digitized by Google SOMMARIO 301 Movimenti strategici. Assalto di Occhiobello fallato pag. 256 La spedizione in Toscana ..... » 258. Provvedimenti'di guerra . : . . . » 261 Ritirata dell’esercito napoletano .... » 266 Combattimento di Monte-Milone. Battaglia di Tolentino » 270 Entrata nel regno e disordini de’ Napoletani . » 280 Fatti militari del generai Montigny in Abruzzo . » 282 Fatti militari del generai Manhes sul Liri . » 283 Costituzione politica data al regno ... » 284 Trattato col commodoro Campbell . » 285 Nuovi fatti d’armi; ultime fugaci speranze del re . » 289 Pace di Cnsalanzn ...... » 292 Partenza del re Gioacchino. Ultimi basi del suo regno „ 293 FIKE DEL SOMMARIO. I I Digitized by Google . li • . . • - . i * £j - 1 -tnO»**** ^ !v*w« y'I* ì(i f-.n?:rf •»tuIil^-'*f:Ti4* ih ataìLì :. .1 • ni*. •»•<-£ > iwr->« •»% ‘ - tMi'NiA ai (<■£> ìuJi +.*»' . 'Iii.l fcrfc .‘itti.:. , U-.<‘ ■■*;«) q$iJw : Ìj:> Ji .1 . : » I Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google B .20 .2 .643 winnnii Digitized by Google